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CENTRO DI INFORMAZIONE SUL FARMACO della SOCIETA' ITALIANA DI FARMACOLOGIA |
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- Sito Web SIF: sif@unito.it
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Newsletter numero 19 del 01-08-2008
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Sommario o Effetto della terapia corticosteroidea a lungo termine sulla densità minerale ossea nei bambini: valutazione prospettica longitudinale nello studio CAMP (Childhood Asthma Management Program) o Rischio di emorragia del tratto gastrointestinale superiore associato alla terapia con inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina e venlafaxina o La memantina può indurre bradicardia? Uno studio condotto sul database francese di Farmacovigilanza o Responsività dei sintomi clinici agli antipsicotici atipici nella malattia di Alzheimer: outcome di fase 1 dal trial CATIE-AD (Clinical Antipsychotic Trial of Intervention Effectiveness-Alzheimer’s Disease) o Incidenza di demenza e abbassamento della pressione arteriosa nel Hypertension in the Elderly Trial cognitive function assessment (HYVET-COG): un trial in doppio cieco contro placebo o Il rituximab migliora l’efficacia della chemioterapia ad alte dosi con autotrapianto nel linfoma diffuso a grandi cellule B e nel linfoma follicolare ad alto rischio: uno studio multicentrico del “Gruppo italiano Terapie innovative nei linfomi” o Analisi degli eventi dermatologici in pazienti con cancro trattati con lapatinib o Estensione della profilassi antiretrovirale per ridurre la trasmissione dell’HIV-1 durante l’allattamento: studio PEPI (Post-Exposure Prophylaxis of Infants) Dispositivi medici in evidenza o Viti in acciaio inox rivestite di chitosano per la fissazione di fratture contaminate o Soluzioni lock antimicrobiche per la prevenzione di infezioni associate a cateteri vascolari in pazienti in dialisi: revisione sistematica e metanalisi di trial controllati e randomizzati o La co-espressione di elastina e collagene porta a vasi ingegnerizzati ad alta compatibilità o Esiti conseguenti
ad impianto di stent metallici vs medicati
L’ipertensione arteriosa polmonare è una malattia a rapida progressione e con sintomatologia ingravescente. Il trattamento dell’ipertensione polmonare è stato finora studiato in pazienti con patologia avanzata (classe funzionale, FC, WHO III e IV). Lo studio EARLY è un trial randomizzato
in doppio cieco verso placebo condotto per valutare l’effetto
del bosentan, antagonista duplice dei recettori dell’endotelina,
in pazienti con ipertensione polmonare WHO FC II. L’analisi post-hoc comprendeva
la valutazione della frequenza di elementi soggettivi di peggioramento
clinico. Ventidue pazienti hanno interrotto precocemente il trattamento;
nel gruppo trattato con bosentan gli eventi avversi sono stati la
causa più frequente di interruzione (soprattutto alterazione
della funzionalità epatica [6 pazienti]). Il peggioramento
dell’ipertensione polmonare è stato il motivo più
frequente di interruzione nel gruppo placebo (6 pazienti). A 20 settimane,
84 (90%) pazienti del gruppo bosentan erano ancora in trattamento
ed 80 (86%) lo erano a 24 settimane. Il trattamento con bosentan è stato associato ad una più bassa incidenza di peggioramento funzionale rispetto al placebo (3 [3,4%] pazienti nel gruppo bosentan vs 12 [13,2%] nel gruppo placebo, p=0,0285). Tra i trattati, 65 (70%) pazienti hanno avuto almeno un evento avverso rispetto ai 60 (65%) randomizzati a placebo. Complessivamente, il numero di eventi avversi è stato simile tra i 2 bracci durante i 6 mesi di studio. Gli eventi più segnalati nel gruppo trattato sono stati rinofaringite ed alterazione dei test di funzionalità epatica (aumento delle transaminasi =3 il limite superiore della norma in 12 pazienti del gruppo bosentan rispetto a 2 del gruppo placebo), mentre l’incidenza di edema era simile tra i 2 gruppi. Nel periodo di studio si sono verificati 2 decessi, uno per gruppo (probabilmente per le conseguenze di una sottostante sindrome antifosfolipidi nel paziente trattato con bosentan e per emorragia spinale spontanea nel paziente randomizzato a placebo; entrambi i pazienti erano affetti da lupus eritematoso sistemico). Sono stati segnalati 2 casi di sincope nel gruppo trattato con bosentan ed 1 scompenso ventricolare destro nel gruppo randomizzato a placebo. La prevenzione del deterioramento clinico
può essere considerato un importante risultato del trattamento,
soprattutto nei pazienti con ipertensione polmonare moderatamente
sintomatica, come quelli arruolati nello studio EARLY.
Finanziamento: lo studio è stato finanziato da Actelion Pharmaceuticals Ltd. Parole chiave: ipertensione polmonare, bosentan, RCT. Riferimento bibliografico
Il Childhood Asthma Management Program
(CAMP), RCT in doppio cieco versus placebo, aveva confrontato budesonide
200 µg/2 volte/die o nedocromil 4 mg/2 volte/die con placebo,
in 1041 bambini tra i 5 e i 12 anni con asma di grado medio-moderato
per un periodo di 4-6 anni e per un follow-up post-trial di altri
4 anni. Dei 1041 pazienti arruolati nello studio
CAMP, 941 hanno proseguito la fase di follow-up; nella presente analisi
sono stati inclusi soggetti di cui si erano effettuate almeno due
determinazioni (una al basale e una al follow-up) della BMD lombare
tramite un esame radiografico (DEXA). I risultati a cui si è giunti
sono i seguenti: Gli autori, alla luce dei risultati ottenuti,
giungono a due importanti conclusioni: esiste un significativo effetto
dose-dipendente degli OCSs nei confronti dell’accrescimento
minerale osseo, tale per cui il rischio di osteopenia risulta aumentato,
sottolineando che l’effetto è presente nei maschi ma
non nelle femmine.
Conflitto di interesse: alcuni autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche Parole chiave: asma, bambini, RCT. Riferimenti bibliografici
Lo studio è parte di una ricerca
più vasta finalizzata ad analizzare il rischio di emorragia
gastrointestinale associato a diversi farmaci, in particolare ai FANS.
La fonte dati è stata la banca dati di medicina generale Inglese
THIN (The Health Improvement Network). Un’ampia ricerca nella banca dati
ha portato ad una prima identificazione di 5.869 casi “potenziali”
di emorragia del tratto gastrointestinale superiore. Tra di essi,
sono stati definiti casi tutti quei soggetti che non presentavano
alcun criterio di esclusione nei 2 mesi successivi alla data di identificazione
del caso potenziale e che non erano stati dimessi dall’ospedale
nel mese precedente, nei quali il sito specifico del sanguinamento
o della perforazione era lo stomaco o il duodeno ed in cui la diagnosi
clinica della lesione sottostante era erosione, ulcera peptica o infiammazione
della mucosa gastrica o duodenale. Riguardo all’esposizione ai farmaci,
ogni soggetto dello studio è stato classificato come utilizzatore
corrente, utilizzatore pregresso e non utilizzatore di antidepressivi,
se tali farmaci erano rispettivamente utilizzati alla data indice
o venivano sospesi nei 30 giorni precedenti, venivano sospesi prima
dei 30 giorni precedenti alla data indice o non erano mai stati prescritti
prima della data indice. Nell’analisi finale sono stati
inclusi 1.321 casi con emorragia del tratto gastrointestinale superiore
che sono stati matchati a 10.000 controlli. Rispetto ai controlli,
una proporzione maggiore di casi era fumatrice o assuntrice di alcol,
era affetta da pregressi disturbi gastrointestinali ed assumeva, al
momento dell’occorrenza dell’evento in studio, farmaci
inibitori della secrezione acida, FANS, antiaggreganti piastrinici,
corticosteroidi per via sistemica ed anticoagulanti orali. Riguardo i farmaci inibitori della secrezione
acida, la loro prevalenza d’uso era l’11,2% nei controlli
e il 19,5% nei casi, suggerendo cosi un importante effetto di confondimento,
dovuto all’indicazione, rispetto ai non utilizzatori di tali
farmaci. Il rischio di emorragia del tratto gastrointestinale superiore
associato all’uso di SSRI/SNRI era più basso nei pazienti
che assumevano in maniera concomitante anche gastroprotettori (OR
1,4 95% CI 0,8-2,3), rispetto a chi invece non aveva mai assunto o
aveva assunto in passato tali farmaci (OR 2,0; 95% CI 1,5-2,8). Gli autori escludono la possibilità
che in questo studio siano presenti i bias che comunemente possono
distorcere le stime di rischio negli studi caso-controllo. Inoltre,
sottolineano come siano altamente improbabili errori sistematici nell’accertamento
dei casi così come dell’esposizione, in virtù
di un’attenta revisione e validazione dei dati disponibili nella
banca dati.
Parole chiave: SSRI/SNRI, sanguinamento gastrointestinale, studio caso-controllo. Riferimento bibliografico
Sono state esaminate tutte le segnalazioni
di ADR cardiovascolari, relative a memantina, presenti nel FPVD tra
Luglio 2003 (quando la memantina è stata immessa in commercio
in Francia) e il 1° Maggio 2007. Sono state ricercate tutte le
ADR da memantina, registrate in base alla seguente terminologia: “sistema
cardiovascolare generale”, “pericardio, miocardio, endocardio
e valvole”, “numero di battiti e ritmo cardiaco”,
“malessere”, “vertigini”, “caduta”,
“svenimento”, “morte improvvisa". Fino al 1° Maggio 2007, la Rete Nazionale
Francese di Farmacovigilanza conteneva 52 segnalazioni di ADR cardiovascolari
associate all’uso di memantina. Dal totale delle segnalazioni
sono stati esclusi 16 casi di cui non era stata chiaramente valutata
l’origine cardiaca. L’età media dei pazienti
era 79 anni (range: 58-97), il periodo mediano che intercorreva tra
la prima somministrazione di memantina e l’insorgenza dell’ADR
era 6 mesi. In 12 segnalazioni la memantina era il principale o il
solo farmaco sospetto. Due pazienti (donne) sono andate incontro a
morte improvvisa. Nello studio descritto, l’esame
elettrocardiografico era disponibile in 10 dei 18 casi di bradicardia
Nei dati computerizzati e nella maggior parte dei casi di bradicardia
non era presente alcuna segnalazione di prolungamento del tratto QT;
il ritmo cardiaco è stato definito sinusale.
Parole chiave: ADR, bradicardia, memantina. Riferimento bibliografico
Sintomi psichiatrici e comportamentali sono comuni nei pazienti con malattia di Alzheimer e contribuiscono in modo sostanziale alla loro morbidità. I farmaci comunemente utilizzati quali gli inibitori delle colinesterasi e la memantina, possono avere effetti benefici sui sintomi non cognitivi, ma non sono utili nei pazienti con disturbi comportamentali in fase attiva. Il progetto Clinical Antipsychotic trials
of Intervention effectiveness – Alzheimer’s Disease (CATIE-AD)
del National Institute of Mental Health (NIMH), a differenza di molti
altri studi condotti in passato, ha incluso pazienti non ricoverati
in ospedale e sottoposti agli usuali protocolli terapeutici presso
la propria residenza e ha valutato l’efficacia della terapia
per un periodo di 9 mesi. I criteri di inclusione sono stati: diagnosi
di demenza di tipo Alzheimer secondo i criteri del DSM-IV o di probabile
demenza di Alzheimer secondo i criteri del National Institute of Neurological
and Comunicative Disorders and Stroke and Alzheimier’s Disease
and Related Disorders Association; i pazienti dovevano risiedere al
proprio domicilio o in strutture residenziali assistite, essere deambulanti,
il loro caregiver doveva essere istruito sulla malattia e sul trial;
il punteggio del MMSE(*) [Mini-Mental State Examination] doveva essere
compreso tra 5 e 26 e i sintomi quali allucinazioni, agitazione, aggressività,
disorganizzazione concettuale dovevano essere presenti quasi tutti
i giorni della settimana precedente o in maniera intermittente nelle
ultime 4 settimane. I farmaci potevano essere utilizzati a due diversi dosaggi: olanzapina (2,5-5 mg), quetiapina (25-50 mg), risperidone (0,5-1 mg). Era possibile utilizzare benzodiazepine o aloperidolo al bisogno. Le valutazioni dei pazienti sono state
eseguite al reclutamento e dopo 2, 4, 8, 12, 24 e 36 settimane di
trattamento con l’ausilio di numerosi test neurocomportamentali,
sia per i sintomi psichiatrici e comportamentali che per la valutazione
delle funzioni cognitive, delle abilità funzionali, della qualità
della vita e della necessità di cure (*). Sono state valutate le variazioni nei
punteggi delle diverse scale di valutazione dalla visita iniziale
all’ultima della fase 1. I pazienti che hanno continuato la fase
1 fino alla dodicesima settimana sono poi stati sottoposti a valutazione
secondo la Clinical Global Impression of Change,
una valutazione globale delle variazioni cliniche dei sintomi cognitivi,
comportamentali e funzionali. La distribuzione dei punteggi ottenuti
non differiva sostanzialmente tra i gruppi (pazienti migliorati o
molto migliorati: 45%, 52%, 61% e 40% nei gruppi trattati con olanzapina,
quetiapina, risperidone e placebo). Nei pazienti trattati con antipsicotici
non sono state osservate variazioni sostanziali rispetto al gruppo
placebo per quanto riguarda la necessità di cure, l’assessment
cognitivo, la qualità di vita. Per quanto riguarda l’Activity
of Daily Living Scale, i pazienti in terapia con olanzapina
mostravano punteggi peggiori rispetto al gruppo placebo. In questo studio, diversi parametri clinici
indicano che i pazienti con malattia di Alzheimer traevano beneficio
dalla terapia con antipsicotici, ma il miglioramento dei sintomi,
laddove presente, pur essendo statisticamente significativo, era comunque
lieve. Non sono emerse differenze significative nel punteggio della
BPRS nei diversi gruppi terapeutici all’ultima visita, anche
se nel gruppo trattato con risperidone il miglioramento rispetto al
placebo era maggiore. I limiti di questo lavoro, denunciati
dagli autori stessi, sono da attribuire soprattutto al disegno dello
studio: i risultati di queste analisi, che non scaturiscono da un
“efficacy trial” convenzionale vanno interpretati con
attenzione. I dati analizzati comprendono numerose misurazioni diverse,
confrontate fra loro, senza aggiustamenti delle analisi statistiche.
Un altro aspetto da considerare nella valutazione dei dati finali
è la stretta dipendenza della fase 1 dalle decisioni dei singoli
sperimentatori in base al loro giudizio soggettivo.
(*) Neuropsychiatric Inventory: misura la frequenza e la severità di 12 sintomi psichiatrici sulla base dell’intervista al caregiver. Brief Psychiatric Scale: misura la gravità di 18 sintomi comportamentali e psichiatrici raccolti in parte dal colloquio con il paziente e in parte dai dati aggiunti dal caregiver. Cornell Scale for Depression in Dementia: scala in 19 punti che misura disturbi dell’umore, disturbi depressivi e segni neurovegetativi in pazienti con demenza. Alzheimer’s Disease Cooperative Study-Clinical Global Impression of Change: misura globale delle modificazioni cliniche dei sintomi funzionali, comportamentali e cognitivi in base all’opinione del medico. Alzheimer’s Disease Assessment Scale cognitive subscale: scala basata su prove di memoria, linguaggio, capacità viso-costruttive e procedure di ideazione. Mini-Mental State Examination: test con 30 domande, che misura l’abilità cognitiva globale Alzheimer’s Disease Cooperative Study-Activities of Daily Living Scale: scala con 23 punti che misura le capacità funzionali di base (mangiare, lavarsi, vestirsi) e strumentali (utilizzo del telefono). Le risposte sono date dal caregiver. Dependence Scale: scala con 13 punti che misura il grado di assistenza necessaria Caregiver Activity Survey: misura il tempo impiegato dal caregiver per provvedere alle necessità del paziente Alzheimer’s Disease Related Quality of Life: i 47 punti di questa scala misurano il grado di interazione sociale, l’umore, la coscienza di sè. Conflitto di interessi: gli autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse aziende farmaceutiche. Parole chiave: antipsicotici atipici, Alzheimer, RCT. Riferimenti bibliografici
Studi epidemiologici hanno mostrato una relazione positiva tra ipertensione e rischio di demenza. I trial controllati, nei quali sono stati valutati gli effetti di terapie antipertensive sulla funzione cognitiva, hanno prodotto risultati contrastanti e le metanalisi non hanno fornito chiare evidenze che i trattamenti antipertensivi riducono l’incidenza di demenza. HYVET è stato progettato per valutare rischi e benefici relativi del trattamento antipertensivo in individui con età =80 anni; HYVET-COG è una parte di HYVET il cui scopo è stato valutare se il trattamento antipertensivo possa ridurre l’incidenza di demenza, di demenza di origine vascolare (Vascular Dementia: VaD) e di malattia di Alzheimer (Alzheimer’s Disease: AD). Tra febbraio 2001 e ottobre 2007, in Europa, Cina, Tunisia, Asia sud-orientale e Australia, sono stati valutati 4761 pazienti, sia afferenti a centri ospedalieri che in cura da parte di medici di medicina generale. Criteri d’inclusione sono stati: età =80 anni; pressione arteriosa sistolica (PAS) media in posizione seduta 160-200 mmHg, PAS media in posizione eretta =140 mmHg e pressione arteriosa diastolica (PAD) media in posizione seduta <110 mmHg. Sono stati esclusi i pazienti che richiedevano assistenza infermieristica, con una condizione che poteva limitare gravemente la loro aspettativa di vita o con una diagnosi clinica di demenza. Sono stati arruolati 3336 pazienti, randomizzati a ricevere indapamide a lento rilascio 1,5 mg/die, con l’opzione di aggiunta di perindopril 2-4 mg (n=1687) o placebo (n=1649). Gli obiettivi pressori sono stati: PAS 150 mmHg e PAD 80 mmHg. Durante il periodo di run-in tutti i pazienti sono stati sottoposti a misurazione sia della pressione arteriosa che della funzione cognitiva (MiniMental State Examination; MMSE); il MMSE è stato ripetuto annualmente. Tutti i partecipanti che durante lo studio hanno avuto una riduzione del punteggio MMSE a <24 punti, o con una riduzione >3 punti in 1 anno, sono stati considerati per ulteriori valutazioni. I pazienti con possibile demenza incidente sono stati valutati in accordo al DMS-IV, in base alla TAC cerebrale e al Modified Hachinski Ischaemic Score. Quando non è stato possibile eseguire la TAC, come criterio diagnostico è stato utilizzato il Full Hachinski Ischaemic Score. La diagnosi è stata fata da un comitato di esperti, in cieco rispetto al trattamento. I partecipanti il cui punteggio MMSE è diminuito a <24 punti, o con una riduzione >3 punti in 1 anno, sono stati classificati come affetti da declino cognitivo. Quelli classificati come affetti da demenza, quando possibile, sono stati riclassificati come affetti da AD oppure da VaD. Al momento dell’arruolamento le caratteristiche dei pazienti erano ben bilanciate tra il gruppo trattato e quello placebo: età media 83,5 anni, 61% donne, PAS media in posizione seduta 173 mmHg, PAS media in posizione eretta 168 mmHg, punteggio medio MMSE 26. Durante il follow-up, i pazienti sono stati valutati ad intervalli di circa 1 anno (intervallo medio=400 ± 55,2 giorni); il follow-up medio è stato di 2,2 anni (7400 anni-paziente). A 2 anni, la riduzione media della PAS è stata 14,6 ± 18,5 mmHg nel gruppo placebo e 29,6 ± 15,3 nel gruppo in trattamento (differenza 15,0 mmHg; p<0,0001); la riduzione della PAD è stata 7,2 ± 10,5 mmHg nel gruppo placebo, 13,1 ± 9,6 in quello trattato (differenza 5,9 mmHg; p<0,0001); la variazione media del punteggio MMSE è stata -1,1 ± 3,9 punti nel gruppo placebo e 0,7 ± 4,0 nel gruppo trattato (p=0,08). Complessivamente, sono stati osservati 971 casi di declino cognitivo (486 e 485, rispettivamente nel gruppo placebo e in quello trattato; HR 0,93, 95% CI 0,82 – 1,05); di questi, 263 sono stati diagnosticati come casi di demenza (164 casi di AD, 84 di VaD e 15 con un tipo di demenza non specificata). L’incidenza per tutti i tipi di demenza è stata 38 per 1000 anni-paziente nel gruppo placebo e 33 per 1000 anni-paziente nel gruppo trattato; non è stata rilevata una differenza significativa tra i due gruppi nell’incidenza di demenza (RR 0,86, 95% CI 0,67 – 1,09). L’analisi dei risultati di HYVET-COG, combinati con quelli di altri 3 trial di trattamenti antipertensivi contro placebo nei quali è stata valutata l’incidenza di demenza – Syst-Eur (Forette et al. Lancet 1998; 352: 1347-51); PROGRESS (Tzourio et al. Arch. Intern Med 2003; 163: 1069-75) e SHEP (The SHEP cooperative research group. JAMA 1991; 265; 3255-64) – ha permesso di calcolare un rischio relativo complessivo al limite della significatività (RR 0,87, 95% CI 0,76–1,00; p=0,045). Nella discussione gli autori evidenziano
che i partecipanti a HYVET-COG erano più anziani rispetto a
quelli degli altri studi (età =80 anni vs =60 anni) e che i
risultati di HYVET-COG sono paragonabili a quelli di PROGRESS e SHEP
ma inferiori a quelli riportati nello studio Syst-Eur (HR 0,50 95%
CI 0,25–1,02), nel quale il trattamento attivo consisteva in
nitrendipina (10-40 mg/die) con la possibile aggiunta di enalapril
(5-20 mg/die), idroclorotiazide (12.5-25 mg/die) o di entrambi. Inoltre,
in fase di progettazione, sulla base di una differenza attesa nell’incidenza
di demenza del 33% tra il gruppo trattato e quello placebo (definita
a posteriori troppo ottimistica), è stato stabilito un periodo
di follow-up di 8400 anni-paziente. HYVET è stato però
interrotto prima del previsto per i benefici del trattamento (riduzione
della mortalità, dell’incidenza di stroke e di insufficienza
cardiaca); il follow-up (7400 anni-paziente) è stato, forse,
insufficiente per poter osservare differenze significative tra il
gruppo trattato e quello placebo nell’incidenza di demenza.
Nell’editoriale di accompagnamento Ingmar Skoog sottolinea il fatto che HYVET-COG ha mostrato che un trattamento antipertensivo efficace non esercita effetti negativi sulla funzione cognitiva in pazienti con età =80 anni. Inoltre, la difficoltà di valutare con accuratezza lo stato cognitivo (o la demenza) in ampi trial potrebbe spiegare in parte l’assenza di effetti del trattamento sull’incidenza di demenza. Parole chiave: demenza e ipertensione; indapamide/perindopril, RCT. Riferimenti bibliografici
Lo scopo di questo studio è stato valutare l’impatto dell’aggiunta di rituximab sugli outcome di un grande numero di pazienti affetti da DLB-CL e FL, sottoposti a HDS come terapia sia di prima linea sia di salvataggio. Sono stati inclusi 552 pazienti affetti
da DLB-CL e 223 da FL (età mediana 47 anni, maschi 54%), trattati
presso dieci centri associati al Gruppo Italiano Terapie Innovative
nei Linfomi (GITIL), tra l’inizio del 1986 e l’aprile
2005, che hanno ricevuto HDS con (R+) o senza (R-) rituximab. 355 soggetti del gruppo R- (90%) e 309
di quello R+ (88%) hanno completato l’autotrapianto. Il TRM
è stato del 3,3% per R- e 2,8% per R+ (p non significativa).
Al termine dello studio, 492 pazienti (66%) erano vivi e 417 (58%)
non presentavano segni di malattia. Il marcato beneficio del rituximab è
risultato evidente nei pazienti che hanno ricevuto HDS come terapia
di salvataggio: la proiezione a 5 anni di OS per i gruppi R+ vs R-
è stata rispettivamente del 64% vs 38% per i pazienti con patologia
refrattaria e ricaduta precoce e del 71% vs 57% per i pazienti con
ricaduta tardiva, risposta parziale o seconda/terza ricaduta. Sebbene retrospettivo, i risultati di
questo studio evidenziano che il rituximab può essere incluso
nel programma ASCT con miglioramenti inconfutabili, non solo in termine
di EFS, ma anche di sopravvivenza prolungata.
Conflitto di interesse: gli autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: rituximab, linfoma diffuso a grandi cellule B/linfoma follicolare, studio retrospettivo. Riferimento bibliografico
Diversi inibitori del recettore per l’Epidermal Growth Factor (Epidermal Growth Factor Receptor, EGFR) sono stati sviluppati come farmaci antitumorali. L’assunzione di tali inibitori è associata a reazioni dermatologiche specifiche che includono rash papulopustolosi che colpiscono principalmente il viso e la parte superiore del tronco, prurito, paronichia, xerosi, alopecia, aumento della crescita dei peli del viso e delle ciglia. Nonostante questi eventi siano raramente pericolosi per la vita, il disagio psicosociale e fisico riduce la compliance per questi farmaci. Lapatinib è un inibitore duplice della tirosin-chinasi di HER-2 e di EGFR, attivo per via orale approvato in diversi Paesi (*) per il trattamento del cancro alla mammella avanzato o metastatico HER2-positivo. In diversi studi gli effetti avversi più comuni del lapatinib sono risultati rash e diarrea. Questo lavoro si è proposto di
analizzare i dati di tollerabilità e sicurezza cutanea del
lapatinib emersi da 9 studi clinici di fase II e III, su pazienti
con cancro avanzato o metastatico alla mammella o altri tumori solidi
(colorettale, polmonare, renale e della vescica ). Le reazioni dermatologiche sono state registrate durante le visite con cadenza mensile e sono state raggruppate in 8 categorie: sindrome mano-piede, rash, disfunzioni tricologiche, pelle secca, prurito/orticaria, alterazioni cutanee, infezioni cutanee e problemi alle unghie. Gli eventi dermatologici sono stati caratterizzati secondo il tipo, il tempo di inizio, la severità (attraverso una scala da 1 a 4 usando il National Cancer Institute Common Toxicity Criteria [version 2,0] e il National Cancer Institute Common Terminology Criteria for Adverse Events [version 3,0]), la durata e la necessità di un intervento (aggiustamento della dose di lapatinib, interruzione del trattamento). È stata inoltre valutata la concentrazione plasmatica del lapatinib somministrato come monoterapia, sia alla dose di 1500 mg/die sia a quella di 500 mg/2 volte/die. Tra i 2093 pazienti che hanno completato
gli studi di fase II-III con lapatinib sono stati registrati 2319
eventi dermatologici. Il più comune evento dermatologico
in tutti i pazienti trattati con lapatinib è stato il rash
cutaneo a livello del tronco (43%). Tra le reazioni meno frequenti
sono state riportate: disfunzioni tricologiche (3%), pelle secca (3%),
prurito/orticaria (3%), alterazioni cutanee (1%), infezioni della
pelle (<1%) e problemi alle unghie (<1%). Per quanto riguarda l’inizio e
la durata degli eventi, la maggior parte si è sviluppata in
corso di trattamento: il 44% dei pazienti trattati con lapatinib in
associazione, il 49% dei trattati con il solo lapatinib e il 36% del
gruppo di controllo hanno sviluppato reazioni dermatologiche tra i
giorni 1 e 14. La durata media è stata di 29 giorni con lapatinib
e18 giorni con il controllo. La sindrome mano-piede ha avuto una durata
mediana di 22 giorni nei trattati con lapatinib+capecitabina e di
16 giorni nei trattati con capecitabina da sola. I valori medi allo steady-state della
concentrazione plasmatica del lapatinib, ottenuti da 218 pazienti,
sono risultati simili nei pazienti che hanno ricevuto i due dosaggi
e pertanto sono stati combinati (1637 ng/ml per la dose di 1500 mg
e 1652 ng/ml per la dose di 500 mg/2 volte/die). Il range di concentrazione
plasmatica nei pazienti che hanno riportato eventi dermatologici (22-4576
ng/ml) è stato simile a quello dei pazienti senza reazioni
(25-4940 ng/ml) e non è stata rilevata nessuna apparente relazione
tra la durata degli eventi e la concentrazione plasmatica.
(*) Lapatinib è stato autorizzato dall’EMEA il 10 giugno 2008 per il trattamento, in associazione a capecitabina, del cancro al seno avanzato o metastatico con sovraespressione di ErbB2 (HER2); non è ancora in commercio in Italia. Parole chiave: reazioni dermatologiche, lapatinib, safety. Riferimento bibliografico
Sulla base di tali premesse, l’obiettivo di questo RCT di fase III, in aperto, denominato PEPI (Post-Exposure Prophylaxis of Infants), è stato valutare se l’estensione della profilassi con nevirapina o nevirapina + zidovudina fino alla 14a settimana di età (quando il programma vaccinale viene completato in Malawi) consente di ridurre il tasso di infezioni da HIV-1 rispetto alla somministrazione di una dose singola di nevirapina associata ad una settimana di terapia con zidovudina (controllo). Nello studio, condotto al Queen Elizabeth Central Hospital in Malawi e in altri 5 presidi sanitari in Blantyre (Malawi) sono state incluse donne con infezione da HIV-1 ed età =18 anni (le donne con età <18 anni sono state arruolate previa autorizzazione da parte di un tutore), in gravidanza o che avevano partorito entro le 24 ore precedenti al reclutamento in uno degli ospedali coinvolti nello studio o residenti in un’area limitrofa, con in programma di tornare alle visite di follow-up nei successivi 2 anni ed intenzionate ad allattare. Il reclutamento è stato effettuato tra il mese di aprile 2004 ed il mese di agosto 2007. Immediatamente dopo la nascita, fino alla 14a settimana di età, i neonati sono stati randomizzati ad uno dei tre regimi terapeutici: singola dose di nevirapina + 1 settimana di terapia con zidovudina (controllo), controllo + estensione della profilassi con nevirapina (estensione della nevirapina) o controllo + estensione della profilassi con nevirapina + zidovudina (estensione della doppia profilassi). Nei neonati inclusi nei gruppi con estensione della profilassi che hanno manifestato l’infezione da HIV-1 durante le prime 14 settimane di vita, i trattamenti sono stati interrotti nonostante i bambini siano stati comunque seguiti per tutta la durata dello studio. L’end point primario dell’RCT era il tasso di infezioni da HIV-1 all’età di 9 mesi, valutato per i neonati che entro le prime 48 ore dalla nascita hanno dato esito negativo al test PCR per l’HIV-1. La presenza dell’infezione è stata valutata a 6, 9 e 14 settimane e a 6, 12, 18 e 24 mesi. Ulteriori end point primari sono stati la sopravvivenza libera da malattia durante il follow-up e il profilo di sicurezza dei regimi farmacologici sperimentali. Il rischio di infezione da HIV-1 è stato calcolato tramite l’analisi Kaplan-Meier. Dei 3016 neonati inclusi nello studio,
255 hanno evidenziato infezione da HIV-1. Di questi, 242 sono stati
casi confermati e 13 presunti. La frequenza di infezioni da HIV presunte
è risultata simile fra i 3 gruppi (p=0,22 per tutti i confronti).
Sia le infezioni confermate che quelle presunte sono state incluse
nell’analisi primaria, sebbene l’analisi limitata alle
infezioni confermate abbia fornito risultati simili (i dati non sono
stati riportati). I neonati non infetti alla nascita, di
età compresa tra 6 settimane e 18 mesi, inclusi nel gruppo
controllo, hanno evidenziato una maggiore frequenza di infezioni da
HIV-1 rispetto ai gruppi di estensione della profilassi. Tra i neonati
di 9 mesi di età, il tasso stimato di infezioni da HIV-1 è
stato 10,6% per il gruppo controllo, 5,2% per il gruppo estensione
della nevirapina (p<0,001) e 6,4% per il gruppo estensione della
doppia profilassi (p=0,002). A 9 mesi, il numero di neonati con esito
positivo al test PCR è stato 98 per il gruppo controllo, 51
per il gruppo estensione della nevirapina e 61 per il gruppo estensione
della doppia profilassi. In totale, 285 neonati sono deceduti
durante lo studio: 106 nel gruppo controllo, 89 nel gruppo estensione
della profilassi con nevirapina e 90 nel gruppo estensione della doppia
profilassi. A 9 mesi, la mortalità è stata dell’8,9%
(7,1-11,1) nel gruppo controllo, 6,8% (5,2-8,7) nel gruppo estensione
della nevirapina e 6,3% (4,8-8,2) nel gruppo estensione della doppia
profilassi. In totale, sono stati riportati 1283
eventi avversi gravi in 887 neonati, senza differenze significative
tra i 3 gruppi per tutti gli eventi avversi (p=0,34) o per quelli
correlati alle singole terapie (p=0,14). I più frequenti eventi
avversi gravi sono stati osservati a livello respiratorio (329 eventi),
gastrointestinale (227 eventi) ed ematologico (191 eventi) con percentuali
simili fra i 3 gruppi. Tra i neonati inclusi nel gruppo estensione
della doppia profilassi è stato evidenziato un incremento significativo
nel numero di eventi avversi possibilmente correlati all’uso
del farmaco in studio (principalmente neutropenia).
Il rischio cumulativo di infezione postnatale dalla nascita alla 14a settimana di età è stato l’8,4% nel gruppo controllo contro il 2,8% nei gruppi di estensione della profilassi. Tale differenza (circa il 5%) è perdurata fino al 24o mese di vita. L’estensione della profilassi con nevirapina fino alla 14a settimana di vita è apparsa sicura, con un tasso di eventi avversi paragonabile a quello osservato nel gruppo di controllo. La profilassi è risultata pratica ed efficace sia nel ridurre la trasmissione dell’infezione da HIV-1, sia nell’aumentare la sopravvivenza libera da infezione in una popolazione in cui l’allattamento al seno rappresenta una pratica molto diffusa. L’editoriale di accompagnamento allo studio sottolinea come oltre 200.000 dei 500.000 nuovi casi di infezione da HIV che ogni anno colpiscono i neonati, sono dovuti alla trasmissione del virus attraverso il latte materno (Jones G et al. Lancet 2003; 362: 65-71). In tale contesto, l’estensione
della profilassi con nevirapina associata o meno a zidovudina ha consentito
di aumentare del 40-51% la prevenzione dell’infezione da HIV
a 9 mesi rispetto alla profilassi standard. Per contro, i tassi di
trasmissione dell’infezione sono risultati più che raddoppiati
in entrambi i gruppi di estensione della profilassi tra il 9o e 24o
mese di vita del bambino, periodo durante il quale molte donne continuano
l’allattamento; nessuna differenza tra i 2 trattamenti è
stata invece osservata in termini di mortalità.
In ragione di ciò, aumentare la durata del trattamento per l’intero periodo di allattamento appare l’approccio più ragionevole, tuttavia sono necessari ulteriori dati per esaminare il ricorso a strategie potenzialmente utili quali riduzione della durata dell’allattamento o prolungamento della profilassi antiretrovirale, con particolare attenzione agli effetti avversi dei farmaci e alla comparsa di ceppi di HIV-1 farmaco-resistenti. Conflitto di interesse: uno degli autori dell’editoriale ha dichiarato di aver ricevuto una sovvenzione da parte della GlaxoSmithKline, di fare parte di una comitato consultivo per Tibotec ed Abbott e di un panel di esperti sull’HIV del Nestlé Nutrition Institute Africa. Parole chiave: HIV-1, allattamento, profilassi antiretrovirale. Riferimenti bibliografici -
Dispositivi medici in evidenza -
In chirurgia ortopedica la contaminazione della ferita è un’importante complicanza per morbilità con ritardo della guarigione fino a sei settimane. Per la cura di fratture ossee, i dispositivi di fissazione interna in ferite contaminate possono diventare nido di infezione poiché i biomateriali impiantati proteggono i batteri dall’azione antibiotica e immunitaria dell’ospite. Il biopolimero chitosano, polisaccaride lineare, componente dell’esoscheletro di crostacei e della parete cellulare di funghi, è impiegato in medicina come rivestimento per impianti o sistema per il rilascio controllato di farmaci. Inoltre sembra avere proprietà batteriostatiche. Scopo di questo studio preliminare è
stato determinare l’effetto del chitosano come rivestimento
di viti in acciaio inox, con o senza gentamicina (caricata nella matrice
biopolimerica) nel ridurre lo sviluppo di batteri in una simulazione
di fissazione funzionale ossea. In particolare, sono stati valutati
a) biocompatibilità e proprietà batteriostatiche del
rivestimento di chitosano con e senza gentamicina; b) percentuale
di chitosano rimasta sulla vite in seguito a simulazione di uso funzionale
su prototipi ossei; c) rilascio di antibiotico dal rivestimento in
tampone fosfato (PBS). Esperimenti su colture di fibroblasti
e di staminali osteoblastiche hanno dimostrato la biocompatibilità
e la non citotossicità del rivestimento di chitosano.
Conflitto di interesse: gli autori ringraziano le seguenti ditte Wright Medical Technology, Vanson e Pacific Research Laboratories per avere fornito, rispettivamente, le viti d’acciaio inox, il chitosano e i prototipi ossei di poliuretano. Gli autori dichiarano, infine, di non aver nessun personale interesse finanziario in questa ricerca ma uno degli autori risulta dipendente della Wright Medical Technology. Parole chiave: chitosano, viti d’acciaio inox, chirurgia ortopedica. Riferimento bibliografico
La prevenzione delle infezioni ematiche catetere-correlate in pazienti emodializzati attraverso l’uso di soluzioni lock antimicrobiche è stata valutata in diversi trial, ma la pratica clinica non ha permesso di raggiungere un consenso. Gli autori hanno affrontato una revisione sistematica di tutti gli studi clinici randomizzati e controllati che hanno valutato l’uso di soluzioni lock per la prevenzione di infezioni catetere-correlate in pazienti emodializzati. Sono stati inclusi tutti i trial randomizzati,
controllati su adulti e bambini con patologia renale terminale, sottoposti
a emodialisi con cateteri centrali; nello studio sono stati inclusi
fino al 30% di pazienti con insufficienza renale acuta. Sono stati
presi in esame tutti gli studi che hanno confrontato soluzioni lock
contenenti uno o più antimicrobici (antibiotici, citrato, taurolidina
o alcol) con eparina o altre soluzioni antimicrobiche; tutte le soluzioni
antimicrobiche potevano essere usate con eparina o EDTA. Sono stati selezioni 162 studi, di cui
127 sono stati giudicati irrilevanti. Dei 35 studi ulteriormente valutati,
19 sono stati esclusi e 16 trial randomizzati e controllati, condotti
tra il 1998 e il 2006, sono stati inclusi nella revisione. Le soluzioni lock di antibiotici hanno
significativamente ridotto le infezioni catetere-correlate rispetto
alla sola eparina, sia per paziente (rischio relativo 0,44; 95% CI
0,38-0,50) che per catetere/die (rischio relativo 0,37; 95% CI 0,30-0,47).
Tutti gli studi hanno evidenziato un beneficio con l’uso di
queste soluzioni, ma l’entità dell’effetto variava
considerevolmente e dipendeva dalla qualità dello studio: trial
piccoli o che non riportavano adeguati metodi di randomizzazione tendevano
a sovrastimare il beneficio; l’eterogeneità non poteva
essere spiegata dal tunneling del catetere, dall’emodialisi,
dal diabete o dalla definizione usata per infezioni ematiche catetere-correlate.
L’effetto era significativamente maggiore quando venivano utilizzate
misure profilattiche addizionali per prevenire il primo episodio infettivo,
come la decontaminazione nasale con mupirocina o il trattamento con
iodio al sito d’uscita. La gentamicina da sola era efficace
tanto quanto la terapia di combinazione o altri antibiotici a largo
spettro e preveniva sia le infezioni da Gram + che da Gram -. Lo studio presenta diversi limiti, come
la mancata valutazione delle infezioni ematiche da qualsiasi causa,
la mancata segnalazione della durata dell’ospedalizzazione e
la scarsa segnalazione della mortalità (7/16 studi).
Parole chiave: cateteri, infezioni, metanalisi Riferimento bibliografico
L’ingegneria tessutale è un approccio promettente per creare arterie vitali utili per applicazioni di piccolo diametro ed in genere per il trattamento delle malattie cardiovascolari. L’attuale standard clinico per il trattamento della malattia coronarica grave è l’autotrapianto di parti dell’arteria mammaria interna o della vena safena; tuttavia, questo ha un impiego limitato a causa della morbidità al sito donatore e della necessità di interventi chirurgici multipli. L’innesto sintetico, invece, ha applicazioni limitate quando il diametro del vaso è <5 mm: per complicanze trombotiche, per incompatibilità del materiale e per iperplasia dell’intima. Le arterie ingegnerizzate di piccolo diametro possono combinare la riproducibilità e l’accessibilità degli innesti sintetici con la biocompatibilità dell’autotrapianto, fornendo così sostituti vascolari meccanicamente competenti, non trombogenici e vasoresponsivi che possono uguagliare la resistenza delle arterie native. Lo studio si basa sull’ipotesi che biomateriali elastomerici compatibili e appropriate strategie di endotelizzazione possono risolvere i due punti critici, la compatibilità funzionale e la trombogenicità, che limitano l’applicazione di questa tecnologia alla clinica. A tale scopo un elastomero biodegradabile,
il poliglicerol sebacato (PGS), è stato modellato in una struttura
tubulare altamente porosa (diametro interno: 5 mm; diametro esterno:
7 mm; lunghezza: 60 mm) che mantiene la biocompatibilità e
l’elasticità del materiale. Dopo 21 giorni di coltura sono stati
valutati: la morfologia cellulare su campioni disidratati (microscopio
elettronico a scansione); la proliferazione e la distribuzione cellulari
(istochimica su criosezioni di 8 µm colorate con ematoxilina
e cosina); la tipologia cellulare (immunoistochimica) con l’anti-alfa-actina
della muscolatura liscia per le SMC e l’anti-fattore di von
Willebrand per le EPC; la produzione di collagene ed elastina (rispettivamente
colorazione Masson’s trichrome e Verhoeff’s Elastic Stain);
la resistenza alla trazione, la dilatazione della rottura e il modulo
di elasticità lineare, valutati su segmenti di 5 mm di lunghezza
utilizzando il tester meccanico uniassiale Instron 5842. Nel caso della monocoltura di EPC, le
cellule, dopo 21 giorni, si sono distribuite su tutto il costrutto,
la maggior parte nel lume, senza raggiungere la confluenza. Questo
risultato trova giustificazione nella natura altamente porosa (91%)
della struttura e nella mancata sintesi di matrice extracellulare
(ECM) da parte delle EPC in monocoltura. I costrutti seminati con
SMC hanno presentato cellule disposte nell’intero spessore della
parete e in uno strato confluente sulla superficie luminale. La co-coltura
di SMC e EPC ha prodotto costrutti con un’alta penetrazione
cellulare nella struttura. La caratteristica più evidente è
stata uno strato cellulare subluminale dello spessore di circa 150
?m. Le EPC si sono disposte sia nel lume che nella parete, le SMC
principalmente nella parete. L’immunoistochimica ha rivelato
la presenza di cellule di colore giallo per l’espressione sia
del fattore di von Willebrand che dell’alfa-actina della muscolatura
liscia, suggerendo che le EPC nella parete vasale potrebbero avere
iniziato a differenziarsi in SMC. La proliferazione cellulare e la
sintesi di ECM sono risultate molto intense; l’espressione di
collagene e di elastina ha interessato in larga misura lo strato intermedio.
Lo studio presenta alcuni limiti: gli
esperimenti di co-coltura non hanno utilizzato cellule tracciabili;
la pressione, la pressione parziale di ossigeno e il pH non sono stati
monitorati; il modello di flusso pulsatile adottato non è stato
interamente fisiologico. Nonostante questi limiti, i risultati indicano
che l’approccio degli autori all’ingegneria tissutale
di vasi sanguigni può potenzialmente portare a sostituti vascolari
fisiologicamente competenti.
Parole chiave: tessuti ingegnerizzati, innesto/trapianto vascolare, arteria coronarica. Riferimento bibliografico
Gli stent medicati sembrano essere associati ad un aumento del rischio di trombosi dello stent che, nonostante rappresenti un evento relativamente raro, può esitare in infarto miocardico (IM) e morte. La FDA ha pubblicato un avviso su un aumento del rischio di trombosi subacuta precoce (entro 30 giorni) mentre le metanalisi hanno sollevato il problema di un possibile incremento del rischio di trombosi tardiva (Camenzind E et al. Circulation 2007; 115: 1440-55; Gabriel Steg P et al. Eur Heart J 2006; 27: 2784-814). Questo studio basato sulla popolazione
è stato condotto su tutti i pazienti eleggibili da Medicare
di età =65 anni che hanno ricevuto uno stent coronarico non
in urgenza. Sono stati confrontati l’incidenza di rivascolarizzazione,
di IM e la sopravvivenza prima e dopo la disponibilità in commercio
degli stent medicati. I pazienti sottoposti ad intervento coronarico
percutaneo (PCI) con inserimento di stent sono stati identificati
dalla presenza di una richiesta ospedaliera per stent metallico (ICD-9-CM
codice 36.06), medicato (ICD-9-CM codice 36.07) o entrambi. Per l’analisi,
i pazienti codificati come sottoposti ad entrambi i tipi di stent
durante il loro primo ricovero per PCI sono stati inseriti nel gruppo
stent medicati. Sono stati esclusi i pazienti ricoverati d’urgenza,
con una diagnosi di IM, se ricoverati entro 7 giorni dalla dimissione
del precedente ricovero, se nell’arco dell’anno precedente
erano stati sottoposti ad intervento di bypass coronario (CABG) o
a un precedente PCI, con evidenza di danno del bypass allo scopo di
eliminare i casi che potevano aver avuto un intervento sul bypass
piuttosto che sulla coronaria nativa. Le misure di efficacia erano rappresentate
dall’incidenza di rivascolarizzazione, definita come qualsiasi
PCI, se il paziente aveva ricevuto o meno uno stent oppure era passato
a CABG. Per ogni paziente è stata presa in considerazione soltanto
la prima rivascolarizzazione. Durante i 2 anni di osservazione, il
22,8% dei pazienti nella coorte con stent metallici ha subito una
rivascolarizzazione (20% PCI; 4,2% CABG, non mutuamente esclusivi)
nell’arco di 228,7 giorni in media mentre, nella coorte di pazienti
con stent medicati, il 19% ha subito una rivascolarizzazione (17,1%
PCI; 2,7% CABG, non mutuamente esclusivi) nell’arco di 214,8
giorni in media. Non sono state rilevate differenze significative
nella mortalità tra stent medicati e metallici: 1,4% vs 1,4%
a 3 mesi, 2,5% vs 2,5% a 6 mesi, 4,3% vs 4,5% a 12 mesi e 8,4% vs
8,4% a 24 mesi di follow-up. I trial randomizzati condotti sugli stent
erano disegnati per confrontare l’efficacia di quelli medicati
con quelli metallici nella prevenzione della restenosi. Per rilevare
le differenze nella trombosi dello stent e per valutare meglio l’uso
approvato e off-label, possono essere più utili gli studi osservazionali.
Pertanto, i risultati di questo studio sono stati confrontati con
quelli di altri studi osservazionali. Uno studio che ha utilizzato
il registro italiano dell’Emilia Romagna (Marzocchi A et al.
Circulation 2007; 115: 3181-8) su 10.629 pazienti (28,8% stent medicati)
ha riportato un’incidenza di rivascolarizzazione a 2 anni pari
al 9,1% nei pazienti con stent medicati vs 12,9% con stent metallici
(HR aggiustato 0,68; CI 95% 0,57-0,80). Lo studio riportato presenta diversi
limiti. Non è stato possibile calcolare l’incidenza reale
di trombosi dello stent associata a stent medicati vs metallici in
quanto i dati amministrativi non contengono i dettagli dell’anatomia
delle coronarie e le procedure necessarie per controllare tutti i
bias di selezione nell’impiego dei due tipi di stent. Non sono
disponibili i dati sull’uso di farmaci e non è stato
possibile valutare direttamente l’influenza della duplice terapia
antiaggregante su tali risultati. Non è stato possibile inoltre
rilevare un aumento degli eventi avversi nella coorte con stent medicati
dopo 3 mesi di osservazione quando si sconsiglia di utilizzare una
tienopiridina.
Conflitto di interesse: gli autori hanno ricevuto finanziamenti da Guidant Endovascular Systems, Abbott Vascular, Tryton Medical Inc. Parole chiave: stent medicati/metallici, PCI, CABG. Riferimento bibliografico Il prossimo numero di SIF
– Farmaci in evidenza (n°20) uscirà
il primo settembre - Buone Vacanze ! |
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CENTRO DI INFORMAZIONE SUL FARMACO della SOCIETA’ ITALIANA DI FARMACOLOGIA
http://www.sifweb.org/farmaci/info_farmaci.php
Direttore Prof Achille Caputi (Presidente SIF, Università di Messina)
Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.ssa
Valentina Boscaro (Università di Torino)
Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
Contatti: sif@unito.it
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Ultimo aggiornamento: 01 Agosto 2008 |






