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CENTRO DI INFORMAZIONE SUL FARMACO della SOCIETA' ITALIANA DI FARMACOLOGIA |
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- Sito Web SIF: sif@unito.it
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Newsletter numero 26 del 01-12-2008
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| Sommario o Aspirina a basse dosi nella prevenzione primaria di eventi aterosclerotici in pazienti con diabete di tipo 2: uno studio controllato e randomizzato o Vitamine C ed E nella prevenzione delle patologie cardiovascolari negli uomini: risultati del trial clinico randomizzato Physicians’Health Study II o Trattamento perioperatorio con beta-bloccanti in pazienti sottoposti ad un intervento chirurgico non cardiaco: una metanalisi o Gingko biloba nella prevenzione della demenza: studio GEM (Gingko Evaluation of Memory) o Terapia cognitivo-comportamentale, sertralina o la loro associazione nell’ansia in età pediatrica o Potenziali rischi
delle medicine complementari alternative nei pazienti
con HIV - Dispositivi medici in evidenza
- o Effetti dell’uso prolungato delle tienopiridine dopo impianto di stent medicati: dati dal Taxus Landmark Trias o Validità e affidabilità della misurazione automatica e manuale della pressione sistolica digitale nell'arto inferiore ischemico di pazienti diabetici o L’uso di
cateteri trattati con rifampicina e miconazolo riduce
l’incidenza di batteriemie correlate a cateteri femorali giugulari
I pazienti con insufficienza cardiaca e frazione di eiezione ventricolare sinistra preservata (=45%) hanno un’attività reninica superiore a quella dei soggetti sani, anche se inferiore a quella dei pazienti con insufficienza cardiaca e ridotta frazione di eiezione. Poiché in questi ultimi il blocco del sistema renina-angiotensina ha effetti favorevoli, lo studio I-PRESERVE, multicentrico, in doppio cieco, randomizzato e controllato, ha valutato gli effetti dell’irbesartan sulla mortalità e sulla morbilità cardiovascolare in pazienti con insufficienza cardiaca e frazione di eiezione ventricolare sinistra preservata. Da giugno 2002 ad aprile 2005, 4563 pazienti
sono stati valutati per essere arruolati nello studio. I criteri d’inclusione
erano: età =60 anni; sintomi di scompenso cardiaco; frazione
di eiezione ventricolare sinistra =45%; ricovero per insufficienza
cardiaca nei 6 mesi precedenti lo studio; classe New York Heart Association
(NYHA) II, III o IV; in mancanza di ricoveri, la classe NYHA III o
IV. I criteri di esclusione sono stati: pregressa intolleranza ai
sartani; probabile causa alternativa dei sintomi; pregressa frazione
di eiezione ventricolare sinistra <40%; storia di sindrome coronarica
acuta, rivascolarizzazione coronarica o stroke nei 3 mesi precedenti
lo studio; rilevanti anomalie valvolari; cardiomiopatia ipertrofica;
pericardite; cor pulmunale o altre cause di insufficienza cardiaca
destra; pressione sistolica <100 mmHg o >160 mmHg, pressione
diastolica >95 mmHg nonostante la terapia antipertensiva; altre
malattie sistemiche limitanti l’aspettativa di vita a meno di
3 anni; livelli di emoglobina <11 g/dl e di creatinina >2,5
mg/dl; anormalità della funzionalità epatica; altre
caratteristiche che potevano interferire con la compliance e con il
protocollo dello studio. La terapia con ACE inibitori è stata
consentita solo quando considerata essenziale. L’outcome primario, determinato nel periodo dalla randomizzazione al primo evento, era di tipo composito, costituito dalla mortalità per ogni causa o ricovero per una causa cardiovascolare (peggioramento dell’ insufficienza cardiaca, infarto del miocardio, stroke, angina instabile, aritmia atriale o ventricolare, infarto del miocardio o stroke durante il ricovero). Gli outcome secondari includevano i componenti dell’outcome primario, un outcome composito associato all’insufficienza cardiaca (morte dovuta al peggioramento dell’insufficienza, morte improvvisa, ricovero per il peggioramento dell’insufficienza), il cambiamento nel punteggio totale secondo la scala Minnesota Living with Heart Failure e del livello plasmatico di NT-proBNP misurati a 6 mesi, un outcome composito associato ad eventi vascolari (morte per cause cardiovascolari, infarto del miocardio non fatale o ictus non fatale) e la mortalità per cause cardiovascolari. Complessivamente 4.128 pazienti afferenti
a 293 centri in 25 paesi dell’Europa Orientale e Occidentale,
Nord e Sud America, Sud Africa e Australia, sono stati randomizzati
a ricevere irbesartan (n=2.067) o placebo (n=2.061). Al momento dell’arruolamento
le caratteristiche demografiche e cliniche dei partecipanti erano
simili tra i due gruppi: età media 72 anni, 60% donne. Le principali
cause dell’insufficienza cardiaca erano l’ipertensione
(64% dei pazienti) e la cardiopatia ischemica (25% dei pazienti).
L’88% dei pazienti erano ipertesi, il 29% avevano fibrillazione
atriale, il 27% diabetici; il 41% obesi (BMI =30kg/m2). Il livello
medio del NT-ProBNP era 339 pg/ml. L’83% assumevano diuretici,
il 59% ß-bloccanti, il 40% calcio-antagonisti e il 25% ACE inibitori.
L’outcome composito primario si
è verificato in 742 pazienti (36%) del gruppo irbesartan e
in 763 (37%) del gruppo placebo (HR 0,95; CI 95% 0,86–1,05;
p=0,35). La mortalità per qualsiasi causa è stata 52,6/1000
pazienti-anno nel gruppo irbesartan e 52,3/1000 pazienti-anno in quello
placebo (HR 1,00; CI 95% 0,88–1,14; p=0,98). L’incidenza
dei ricoveri per cause cardiovascolari è stata 70,6 nel gruppo
irbesartan e 74,3 nel gruppo placebo (HR 0,95; CI 95%, 0,85-1,10;
p=0.44). Durante lo studio il 16% dei pazienti
del gruppo irbesartan e il 14% del gruppo placebo ha interrotto il
trattamento a causa degli eventi avversi (p=0.07). Il 6% dei pazienti
nel gruppo irbesartan e il 4% del gruppo placebo hanno avuto un raddoppiamento
dei livelli sierici di creatinina in almeno una determinazione effettuata
durante lo studio (p <0,001). Il 3% dei pazienti del gruppo irbesartan
e il 2% del gruppo placebo presentavano livelli di potassio >6
mmol/l almeno una volta durante lo studio (p=0,01). Non ci sono state
differenze significative tra i due gruppi nella frequenza di eventi
avversi gravi dovuti a ipotensione, disfunzione renale e iperpotassemia.
I risultati dell’I-PRESEVE sono consistenti con quelli di studi precedenti che hanno valutato gli effetti del candesartan e del perindopril in pazienti con insufficienza cardiaca e frazione di eiezione ventricolare sinistra preservata. Le ragioni dell’assenza di beneficio da parte della terapia con irbesartan sono incerte. È improbabile che ciò sia dovuto al fatto che i pazienti non presentassero insufficienza cardiaca: i criteri di inclusione e i livelli di NT-proBNP sono coerenti con la diagnosi e molti pazienti, successivamente, sono stati ricoverati per insufficienza cardiaca. La dose dell’irbesartan scelta è la massima approvata ma è non è sufficiente in termini di efficacia per questa malattia. Altri fattori che potrebbero aver compromesso la potenza dello studio comprendono l’elevata percentuale di abbandoni (33% alla fine dello studio) e di utilizzo di farmaci con meccanismi che si sovrappongono a quelli dei sartani (ACE inibitori, spironolattone e ß-bloccanti), che potrebbero aver lasciato poco margine agli eventuali benefici esercitati dall’irbesartan. Conflito di interesse: lo studio è stato sponsorizzato da Bristol-Myers Squibb e da Sanofi-Aventis. Parole chiave: irbesartan, insufficienza cardiaca con frazione di eiezione sinistra preservata, RCT. Riferimento bibliografico
Si tratta di uno studio controllato prospettico, randomizzato, in aperto con la misurazione dell’end point in cieco. I pazienti sono stati arruolati tra Dicembre 2002 e Maggio 2005 e randomizzati ad aspirina 81-100 mg/die o al braccio che non assumeva il farmaco; il follow-up è stato proseguito fino ad Aprile 2008. I criteri di inclusione sono stati: 1) diagnosi di diabete di tipo 2; 2) età compresa tra 30 e 85 anni; 3) capacità di fornire il consenso informato. I criteri di esclusione erano: 1) elettrocardiogramma con segni di depressione su base ischemica del tratto ST, sopraslivellamento del tratto ST, onda Q patologica; 2) anamnesi positiva per patologia coronarica confermata dalla coronarografia; 3) anamnesi positiva per patologie cerebrovascolari; 4) anamnesi positiva per patologie aterosclerotiche in terapia medica; 5) fibrillazione atriale; 6) gravidanza; 7) terapia antiaggregante o antitrombotica; 8) anamnesi positiva per ulcera gastrica o duodenale; 9) disfunzione epatica o renale grave; 10) allergia all’aspirina. L’end point primario, definito come ogni evento aterosclerotico, era di tipo composito (morte improvvisa; morte per cause coronariche, cerebrovascolari e aortiche; infarto miocardico non fatale; angina instabile; stroke non fatale di tipo emorragico o ischemico; attacco ischemico transitorio; arteriopatia non fatale aortica e periferica). Gli end point secondari erano rappresentati dai singoli end point primari e dalla combinazione degli end point primari e della mortalità per qualsiasi causa. Per il calcolo della numerosità del campione, è stata stimata l’incidenza di eventi cardio e cerebrovascolari nei pazienti diabetici giapponesi, risultata di 52 eventi ogni 1000 pazienti per anno e quindi il calcolo del numero di pazienti da reclutare nello studio per evidenziare il 30% del rischio relativo di riduzione di ogni evento aterosclerotico in seguito all’assunzione di aspirina, nei due anni di arruolamento ed i tre anni di follow up, ha portato a quantificare in 2450 il numero dei pazienti da reclutare. I pazienti sono stati randomizzati in due gruppi omogenei (n=1262 gruppo aspirina vs n=1277 gruppo di controllo); al termine dello studio sono stati rilevati complessivamente 154 eventi aterosclerotici, definiti come uno qualsiasi degli eventi considerati nell’end point primario. L’incidenza dell’end point primario non mostrava differenze statisticamente significative nel gruppo trattato con aspirina (68 eventi, 5.4%) rispetto al gruppo di controllo (86 eventi, 6.7%) (HR, 0.80; 95% CI 0,58-1,10, p=0.16). L’end point combinato di eventi coronarici fatali e cerebrovascolari fatali è stato osservato in 1 paziente del gruppo trattato con aspirina (stroke) ed in 10 pazienti del gruppo di controllo (5 casi di infarto miocardico fatale e 5 di stroke fatale) (HR, 0.10; 95% CI 0,001-0,79; p=0.0037). Non sono state rilevate differenze significative fra i due gruppi per quanto riguarda gli altri end point secondari. L’analisi per sottogruppi ha rivelato che tra i pazienti >65 anni, il trattamento con aspirina determinava una riduzione statisticamente significativa degli eventi aterosclerotici rispetto al controllo. Non sono state osservate differenze statisticamente significative nell’analisi degli altri sottogruppi (uomini e donne; presenza o no di ipertensione; fumatori o ex-fumatori e non fumatori; normolipidemici o dislipidemici). Gli eventi avversi rilevati sono stati
soprattutto episodi emorragici, con 12 eventi seri di sanguinamenti
gastrointestinali nel gruppo trattato con aspirina e 4 nel gruppo
di controllo ed emorragie retiniche in 8 pazienti trattati con aspirina
e in 4 pazienti del gruppo di controllo. Inoltre, 13 pazienti trattati
con aspirina hanno manifestato sanguinamenti di minore entità.
Il limite principale dello studio, rilevato sia dagli autori stessi che dall’editoriale di accompagnamento, risiede nel fatto che l’incidenza degli eventi attesi descritti come end point primario (cioè ogni evento cardiovascolare) è stata di molto inferiore a quanto atteso: la stima calcolata a priori era, infatti, di 52 eventi per 1000 pazienti giapponesi diabetici, mentre gli eventi registrati nello studio clinico sono stati 13.6 ogni 1000 pazienti nel gruppo trattato con aspirina e 17 nel gruppo di controllo. Questo suggerisce che la popolazione studiata presentava un rischio cardiovascolare basale molto basso e quindi i risultati non sono estensibili alla popolazione generale. Inoltre, nell’ambito dell’editoriale, viene rilevato che l’epidemiologia delle patologie cardiovascolari nella popolazione giapponese è diversa rispetto a quella delle popolazioni occidentali, con una maggiore incidenza di stroke emorragici ma minore di patologie coronariche. Vengono riportati anche i risultati di una metanalisi di studi clinici sull’uso di aspirina in prevenzione primaria, nella quale è stato osservato che l’aspirina riduce il rischio di infarto miocardico, ma non quello di stroke ischemico nell’uomo, mentre nella donna l’aspirina riduce prevalentemente il rischio di quest’ultimo, senza effetti sull’incidenza di infarto miocardico (JAMA 295: 306-313, 2006). Lo studio JPAD invece non indica alcuna differenza significativa analizzando i risultati in base al sesso di appartenenza tra il gruppo trattato con aspirina ed il controllo. Nel contesto dell’editoriale, viene sottolineato, infine, come l’osservazione dell’effetto protettivo dell’aspirina nei pazienti >65 anni può essere interessante, anche se la maggior incidenza di sanguinamenti gastrointestinali nel gruppo trattato solleva dubbi sul reale rapporto rischio/beneficio, alla luce anche del noto aumento di rischio di sanguinamento grave presente nei soggetti >70 anni in trattamento con aspirina (N Engl J Med 2005; 35: 2373). Questi risultati devono essere interpretati nel contesto della bassa incidenza di eventi aterosclerotici in Giappone e suggeriscono la necessità di altri studi clinici per valutare l’efficacia dell’aspirina a basse dosi nella prevenzione primaria di eventi cardiovascolari nei pazienti con diabete di tipo 2. Conflitto di interesse: diversi autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da ditte farmaceutiche. Parole chiave: aspirina a basse dosi, prevenzione primaria, diabete. Riferimenti bibliografici
In considerazione della carenza di conoscenze e dell’attuale dibattito sul ruolo dei complessi vitaminici in prevenzione primaria, è stato disegnato il Physicians’Health Study II (PHS II) con l’obiettivo di stabilire se l’assunzione di supplementi di vitamina E e di vitamina C potesse ridurre il rischio di eventi cardiovascolari maggiori in medici di sesso maschile a basso rischio cardiovascolare iniziale per un periodo di follow-up mediano pari ad 8 anni. Il PHS II, iniziato nel luglio 1997 e concluso il 31 agosto 2007, è un trial clinico randomizzato, in doppio cieco, controllato verso placebo, multifattoriale che ha valutato il profilo rischio/beneficio di vitamina E (alfa tocoferolo sintetico 400 UI/die o suo placebo), vitamina C (acido ascorbico sintetico 500 mg/die o suo placebo) e di un complesso multivitaminico (Centrum Silver o suo placebo) nella prevenzione di cancro e malattie cardiovascolari su 14.641 soggetti di età =50 anni. Un quarto componente introdotto alla randomizzazione era il beta-carotene (50 mg/a giorni alterni o suo placebo), la cui somministrazione è stata interrotta nel marzo 2003. Sono stati esclusi dallo studio gli uomini con storia pregressa di cirrosi, epatopatie attive, in terapia con anticoagulanti o affetti da gravi patologie che precludessero la partecipazione al trial. I 14.641 partecipanti, di cui 7641 provenienti
da uno studio precedente denominato PHS I e 7000 nuovi medici, sono
stati randomizzati al trattamento in blocchi di 16, stratificati per
età, pregressa diagnosi di cancro, pregressa diagnosi di malattie
cardiovascolari e, per i 7641 partecipanti al PHS I, sulla base dell’assegnazione
alla terapia con beta carotene. Sono stati inclusi nello studio 754
soggetti (5,1%) con patologia cardiovascolare basale (stroke o infarto
miocardico non fatale) prevalente alla randomizzazione. La misura
di esito primaria corrispondeva ad un end-point di tipo composito
costituito dagli eventi cardiovascolari maggiori (infarto del miocardio
non fatale, stroke non fatale, mortalità cardiovascolare).
Complessivamente, sono stati rilevati
1245 eventi cardiovascolari maggiori, dei quali 511 infarti miocardici,
464 stroke, 509 decessi per cause cardiovascolari. Durante il periodo
di follow-up, il numero complessivo di decessi da tutte le cause è
risultato pari a 1661. La vitamina E non ha mostrato di avere effetto
sull’incidenza di eventi cardiovascolari maggiori rispetto al
placebo (10.8 vs 10.9 eventi per 1000 anni-persona; HR 1.01; 95% CI
0.90-1.13; p=0.86). Questo risultato non ha subito variazioni tra
il periodo di trattamento e quello di follow-up. La vitamina E, inoltre,
non ha ridotto l’incidenza di infarto del miocardio (HR 0.90;
95% CI 0.75-1.07; p=0.22), stroke (HR 1.07; 95% CI 0.89-1.29; p=0.45)
e mortalità cardiovascolare (HR 1.07; 95% CI 0.90-1.28; p=0.43).
Le vitamine C ed E non hanno ridotto
la mortalità cardiovascolare, ma la vitamina E è stata
associata ad aumento del rischio di stroke emorragico (HR 1.74; 95%
CI 1.04-2.91; p=0.04). L’aderenza al trattamento costituisce
uno dei potenziali limiti dei trial clinici. Nello studio PHS II,
durante il periodo di trattamento e di follow-up fino a 10 anni, l’aderenza
è rimasta comunque abbastanza elevata. Sebbene il PHS II, al
momento, rappresenti lo studio di durata maggiore sull’impiego
di vitamina E e vitamina C in prevenzione primaria, sarebbe stato
necessario prolungare ulteriormente il periodo di studio per coprire
la finestra critica eziologica o fornire dosi cumulative sufficienti
a ridurre l’insorgenza di patologie cardiovascolari.
Conflitto di interesse: diversi autori hanno ricevuto finanziamenti da varie ditte farmaceutiche. Parole chiave: vitamine C ed E, prevenzione cardiovascolare primaria, RCT. Riferimento bibliografico
Questa metanalisi è stata disegnata con l’obiettivo di produrre una revisione critica delle evidenze disponibili per accertare l’uso della terapia perioperatoria con beta-bloccanti nei pazienti sottoposti ad un intervento chirurgico non-cardiaco. La metanalisi ha incluso studi clinici pubblicati tra gennaio 1966 e maggio 2008, senza restrizioni di lingua, identificati mediante le banche dati PUBMED, EMBASE e Cochrane Library. Sono stati selezionati studi randomizzati e controllati che confrontavano il trattamento con beta-bloccanti (assunti per via endovenosa o orale) con un trattamento di controllo (altri farmaci, placebo o non trattamento), somministrati nel periodo perioperatorio in pazienti affetti o meno da patologie cardiovascolari, sottoposti a chirurgia non cardiaca nei quali fosse possibile valutare esiti di sicurezza ed efficacia al giorno 30 dall’intervento. Gli esiti di efficacia comprendevano mortalità per tutte le cause, mortalità cardiovascolare, infarto del miocardio non-fatale, stroke non-fatale e insufficienza cardiaca al giorno 30 dall’intervento. Gli esiti di sicurezza includevano la frequenza di eventi avversi perioperatori (bradicardia, ipotensione e broncospasmo). La metanalisi è stata condotta secondo le linee-guida del “Cochrane Collaboration and the Quality of Reporting of Meta-analyses” utilizzando un software standard (Stata 9.0). Gli autori hanno identificato 112 studi, dei quali 73 sono stati selezionati per un’analisi dettagliata. Sono stati quindi esclusi 40 studi: 36 non avevano valutato gli esiti di interesse, 1 perché relativo a un piccolo sottogruppo di analisi proveniente da uno studio di coorte più ampio non chirurgico e 3 perchè pubblicazioni multiple che utilizzavano uno stesso set di dati. I rimanenti 33 studi rispettavano i criteri di inclusione della metanalisi e comprendevano 12306 pazienti di cui 6311 (51%) pazienti randomizzati al trattamento con beta-bloccanti e 5995 (49%) assegnati al gruppo di controllo. I beta-bloccanti impiegati variavano da studio a studio e le definizioni impiegate per gli esiti di efficacia e sicurezza erano eterogenee. Sulla base delle valutazioni qualitative effettuate, 13 studi sono stati classificati a rischio ridotto di bias mentre i rimanenti a rischio elevato di bias. Considerando l’intera coorte dei pazienti, la terapia con beta-bloccanti non è risultata associata ad alcuna significativa riduzione del rischio di mortalità per tutte le cause, di mortalità cardiovascolare o di insufficienza cardiaca, mentre è stata associata ad una riduzione del 35% del rischio di infarto miocardico non fatale (NNT 63; OR 0.65; 95% CI 0.54-0.79) e del 64% di ischemia miocardica (NNT 16; OR 0.36; 95% CI 0.26-0.50). Al contrario è stato riscontrato un aumento del 116% del rischio di stroke non-fatale (NNT 275; OR 2.16; 95% CI 1.27-3.68). Gli effetti benefici dei beta-bloccanti per taluni esiti sono stati determinati da alcuni trial con elevato rischio di bias. A fronte del non incremento della mortalità per tutte le cause, è stata rilevata una riduzione dell’81% del rischio di infarto del miocardio non fatale (NNT 15) e del 69% del rischio di ischemia miocardica (NNT 9), insieme a nessun effetto benefico sulla mortalità cardiovascolare e l’insufficienza cardiaca. L’analisi che ha incluso studi a basso rischio bias, invece, ha rilevato un aumento del rischio del 28% (NNH 164; OR 1.27; 95%CI: 1.01-1.61) per la mortalità da tutte le cause e un aumento del rischio del 116% (NNH 275; OR 2.16; 95%CI 1.27-3.68) per lo stroke non fatale, con una riduzione di solo il 28% del rischio di infarto cardiaco non fatale (NNT 80; OR 0.72; 95% CI: 0.59-0.87), del 59% (NNT 23; OR 0.42; 95%CI 0.27-0.65) del rischio di ischemia miocardica e nessun beneficio sugli outcome di mortalità cardiovascolare e insufficienza cardiaca. Sull’intera coorte, i beta-bloccanti sono stati associati ad un aumento del rischio di bradicardia perioperatoria (OR 3.13; 95% CI 2.51-3.92, p <0,0001), bradicardia perioperatoria che ha richiesto il trattamento (OR 2.74; 95% CI 2.29-3.29), ipotensione perioperatoria (OR 1.69; 95% CI 1.39-2.05) e ipotensione perioperatoria che ha richiesto il trattamento (OR 1.62; 95%CI 1.44-1.82). Non è stato rilevato aumento del rischio di broncospasmo. Lo studio POISE (POISE Study Group. Lancet
2008; 371: 1839–47) ha sostenuto con i suoi risultati gran parte
del peso degli esiti di questa metanalisi. L’analisi di sensibilità,
realizzata escludendo i dati dello studio POISE, nei trattati con
beta-bloccanti rispetto ai controlli, mostra una riduzione del 53%
del rischio di infarto miocardico e del 64% del rischio di ischemia
miocardica, senza altri effetti benefici per gli altri esiti di efficacia.
Lo studio POISE aveva mostrato una riduzione del 31% nel rischio di
infarto miocardico non fatale, a spese di un aumento della mortalità
per tutte le cause del 34% e di ictus non fatale dell’89%.
Nel contesto del commento che accompagna la metanalisi, viene evidenziata la discrepanza tra l’osservazione dell’aumento del 34% della mortalità per tutte le cause nello studio POISE e la riduzione di tale rischio, anche se non significativa, negli studi diversi dal POISE. La differenza potrebbe essere attribuita all’elevata mortalità osservata nei pazienti trattati con beta-bloccanti nello studio POISE (3.1% vs 1.9% negli altri studi) a fronte di una mortalità comparabile nei controlli (2.3% vs 2.5%). In ragione di questi risultati è tuttavia urgente effettuare un’analisi dettagliata delle cause e del tempo relativo al decesso in questi studi, soprattutto nei pazienti trattati con beta-bloccanti. I ricercatori dello studio POISE hanno fatto luce sul problema osservando che le maggiori cause di morte nel loro studio erano rappresentate da ipotensione perioperatoria, bradicardia e stroke, mentre la storia di malattia cardiovascolare era associata ad un aumento del rischio di stroke. L’elevata dose iniziale di metoprololo impiegata nel POISE potrebbe essere alla base di un particolare squilibrio emodinamico, superiore a quello determinato da altri beta-bloccanti e tale da aumentare il rischio di stroke. Quello che è certo è che il rischio di stroke aumenta con l’uso dei beta-bloccanti nello studio POISE. Tale rischio sembra confermato dagli altri studi, benchè possibili eterogeneità non rilevate nella metanalisi possano aver giocato a favore di questa conferma. Solide basi fisiopatologiche sostengono l’impiego dei beta-bloccanti nel periodo perioperario per prevenire complicanze cardiache. Al contrario, non è noto un meccanismo in grado di spiegare lo sviluppo di complicanze cerebrovascolari. Poichè la metanalisi ha osservato che il rischio di stroke potrebbe rappresentare un serio problema, tutti i ricercatori coinvolti in studi nei quali sono previste condizioni analoghe sono chiamati a fornire dati relativi a condizioni cliniche e alterazioni emodinamiche perioperatorie che possano spiegare l’insorgenza di queste complicanze. Questi dati rappresenteranno il substrato per le realizzazione di nuove linee guida di trattamento. Conflitto di interesse: uno degli autori dichiara di aver ricevuto compensi per attività di consulenza da parte di numerose aziende farmaceutiche. Non sono stati percepiti da nessuno degli autori compensi specifici per questo studio Parole chiave: beta-bloccanti, trattamento perioperatorio, metanalisi. Riferimenti bibliografici
Gingko biloba è un’erba medicinale ampiamente utilizzata in alcune aree del mondo per i suoi effetti protettivi sulla memoria e sul sistema cognitivo: negli Stati Uniti la spesa generale per l’acquisto di G. biloba supera i 249 milioni di dollari all’anno. Attualmente, non sono disponibili trial clinici adeguatamente disegnati che abbiano valutato la sicurezza e l’efficacia di G. biloba nella prevenzione primaria della demenza. Durante gli ultimi 10 anni, sono stati iniziati 2 trial clinici a lungo termine, ben disegnati, di cui uno negli Stati Uniti e uno in Europa, sull’efficacia di G. biloba nella prevenzione della demenza (Vellas B et al. Neurology. 2006; 67:S6-S11). Il presente lavoro riporta i risultati del primo trial che è stato completato, lo studio GEM (Gingko Evaluation of Memory), un RCT sponsorizzato dal National Center for Complentary and Alternative Medicine (NCCAM) e dal National Institute on Anging of the National Institutes of Health (NIH) con la collaborazione e il supporto di molti altri istituti. L’obiettivo primario dello studio GEM è stato determinare l’efficacia di 240 mg/die di estratto di G. biloba versus placebo nella riduzione dell’incidenza della demenza da tutte le cause e in particolare del morbo di Alzheimer (MA), in pazienti anziani con funzioni cognitive normali oppure in pazienti con danno cognitivo lieve (MCI, Mild Cognitive Impairment). L’obiettivo secondario era valutare l’effetto di G. biloba sui seguenti end point: declino cognitivo generalizzato, disabilità funzionale, mortalità totale e incidenza di patologie cardiovascolari (definita come l’incidenza combinata di malattia coronarica confermata, angina, stroke, attacco ischemico transitorio, bypass coronarico, angioplastica). Lo studio, un RCT in doppio cieco, placebo-controllato,
è stato condotto in 5 centri universitari americani, tra il
2000 e il 2008, con un follow-up medio della durata di 6.1 anni. Tra
settembre 2000 e giugno 2002 sono stati reclutati soggetti di età
>=75 anni utilizzando le liste elettorali e altre mailing list
acquistate da 4 comunità di residenti in città americane Al momento dell’arruolamento, ogni
paziente è stato sottoposto ad una intera batteria di esami
neuropsicologici (NPB) mediante i quali ad ognuno di essi è
stato assegnato uno score. L’end point primario di efficacia era la diagnosi di demenza mediante i criteri DSM-IV, diagnosi effettuata da una commissione di esperti clinici utilizzando un processo di valutazione precedentemente verificato in una popolazione simile. I gruppi di pazienti randomizzati a G.
biloba o a placebo presentavano, al basale, caratteristiche molto
simili tra loro. L’età media all’inizio dello studio
era 79.1 anni, per il 46% donne. Durante lo studio, 523 soggetti hanno
sviluppato demenza (246 hanno ricevuto placebo e 277 G. biloba) con
il 92% di casi di demenza classificati come MA possibile o probabile
o come MA con evidenza di patologie vascolari cerebrali. Sono stati
registrati 379 decessi da qualunque causa. Un potenziale limite del trial consiste
nel fatto che, poiché il periodo che intercorre tra gli iniziali
cambiamenti cerebrali e il riscontro clinico della demenza è
abbastanza lungo, è possibile che qualche effetto dell’estratto
di G. biloba, positivo o negativo, potrebbe necessitare di un periodo
di tempo maggiore per manifestarsi. Nonostante ciò, comunque,
lo studio GEM rappresenta il trial condotto in prevenzione di durata
maggiore.
L’editoriale di accompagnamento
sottolinea che, nonostante 20 anni di ricerche sugli estratti standardizzati
di G. biloba, rimangono ancora notevoli incertezze relativamente ai
suoi effetti farmacologici e clinici. Lo studio GEM aggiunge alle
già esistenti evidenze che l’estratto di G. biloba, nel
modo in cui è utilizzato generalmente, non è in grado
di prevenire la demenza in individui con o senza compromissione della
sfera cognitiva e non è efficace nel trattamento del MA. Per
quanto riguarda la prevenzione dello stroke o la minimizzazione dei
danni che ne conseguono, le poche evidenze disponibili sono vaghe
e contraddittorie. Conflitto di interesse: uno degli autori ha dichiarato di avere ricevuto sovvenzioni da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: Gingko biloba, demenza, RCT. Riferimenti bibliografici
I disturbi d’ansia sono delle condizioni psichiatriche frequenti nei bambini e adolescenti, che si ripercuotono sfavorevolmente sulle relazioni familiari e sociali. Trattamenti di dimostrata efficacia in questi disordini comprendono la terapia cognitivo-comportamentale e gli inibitori selettivi del re-uptake della serotonina (SSRI). Tuttavia, mancano studi di confronto tra queste terapie, sia da sole che in associazione. Il Child-Adolescent Anxiety Multimodal Study è stato disegnato nel tentativo di colmare queste lacune. Lo studio, un trial randomizzato multicentrico, si è articolato in 2 fasi ed ha coinvolto bambini ed adolescenti di 7-17 anni affetti da disturbi d’ansia da separazione, ansia generalizzata o fobia sociale (secondo il DSM-IV). Tra i criteri di inclusione sono stati considerati anche un QI = 80 e la coesistenza di disordini psichiatrici di minore gravità. Sono stati esclusi i bambini con condizioni cliniche instabili, in trattamento con farmaci psicoattivi o stimolanti, con disturbi psichiatrici che rendevano difficile la partecipazione allo studio o che esponevano a un rischio acuto per sè e per gli altri, i bambini che si rifiutavano di andare a scuola a causa dell’ansia e che non avevano risposto a precedenti trattamenti con SSRI o terapia cognitiva. La fase 1 dello studio è stata caratterizzata da un trial di 12 settimane nel quale sono state messe a confronto terapia cognitivo-comportamentale, sertralina e la loro associazione verso placebo. La fase 2 era un’estensione in aperto dello studio precedente, della durata di 6 mesi, rivolta ai pazienti in cui è stata riscontrata una risposta nella fase 1. Dal dicembre 2002 al maggio 2007 sono
stati contattati 3066 pazienti, di cui 488 sono stati randomizzati
a ricevere 14 sessioni di terapia comportamentale, sertralina (fino
a 200 mg/die), la loro associazione o un placebo per 12 settimane. La percentuale di bambini classificati come 1 (molti migliorati) o 2 (migliorati) secondo la Clinical Global Impression-Improvement scale a 12 settimane è stata 80,7% (95% CI 73,3-86,4) nel gruppo che riceveva la terapia combinata, 59,7% (51,4-67,5) nel gruppo che riceveva la terapia cognitiva, 54,9% (46,4-63,1) nel gruppo che riceveva sertralina e 23,7% (15,5-34,5) nel gruppo che riceveva il placebo. Ogni trattamento attivo è stato superiore al placebo come di seguito indicato: terapia combinata verso placebo p <0,001; terapia cognitiva verso placebo p <0,001 e sertralina verso placebo p <0,001. La terapia combinata è risultata superiore sia alla sola sertralina (OR 3,4; 2,0-5,9; p <0,001) che alla terapia cognitiva (OR 2,8; 1,6-4,8; p=0,001), mentre non è stata riscontrata una differenza significativa tra sertralina e terapia comportamentale (p=0,41). Dei 488 pazienti arruolati, 11 hanno
interrotto il trattamento, ma sono stati ugualmente inclusi nella
valutazione, mentre 46 hanno interrotto il trattamento e non sono
stati inseriti. I pazienti sottoposti a terapia cognitiva erano meno
propensi ad interrompere il trattamento rispetto a quelli che assumevano
sertralina (OR 0,33; 0,13-0,87; p=0,03) o placebo (OR 0,24; 0,09-0,67;
p=0,006).
Parole chiave: sertralina, disturbi d’ansia, età pediatrica. Riferimento bibliografico
La terapia standard in pazienti HIV-positivi comporta l’uso di una combinazione di ARV in modo da instaurare la cosiddetta Highly Active ARV Therapy (HAART). LA HAART consta generalmente di una combinazione tra due inibitori nucleosidici della transcrittasi inversa (NRTI) associati ad un inibitore non nucleosidico della transcrittasi inversa (NNRTI) o ad un inibitore delle proteasi (PI). Sia i farmaci NNRTI che gli PI sono metabolizzati dal sistema epatico dei CYP e quindi l’uso di CAM può richiedere particolare attenzione a causa delle potenziali inerazioni a livello metabolico. Questo studio prende in esame la prevalenza d’uso di CAM in un campione di pazienti HIV-positivi afferenti a tre diverse cliniche di Londra, in trattamento con HAART e quantifica il rischio di potenziali interazioni serie e di eventi avversi associato all’uso di CAM. Ai pazienti randomizzati è stato consegnato un questionario ed i questionari restituiti compilati in modo completo sono stati analizzati per valutare il verificarsi di eventuali interazioni con farmaci e di eventi avversi. Gli effetti valutati sono stati: potenziali modificazioni clinicamente significative della concentrazione sierica dei farmaci ARV, un’inappropriata stimolazione del sistema immunitario, rischio di epatotossicità e modificazioni dei fattori di coagulazione. Nello studio sono stati inclusi i questionari
di 293 pazienti. I risultati hanno dimostrato che il 61% dei pazienti
in HAART faceva uso di CAM ed il 35% di trattamenti di tipo fisico;
il 27% usava una combinazione dei due trattamenti. In totale, 179
pazienti utilizzavano per via orale 93 diversi rimedi CAM (1 paziente
utilizzava 19 rimedi CAM). Le CAM più utilizzate erano in genere
supplementi dietetici di varia origine e preparati fitoterapici.
Parole chiave: fitoterapici, antiretrovirali, interazioni farmacologiche. Riferimento bibliografico - Dispositivi medici in evidenza -
L’usura delle protesi di polietilene è la causa principale di insuccesso a lungo termine dell’artoplastica totale del ginocchio (TKA). Inoltre, l’età del paziente influisce significativamente sull’usura delle protesi dal momento che i giovani, per la maggior attività fisica, subiscono precocemente fenomeni di osteolisi. Negli ultimi anni studi su protesi d’anca hanno dimostrato che il polietilene reticolato (XLPE, polietilene cross-linked), stabilizzato termicamente, risulta meno suscettibile all’usura. D’altra parte l’impiego di XPLE nella TKA appare rischioso dal momento che il processo di reticolazione riduce la resistenza alla frattura. Scopo dello studio è stato valutare l’esito clinico e radiografico di pazienti sottoposti a TKA con protesi di PE tradizionale (UHMWPE, polietilene ad elevato peso molecolare) rispetto a quella di XLPE. Questo studio retrospettivo ha valutato, sia clinicamente che con tre successivi esami radiografici, 200 pazienti americani operati consecutivamente per TKA al Dipartimento di Chirurgia Ortopedica dell’University of Utah (Salt Lake City, USA). L’inserto tibiale di XLPE (Durasul del Natural knee system, Zimmer Inc., Warsaw, IN, USA) è risultato disponibile commercialmente da febbraio 2001. I primi 100 casi trattati con XLPE sono stati confrontati con 100 casi trattati immediatamente prima di questa data con UHMWPE, sterilizzata con radiazioni gamma in ambiente di azoto. Il gruppo di pazienti (40 maschi e 60 femmine) con UHMWPE aveva un’età media di 70 anni, un follow-up minimo di 82 mesi, mentre il gruppo (42 maschi e 58 femmine) con XLPE presentava un’età media di 67 anni ed un follow-up minimo di 69 mesi. I due gruppi sono risultati paragonabili per diagnosi, mortalità, tipo di intervento e numerosità di individui persi durante il follow-up. Tutte le TKA sono state eseguite dallo stesso chirurgo. Il protocollo post-operatorio prevedeva il divieto di appoggiare il peso sull’arto per sei settimane. Le analisi radiografiche hanno evidenziato aree di radiotrasparenza in venti pazienti sottoposti a TKA con UHMWPE. Quattro soggetti hanno presentato una perdita della componente tibiale con conseguente reintervento chirurgico. Uno di questi pazienti è stato escluso dallo studio per difetto di fabbricazione della protesi. Nel gruppo trattato con XLPE si sono verificati solo due casi con radiotrasparenza. Non sono state osservate differenze statisticamente significative tra i due gruppi nel numero di revisioni (nrev) per la perdita della componente tibiale (nrev=3 nel gruppo con UHMWPE; nrev=0 nel gruppo con XLPE; p=0.25). Le revisioni delle protesi di UHMWPE sono state eseguite in due casi dopo 84 mesi ed in un caso dopo 86 mesi. In questo studio non ci sono stati casi di rottura precoce delle componenti protesiche nei due gruppi. Questi risultati suggeriscono che le
protesi di XLPE possono essere impiegate con sicurezza per periodi
a medio-termine. I limiti dello studio sono stati: la perdita di circa
il 20% di pazienti (residenti a distanze >200 miglia) durante il
follow-up, l’assenza di dati su eventuale corrosione o delaminazione
dei dispositivi protesici e l’impossibilità di verificare
l’aderenza del paziente all’attività fisica permessa.
Conflitto di interesse: uno degli autori dichiara di aver ricevuto finanziamenti dalla Zimmer, Inc. Parole chiave: polietilene reticolato, artroplastica, ginocchio. Riferimento bibliografico
Le attuali linee guida raccomandano l’uso
di una tienopiridina per un anno, allo scopo di ridurre il rischio
di trombosi dopo impianto di stent medicati (drug-eluting stent, DES)
in pazienti non ad alto rischio di sviluppare emorragie. Tuttavia,
l’uso cronico di tienopiridine è costoso ed associato
ad un rischio di sanguinamenti maggiori pari a circa 1% l’anno. Si ritenevano adatti all’arruolamento
i pazienti con patologia ischemica pressoché stabile, che erano
eleggibili per impianto di stent in singole lesioni primarie non complesse
a livello delle arterie coronarie native (diametro del vaso di riferimento
2,25-4,0 mm, lunghezza della lesione =46 mm). Questa analisi è stata limitata
ai pazienti non deceduti, senza infarto del miocardio, rivascolarizzazione
del vaso target e trombosi dello stent ad 1 anno, stratificando i
pazienti in base al fatto che la tienopiridina fosse stata assunta,
o meno, esattamente ad 1 anno (rispettivamente gruppi T+1 anno e T-1
anno). Su 2.376 pazienti randomizzati, ad 1
anno 2.171 soggetti sono risultati senza eventi, di cui 1.141 randomizzati
allo stent Taxus e 1.030 a stent metallici. Su 2.171 pazienti senza
eventi, 964 (44,4%) stavano assumendo tienopiridine ad 1 anno, di
cui clopidogrel in 952 casi (98,8%) e ticlopidina in 12 (1,2%). Negli 8 pazienti con stent Taxus non trattati con tienopiridine ad 1 anno in cui si è sviluppata trombosi dello stent, gli episodi di TS si sono verificati tra 410 a 1334 giorni dopo l’impianto dello stent medicato, con un ritardo dall’interruzione della terapia con tienopiridine al TS di =228 giorni in tutti i pazienti. Nei 4 pazienti con stent Taxus che hanno assunto tienopiridine ad 1 anno in cui si è sviluppata trombosi dello stent, 2 pazienti hanno interrotto la terapia con questi farmaci (14 e 244 giorni prima degli episodi di TS) e 2 stavano ancora assumendo il farmaco al momento della TS. Nonostante questa analisi si sia basata
su trial randomizzati e in doppio cieco, eliminando così i
bias legati al giudizio soggettivo e garantendo un completo monitoraggio
di tutti gli end point in tutti i pazienti, la durata dell’uso
delle tienopiridine non era controllata e randomizzata. La somministrazione
prolungata di clopidogrel avveniva nei pazienti con maggiore rischio
(quelli con diabete) con lesioni più ampie che necessitano
di più stent.
Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dalla Boston Scientific Corporation. Parole chiave: stent medicati, tienopiridine, analisi di RCT . Riferimento bibliografico
La misurazione della pressione sistolica digitale (definita pressione all’alluce, dall’inglese Toe Blood Pressure-TBP) riveste un ruolo importante nella diagnosi di una condizione ischemica critica in pazienti diabetici; in particolare, nei pazienti nei quali la pressione alla caviglia non è misurabile in modo corretto a causa della calcificazione dell’arteria oppure è al di sotto di un determinato range. Di solito la misurazione della TBP richiede un laboratorio vascolare, mentre quella alla caviglia può essere effettuata ambulatorialmente. È stato, quindi, sviluppato un nuovo dispositivo automatico per la misurazione della TBP utilizzabile in ambulatori, studi medici, corsie. Lo studio è stato condotto in Svezia su 16 pazienti (23 gambe) diabetici con arteriopatia periferica (7 avevano una claudicatio intermittens) afferenti all’ambulatorio del Department of Endocrinology, Metabolism and Diabetes del Karolinska University Hospital (n=10, 16 gembe) e del Department of Medicine del Danderyd University Hospital (n=6; 7 gambe); il suo scopo è stato verificare la validità del dispositivo automatico per la misurazione della TBP confrontando il suo algoritmo (basato sulla valutazione del segnale in uscita dal Laser Doppler-LD) con la procedura standard di lettura visiva dei grafici. Sono stati inclusi pazienti (prevalentemente
maschi, n=13; con diabete di Tipo 2, n=14; in trattamento con insulina,
n=14; età media 71 anni; livelli medi di emoglobina glicata
di 7,1) con ulcerazione ad almeno un piede, presente o pregressa,
nei quali non fosse possibile rilevare la pressione alla caviglia.
Sono stati usati due dispositivi automatici per la TBP identici (Moor
Instruments Ltd, PresTo v2.0) e calibrati tra loro. Le misurazioni, effettuate da un infermiere
appositamente istruito e da un tecnico di laboratorio vascolare, sono
state condotte in posizione supina e ad una temperatura ambiente costante.
Posizionata la sonda, il piede è stato riscaldato per 10 min
e in 10 pazienti la temperatura è stata registrata prima e
dopo la misurazione (temperatura media prima della misurazione 29,4°C,
range 26,5-32,1°C; temperatura media dopo la misurazione 33,4°C,
range 29,8-36,6°C).
Conflitto d’interesse: uno degli autori dichiara di lavorare presso la Moor Instruments che ha sviluppato il dispositivo; gli altri di aver ricevuto finanziamenti da varie case farmaceutiche. Parole chiave: pressione sistolica digitale, Laser Doppler, ischemia della gamba. Riferimento bibliografico
L’uso di cateteri trattati con rifampicina e miconazolo (RMC), pur riducendo l’incidenza di batteremie catetere-correlate (CVCRB), non è universalmente accettato, prevalentemente per due motivi: 1) il costo più elevato rispetto ai cateteri standard (SC); 2) le linee guida del Center for Disease Control and Prevention (CDC), pubblicate nel 2002, sconsigliano l’uso per breve periodo di cateteri trattati con soluzioni antimicrobiche o antisettiche, se non quando la frequenza di CVCRB supera il limite massimo posto dalla singola istituzione. Studi precedenti condotti dallo stesso gruppo hanno evidenziato una più alta incidenza di CVCRB per l’accesso femorale e l’accesso giugulare rispetto ad altri accessi venosi (Lorente L et al. Crit Care 2005; 9: R631-5; Lorente L et al. Intensive Care Med 2007; 33: 1071-5). Obiettivo di questo studio è stato quindi determinare l’incidenza di CVCRB associata all’uso di RMC o SC in pazienti con accesso femorale e giugulare. Si tratta di uno studio di coorte condotto
in un’unità di terapia intensiva polivalente (24 letti)
dell’Ospedale Universitario delle Canarie (Tenerife, Spagna),
in cui sono stati reclutati tutti i pazienti che, dal 1 Giugno 2006
al 30 Settembre 2007, sono stati sottoposti a cateterizzazione venosa
femorale e giugulare. La CVCRB è stata definita in accordo ai seguenti criteri: risultato positivo di emocolture ottenute da vena periferica, segni di infezione sistemica (febbre, brividi e/o ipotensione), nessuna causa apparente di batteremia eccetto il catetere, colonizzazione della punta del catetere con lo stesso microrganismo (con crescita significativa di un microrganismo, definita come determinazione di >15 CFU della stessa specie trovata nell’emocolture, con identica sensibilità agli antimicrobici). La diagnosi di CVCRB è stata fatta da un gruppo di esperti in cieco verso il tipo di catetere. Sono stati utilizzati 184 cateteri femorali,
di cui 73 RMC (59,77 ±17,71 anni, 47 maschi – 64,4%)
e 111 SC (58,05 ±16,48 anni, 78 maschi – 70,3%) e 241
cateteri giugulari, di cui 114 RMC (64,10 ±14,57 anni, 75 maschi
– 65,8%) e 127 SC (65,04 ±14,23 anni, 80 maschi –
63,0%); i pazienti dei diversi gruppi presentavano caratteristiche
cliniche simili. Le linee guida del CDC del 2002 raccomandano
l’inserimento di cateteri venosi centrali nella succlavia per
ridurre il rischio di infezioni; in questo studio si evidenzia come
l’uso di RMC possa ridurre l’incidenza di CVCRB tra i
pazienti con catetere femorale e giugulare, portandola a valori simili
a quella tra i pazienti con catetere inserito nella succlavia. Gli
autori propongono quindi l’uso di SC nella succlavia e di cateteri
trattati con antibiotici nella femorale e nella giugulare.
Parole chiave: cateteri trattati con rifampicina e miconazolo, batteremie, studio di coorte. Riferimento bibliografico |
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CENTRO DI INFORMAZIONE SUL FARMACO della SOCIETA’ ITALIANA DI FARMACOLOGIA
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Direttore Prof Achille Caputi (Presidente SIF, Università di Messina)
Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.ssa
Elisa Benetti (Università di Torino) Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
Contatti: sif@unito.it
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Ultimo aggiornamento: 01 Dicembre 2008 |






