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CENTRO DI INFORMAZIONE SUL FARMACO della SOCIETA' ITALIANA DI FARMACOLOGIA |
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Newsletter numero 32 del 15-03-2009
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| Sommario o Rischio di herpes zoster in pazienti con artrite reumatoide trattati con farmaci anti-TNF-alfa o Una metanalisi sull’efficacia e sulla sicurezza degli analoghi dell’insulina nel trattamento del diabete mellito o Confronto della variabilità glicemica associata all’uso di insulina glargina e di insulina ad azione intermedia come componenti di base di un regime ad iniezioni multiple giornaliere in adolescenti con diabete di tipo 1 o Uso a lungo termine di corticosteroidi per via inalatoria e rischio di polmonite in pazienti affetti da broncopneumopatia cronica ostruttiva o Tromboprofilassi con warfarin in pazienti affetti da tumore con cateteri venosi centrali (WARP): uno studio randomizzato in aperto o Uso dell’antibiotico ed ecologia di popolazione: come si può ridurre la resistenza agli antibiotici. Uno studio osservazionale population-ecology o Peso della sindrome depressiva nella politerapia complessa in pazienti con disturbo bipolare: risultati dallo STEP-BD o Epatotossicità
da tè verde: una revisione della letteratura e
due casi non pubblicati
Gli antinfiammatori non steroidei (FANS) sono tra i farmaci più utilizzati al mondo e di conseguenza i loro effetti collaterali possono avere un impatto enorme sulla salute pubblica. Per queste ragioni, comprendere a fondo il loro profilo di sicurezza è essenziale per permetterne un corretto utilizzo in pratica clinica. Il loro meccanismo di azione si basa sull’inibizione della ciclo-ossigenasi (COX), un enzima che modula in maniera cruciale la sintesi delle prostaglandine. L’enzima è presente in due isoforme: una costitutiva (COX-1), espressa in tutti i tessuti e responsabile di importanti funzioni, tra le quali quella gastroprotettiva, ed una inducibile (COX-2) prodotta a seguito di alcuni stimoli patogeni, quali traumi od infiammazione. Inoltre la COX-2, ma non la COX-1, viene indotta nelle cellule endoteliali in risposta allo stress causato fisiologicamente dal flusso laminare ematico, normalmente presente nelle zone libere da lesioni aterosclerotiche (Topper JN et al. Proc Natl Acad Sci USA 1996; 93: 10417–22). Dunque, il gene che produce la COX-2 può essere considerato come un gene vasoprotettore, dal momento che determina la produzione di prostaciclina (Grosser T et al. J Clin Invest 2006; 116: 4–15). Tradizionalmente i FANS sono associati a problemi gastrointestinali (GI), dalla dispepsia ai sanguinamenti. A causa di ciò, sono stati sviluppati dei principi attivi che inibiscono selettivamente la COX-2, con l’intento di ridurre al minimo le complicanze GI, mantenendo l’effetto antinfiammatorio ed analgesico mediato principalmente dall’inibizione della COX-2. I risultati dello studio VIGOR hanno infatti evidenziato
un profilo GI favorevole ma, al contempo, hanno mostrato un aumento
del rischio di infarto del miocardio (MI) tra i pazienti in terapia
con rofecoxib rispetto a quelli che assumevano naprossene (Bombardier
C et al. N Engl J Med 2000; 343: 1520–8). Nel settembre 2004,
il trial APPROVe, studio a lungo termine che confrontava rofecoxib
versus placebo, è stato interrotto a causa dell’aumento
del rischio di eventi cardiovascolari (CV), maggiore di 2 volte
con rofecoxib (Bresalier RS et al. N Engl JMed 2005; 352: 1092–102).
Ciò ha determinato il ritiro volontario del farmaco dal commercio
da parte della Merck. Di contro, esistono crescenti evidenze che associano alcuni FANS tradizionali che inibiscono fortemente la COX-1 ad un rischio di eventi CV paragonabile a quello dei coxib: il diclofenac potrebbe essere considerato un buon esempio (Garcia Rodriguez LA et al. J Am Coll Cardiol 2008; 52: 1628–36). Queste evidenze potrebbero riguardare tutti i FANS che a dosi terapeutiche non inibiscono la COX-1 piastrinica. Ora, mentre i problemi GI associati ai FANS non ne hanno limitato fortemente l’uso, cosa ben diversa potrebbe avvenire a seguito della conferma della loro tossicità CV. Recentemente sono stati pubblicati i dati che riguardano il follow-up dei pazienti arruolati nello studio APPROVe (Baron JA et al. Lancet 2008; 372: 1756–64; vedi SIF-Farmaci in evidenza n. 24 del 01.11.2008). Uno dei punti più controversi è che, secondo quanto riportato originariamente, la tossicità CV non si manifestava fino a 18 mesi dall’inizio del trattamento. Anche se questi risultati in seguito sono stati corretti dagli autori, sembra ormai chiaro che la durata d’uso è un fattore indipendente predittivo del rischio. Ciò sembra pienamente compatibile con il meccanismo proposto, soprattutto in popolazioni prive di un rischio CV al basale. Ma la scoperta probabilmente più interessante relativa all’analisi di un follow-up prolungato consiste nel fatto che il rischio associato all’uso di rofecoxib ha una durata di almeno un anno dopo la sospensione della terapia. Purtroppo, comunque, il numero dei pazienti era troppo basso e si riferiva esclusivamente al rofecoxib. Uno studio osservazionale condotto su 8852 casi
di MI non fatale e 20.000 controlli, ha dimostrato una forte correlazione
tra capacità inibente in vitro della COX-2 a dosi terapeutiche
ed MI (Garcia Rodriguez LA et al. J Am Coll Cardiol 2008; 52: 1628–36).
Alla luce di quanto riportato dal follow-up dei pazienti arruolati
nell’APPROVe, l’analisi è stata effettuata solo
sui pazienti che avevano interrotto recentemente l’assunzione
di FANS (tra 7 e 365 giorni). Tra i 1478 casi e i 2917 controlli
restanti, il rischio di manifestare un MI non fatale era lievemente
significativo (RR 1,11 95% CI 1,03-1,20). Inoltre, stratificando
i pazienti in base alla durata dell’uso di FANS, tra i pazienti
che avevano assunto il farmaco per <1 anno, non è stato
riscontrato alcun aumento del rischio. Di contro, tra i pazienti
che, pur non assumendo più il farmaco, erano stati in trattamento
continuativo per =1 anno, il rischio era elevato (RR 1,58 95%CI
1,27-1,96) e paragonabile agli utilizzatori correnti, che avevano
assunto il farmaco per periodi di tempo simili (RR 1,45 95%CI 1,27-1,65).
Inoltre, dall’analisi degli utilizzatori pregressi è
risultato che il rischio andava riducendosi con il passare del tempo.
Infatti, tra i pazienti che avevano precedentemente utilizzato FANS
per >1 un anno era il rischio elevato nei primi tre mesi dall’interruzione
della terapia (RR 1,74 95% CI 1,34-2,26), rimaneva tale durante
i 3 mesi successivi (RR 1,61 95%CI 0,94-2,76) mentre ritornava ai
livelli basali nei periodi successivi (RR 1,07 95%CI 0,64-1,81).
Conflitto di interesse: il database utilizzato per questo studio (THIN) è sostenuto da un grant Pfizer. Gli autori dello studio avevano i pieni diritti sul manoscritto indipendentemente dalla ditta. Parole chiave: coxib/FANS, rischio CV, studio osservazionale. Riferimento bibliografico
L’herpes zoster, patologia neuro-cutanea
caratterizzata da rash vescicolare doloroso a distribuzione dermatomerica
risultante dalla riattivazione del Virus Varicella-Zoster (VVZ), ha
rappresentato uno degli eventi avversi più frequenti riportati
nei trial clinici sui farmaci anti-TNF-a. L’obiettivo di questo studio è stato quello di valutare il contributo delle diverse terapie farmacologiche per l’artrite reumatoide, in particolar modo degli agenti anti-TNF-a, al rischio di riattivazione del VVZ. L’analisi si è basata su dati provenienti da uno studio di coorte prospettico tuttora in corso, il registro tedesco dei biologici RABBIT, ideato al fine di esaminare il profilo di sicurezza ed efficacia dei farmaci biologici nel trattamento dell’artrite reumatoide. Lo studio RABBIT ha incluso tutti
i soggetti affetti da artrite reumatoide sottoposti a nuova terapia
con infliximab, etanercept, adalimumab o anakinra e, come gruppo di
controllo, i pazienti che avevano effettuato lo switch da un primo
trattamento tradizionale con DMARD (Disease-Modifyng Antirheumatic
Drug) per fallimento terapeutico. Il reclutamento è avvenuto
nel periodo maggio 2001-dicembre 2006 in 150 centri reumatologici
della Germania; la raccolta dei dati di sicurezza ed efficacia a lungo
termine dei farmaci anti-TNF-a verrà condotta fino al 2011.
La misura di esito principale è stata l’Hazard Ratio (HR) degli episodi di herpes zoster associati a trattamento con farmaci anti-TNF a. Lo studio è stato disegnato con l’intento di rilevare una differenza clinicamente significativa (HR 2,0) tra la classe degli anti-TNF a confrontata ai DMARD e, nel caso di differenti profili di rischio tra i biologici, un aumento del valore di HR di almeno 2,5 per gli anticorpi monoclonali e le proteine di fusione rispetto ai DMARD. Complessivamente, sono stati inclusi
nell’analisi 5040 pazienti. Al momento dell’inclusione
nello studio, i soggetti trattati con anti-TNF-a differivano significativamente
dai controlli per età, durata della malattia, positività
al fattore reumatoide, stato funzionale, numero di pregresse insufficienze
terapeutiche con DMARD, maggiore attività della malattia. Dopo aggiustamento per età,
gravità dell’artrite reumatoide e uso di glucorticoidi,
è stato osservato un significativo aumento del rischio con
infliximab e adalimumab (HR 1,82; 1,05-3,15), anche se inferiore alla
soglia della significatività clinica di 2,5. Non sono state
evidenziate associazioni significative né con etanercept (HR
1,36; 0,73-2,55) né con gli anti-TNF a come classe terapeutica
(HR 1,63; 0,97-2,74). L’associazione con uso di glucocorticoidi
a dosi =10 mg è rimasta significativa, anche dopo aggiustamento
per età e gravità dalla patologia. Gli autori dello studio riconoscono
alcuni limiti dell’analisi, quali la scarsa numerosità
del campione ed il periodo di follow-up troppo breve.
Conflitto di interesse: lo studio è stato supportato da finanziamenti di varie ditte farmaceutiche. Parole chiave: farmaci anti-TNF-a, herpes zoster, studio osservazionale. Riferimento bibliografico
Al contrario delle revisioni sistematiche
effettuate in precedenza, in cui non sono stati presi in considerazione
gli analoghi dell’insulina a lunga durata d’azione nel
trattamento del diabete di tipo 1 e in quello gestazionale, questa
metanalisi ha valutato gli outcome associati all’utilizzo di
analoghi dell’insulina rapida e a lunga durata d’azione
nel trattamento del diabete di tipo 1 e 2 (adulti e bambini) e in
quello gestazionale. Gli outcome valutati erano rappresentati dalla concentrazione di HbA1c, ipoglicemia, qualità della vita, soddisfazione del paziente, complicanze del diabete (inclusa la mortalità) e gli effetti avversi. Sono stati analizzati i dati sull’ipoglicemia utilizzando il rischio relativo di sviluppare =1 episodio di ipoglicemia durante il periodo in studio; per la frequenza degli episodi è stato utilizzato il tasso di incidenza (cioè il numero di episodi per paziente per unità di tempo). Nell’analisi sono stati inclusi
68 RCT su analoghi dell’insulina rapida e 49 su analoghi a lunga
durata d’azione. Non sono stati identificati studi in bambini
con diabete di tipo 2 nè su analoghi a lunga durata d’azione
in donne diabetiche in stato di gravidanza. Negli adulti con diabete di tipo 1,
rispetto all’insulina umana regolare, l’uso di insulina
lispro ha determinato una riduzione marginale delle concentrazioni
di HbA1c (differenza media pesata–0,09%; 95% CI da –0,16%
a –0,02%), una riduzione del rischio di ipoglicemia severa (RR
0,80; 95% CI 0,67-0,96) ed una minore incidenza di ipoglicemia notturna
(0,51; 0,42-0,62). Per quanto riguarda l’ipoglicemia totale,
l’incidenza era simile tra i due gruppi. Negli studi condotti su adolescenti
e bambini con diabete di tipo 1, non sono state osservate differenze
statisticamente significative tra insulina lispro o aspart e insulina
umana regolare nè tra insulina glargina ed insuline convenzionali
ad azione intermedia. Per quanto riguarda i pazienti con
diabete di tipo 2, i trial di confronto tra insulina lispro o aspart
e insulina umana regolare non hanno evidenziato differenze statisticamente
significative in termini di HbA1c, ipoglicemia severa, notturna e
totale. Negli studi che hanno confrontato insulina detemir e insulina
protamina neutra di Hagedorn, i risultati erano simili tra i due gruppi,
tranne che per l’ipoglicemia notturna che risultava inferiore
con insulina detemir (0,66; 0,45-0,96), mentre nei casi in cui è
stato associato un ipoglicemizzante orale la differenza nell’HbA1c
era a favore dell’insulina protamina neutra di Hagedorn (differenza
media pesata 0,13%; 0,03%-0,22%). Come tutte le revisioni sistematiche,
anche questa metanalisi presenta alcuni limiti. L’eterogeneità
tra i vari studi, soprattutto per gli outcome relativi all’ipoglicemia,
potrebbe essere dovuta alle differenze in termini di caratteristiche
dei pazienti e di strategie di trattamento. Inoltre sono stati raccolti
separatamente i dati relativi all’HbA1c e all’ipoglicemia.
Quando il controllo glicemico è più aggressivo, può
essere meno probabile riscontrare differenze nell’HbA1c, mentre
è più probabile osservare benefici nell’ipoglicemia.
Non tenendo conto di questa correlazione, si può sottostimare
il beneficio che deriva dagli analoghi dell’insulina, anche
se i risultati di una recente metaregressione suggeriscono che l’aggiustamento
per i livelli di HbA1c non altera di molto la stima del rischio relativo
di ipoglicemia.
L’editoriale di accompagnamento sottolinea
l’importanza indiscutibile delle insuline nella terapia del
diabete. In particolare, le formulazioni a lunga ed intermedia durata
d’azione sono utili per ottenere livelli stabili di insulina,
in quanto mimano il rilascio fisiologico in misura maggiore rispetto
alle insuline convenzionali. Gli autori della metanalisi hanno riportato dati
relativi alle insuline in commercio in Canada. Tuttavia, in una
revisione Cochrane pubblicata nel 2006 (Siebenhofer A et al. Cochrane
Database Syst Rev 2006; 2: CD003287), relativa ad analoghi dell’insulina
rapida, è stata valutata l’insulina glulisina, che
rispetto all’insulina regolare non si è dimostrata
più efficace in termini di controllo glicemico o di riduzione
del rischio di ipoglicemia in pazienti con diabete di tipo 1. Tale
risultato è stato confermato da uno studio di confronto tra
questi due tipi di insulina in pazienti con diabete di tipo 2 (Rayman
G et al. Diabetes Res Clin Pract 2007; 76: 304-12). Conflitto di interesse: nessuno riportato per quanto riguarda gli autori della metanalisi. Gli autori dell’editoriale hanno dichiarato di aver effettuato studi per conto di Sanofi-Aventis, Eli Lilly e Novo Nordisk. Parole chiave: rapporto rischio/beneficio, analoghi dell’insulina, metanalisi. Riferimenti bibliografici
Migliorare il controllo glicemico al fine di prevenire o posticipare le complicanze microvascolari è un obiettivo di primaria importanza nei bambini e negli adolescenti con diabete di tipo 1. È stato proposto che la variabilità della glicemia, quando combinata ai livelli del HbA1C, è un indicatore sia del controllo glicemico sia del rischio di complicanze a lungo termine. L’insulina glargina è
un’insulina con un picco d’azione ridotto o assente
e con bassa variabilità di assorbimento. Il suo uso nell’ambito
di un regime ad iniezioni multiple giornaliere (IMG) ha permesso
di ottenere un buon controllo glicemico con meno ipoglicemia, rispetto
all’insulina NPH, in pazienti adulti con diabete di tipo 1
o di tipo 2. Un solo studio randomizzato importante ha valutato
l’efficacia di regimi a IMG a base di insulina glargina o
di insuline ad azione intermedia in pazienti pediatrici. Sono stati arruolati pazienti (n=175)
di età 9-17 anni con diabete di tipo 1 (da almeno 1 anno),
ad uno stadio di pubertà >=2 secondo Tanner, con un livello
del HbA1C 7,0%-9,5% e che praticavano almeno 2 iniezioni di insulina
al giorno oppure l’infusione sottocutanea continua di insulina.
Sono stati esclusi i pazienti che nei 3 mesi precedenti hanno avuto
chetoacidosi diabetica o che nei 12 mesi precedenti hanno avuto
>=2 episodi di ipoglicemia grave (es. un evento che ha richiesto
l’assistenza di un’altra persona e accompagnato o da
un livello di glucosio <36 mg/dl [<2,0 mmol/l] oppure da un
pronto recupero dopo assunzione di carboidrati, somministrazione
di glucosio ev o di glucagone). I pazienti hanno accettato di effettuare
l’auto-monitoraggio della glicemia almeno 4 volte al giorno.
Un sottogruppo di pazienti (insulina glargina n=74; insulina NPH/Lente
n=75) ha accettato di usare un sistema di monitoraggio continuo
che misurava le concentrazioni interstiziali del glucosio (continuous
glucose monitoring system; CGMS). Il glucosio interstiziale è
stato misurato per 3 giorni consecutivi nel corso di tre periodi
(settimana 0, settimana 12 e settimana 24). Il controllo glicemico
è stato realizzato valutando sia il livello di HbA1C al momento
dell’arruolamento e alle settimana 12 e 24 sia il tempo in
cui il valore dal CGMS era <70, <50, =40, >=250 e >=350
mg/dl (<3,89, <2,78, <=2,22 e >=13,88 e >=19,45 mmol/l).
I cambiamenti dei livelli della HbA1C rispetto al basale sono stati -0,25±0,14% e -0,05±0,13%, rispettivamente nel gruppo insulina glargina (n=76) e in quello insulina NPH/Lente (n=81); queste variazioni non sono risultate significative. Ciò nonostante, l’analisi delle misure effettuate ha rivelato che nei pazienti con livelli basali più elevati l’uso di insulina glargina ha prodotto una riduzione maggiore. Il numero di letture di livelli di glucosio <70 mg/dl per anno-paziente (<3,88 mmol/l) sono state 116,1 nel gruppo insulina glargina e 93,8 in quello insulina NPH/Lente (p=0,030); quelle <50 mg/dl (<2,78 mmol/l) 21 vs 20 (p=0,81), quelle <36 mg/dl (<2,00 mmol/l) 1,2 vs 1,7 (p=0,32), il numero gli episodi di ipoglicemia grave sono stati 0,20 vs 0,09 (p=0,18) e la percentuale di eventi avversi associati al trattamento sono stati 17,6% vs 8,9%; (p=0,12). Nel sottogruppo CGMS il cambiamento
medio aggiustato del livello del HbA1C tra il basale e l’end
point è stato -0,12% nel gruppo insulina glargina e -0,10%
in quello NPH/Lente (P=0,9250). Non sono state rilevate differenze
tra i due gruppi nei valori medi di glucosio sia nelle 24 h sia
in intervalli di 6 h nel corso della giornata. Le differenze tra i due gruppi nella
riduzione della media aggiustata del valore M non sono state statisticamente
significative; tuttavia, i pazienti trattati con insulina glargina
hanno mostrato una significativa riduzione del valore M, rispetto
al basale, alle settimane 12 (p=0,0309) e 24 (p=0,0048); il cambiamento
nel gruppo insulina NPH/Lente rispetto al basale non è stato
invece significativo né alla settimana 12 (p=0,8440) né
alla settimana 24 (p=0,7360). Confrontata alla terapia con insulina
NPH/lente, quella con insulina glargina ha ridotto, rispetto al
basale, il tempo trascorso a livelli di glucosio <70, <50,
<=40 mg/dl (<3,89, <2,78, <=2,22 mmol/l). Le differenze
dei cambiamenti medi aggiustati rispetto al basale sono risultate
statisticamente significative per i livelli di glucosio <50 mg/dl
(<2,78 mmol/l; p=0,0198) e <=40 mg/dl (<=2,22 mmol/l; p=0,0130).
Alla settimana 12, la terapia con insulina glargina ha ridotto significativamente
il tempo trascorso a livelli di glucosio >=250 e >=350 mg/dl
(>=13,88 e >=19,45 mmol/l; rispettivamente, p=0,0220 e p=0,0126);
alla settimana 24 differenze significative sono state rilevate per
livelli di glucosio >=250 mg/dl (>=13,88 mmol/l ; p=0,0347)
ma non per livelli >=350 mg/dl (>=19,45 mmol/l; p=0,0709).
Nel gruppo insulina NPH/Lente, il tempo trascorso a livelli di glucosio
>=350 mg/dl (>=19,45 mmol/l) o >=250 mg/dl (>=13,88
mmol/l) non è stato ridotto né alla settimana 12 né
a quella 24. Non è stata rilevata una differenza significativa
tra i due gruppi (p=0,1214-0,5523 per tutti i punti).
(*) Il valore M è un parametro predefinito utilizzato per valutare il controllo glicemico (Service et al. Diabetes Care, 1987;10: 225-237). Conflitto di interesse: uno degli autori ha dichiarato di avere rapporti professionali con aziende farmaceutiche. Il supporto editoriale per questo studio è stato fornito da un’azienda farmaceutica. Parole chiave: trial randomizzato, insulina glargina/insuline ad azione intermedia, adolescenti con diabete di tipo 1. Riferimento bibliografico
La revisione sistematica ha considerato
gli studi pubblicati fino al 30 Giugno 2008 su Medline, Embase, Cochrane
Database of Sistematic Reviews, documenti regolatori e registri dei
trial. Sono stati inclusi tutti i trial randomizzati e controllati
relativi ad un qualsiasi corticosteroide inalatorio (fluticasone,
budesonide e beclometasone) della durata di almeno 24 settimane. Tutti
i pazienti erano effetti da COPD; i gruppi a confronto erano trattati
o con corticosteroidi inalatori+beta-adrenergici a lunga durata d’azione
(long acting, LA) vs beta-adrenergici LA o con corticosteroidi inalatori
vs placebo; tutti i trial includevano la polmonite tra gli eventi
avversi. L’obiettivo primario dello studio
era la valutazione di tutti i casi di polmonite e di polmonite grave
correlati all’uso a lungo termine di CS inalatori nei pazienti
affetti da COPD. La revisione ha incluso 18 studi su un totale di 16.996 soggetti dei quali 8635 avevano ricevuto CS inalatori e 8361 una terapia di controllo. La durata dei trial variava da 24 settimane a 3 anni. Sei studi confrontavano CS inalatori vs placebo e sette CS inalatori + beta-adrenergici LA vs beta–adrenergici LA. Cinque trial comprendevano quattro bracci di trattamento composti da CS inalatori vs placebo e CS inalatori + beta-adrenergici LA vs beta–adrenergici LA. I CS inalatori rispetto ai controlli
sono stati associati ad un aumento significativo del rischio di polmonite
(7.4% vs 4.4%; RR 1.60; 95% CI 1.33-1.92, p<0.001) e di polmonite
grave (5.2% vs 3.1%; 1.71; 1.46-1.99, p<0.001) ma senza aumento
significativo della mortalità correlata a polmonite (0.5% vs
0.4%; 1.27; 0.80-2.03; p=0.31) o mortalità per tutte le cause
(6.1% vs 6.6%; 0.96; 0.86-1.08, p=0.51). I CS inalatori erano associati
ad un aumento significativo del rischio di polmonite grave quando
controllati vs placebo (5.5 % vs 3.1%; RR 1.81; 95% CI, 1.44-2.29,
p<0.001) o quando il trattamento combinato con beta adrenergici
LA veniva confrontato vs beta adrenergici LA (5.0% vs 3.0%; 1.68;
1.20-2.34, p=0.002).
Tali risultati sono più consistenti rispetto a quelli forniti da precedenti metanalisi basate su un numero troppo limitato di trial. Tuttavia, questa metanalisi presenta diversi limiti: i trial esaminati non riportavano una chiara definizione di polmonite e non richiedevano una conferma radiografica; molti studi non distinguevano la mortalità per tutte le causa da quella correlata alla polmonite; nove trial erano esposti a fattori di confondimento. Non è stata determinata la data di insorgenza della malattia, il rapporto dose-effetto, l’influenza dell’età, della massa corporea, dell’uso concomitante di CS sistemici, di fattori influenzali e se era stata praticata la vaccinazione antipneumococcica. Non è stato, inoltre, possibile valutare differenze tra i vari componenti della stessa classe sul rischio di polmonite. Nonostante i suddetti limiti, la metanalisi ha importanti implicazioni. I risultati riportati suggeriscono la possibilità di un rischio di polmonite associato all’uso a lungo termine di CS inalatori in pazienti con COPD. La patologia polmonare ostruttiva cronica rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di polmonite e conseguente ospedalizzazione. I pazienti affetti da COPD, inoltre, sono esposti ad un più alto rischio di mortalità. I medici dovrebbero, pertanto, monitorare i propri pazienti in trattamento con CS inalatori, perché i sintomi della polmonite sono molto simili a quelli di un’esacerbazione della COPD stessa. Conflitto di interesse: nessuno riportato. Parole chiave: corticosteroidi, COPD, metanalisi. Riferimento bibliografico
La tromboembolia venosa è una complicanza
ben nota del cancro ed è correlata alla produzione di una
gamma di fattori procoagulanti da parte dei tumori, ad alcune chemioterapie
e terapie ormonali, e all'uso di cateteri venosi centrali (CVC).
Evidenze di tromboembolia venosa sono stati riscontrate, all’esame
post-mortem, in circa il 50% del pazienti con cancro, ma questa
condizione rimane sotto-diagnosticata e sotto-trattata. L'uso dei
CVC per la chemioterapia per infusione è aumentato enormemente
negli ultimi dieci anni, come il riconoscimento delle trombosi catetere-correlate.
Finora, i trial sulla tromboprofilassi eseguiti su pazienti adulti
con tumore e sottoposti a chemioterapia somministrata con CVC non
hanno prodotto un chiaro consenso sul ruolo degli anticoagulanti.
Diverse definizioni di trombosi catetere-correlate e una non coerente
valutazione della tromboembolia venosa hanno reso difficili i confronti.
In questo studio è stato valutato se il warfarin riduce la trombosi catetere-correlata rispetto al non uso del farmaco e se l’utilizzo di una dose di warfarin aggiustata fosse migliore di una dose fissa. Hanno partecipato alla sperimentazione
68 centri clinici nel Regno Unito con team infermieristici dedicati
alla cura dei cateteri. Tra ottobre 1999 e dicembre 2004 sono stati
reclutati 1590 pazienti. Il disegno sperimentale, basato
sul principio di incertezza, è stato strutturato in modo
da comprendere il parere clinico rilevato prima della conduzione
dello studio. L’outcome primario era la misura del tasso di eventi trombotici sintomatici catetere-correlati confermati radiologicamente cioè quelli che si sono verificati nel sistema venoso portante il catetere o emboli polmonari in pazienti che presentavano complicanze da catetere. Gli outcome secondari misurati sono stati: eventi trombotici non correlati al catetere (nel sistema arterioso, nel sistema venoso non portante il catetere, emboli polmonari in pazienti con complicanze non dovute a catetere), pervietà del catetere, eventi avversi connessi al warfarin (sanguinamento e aumento dell’INR), sopravvivenza globale, infezioni correlate al catetere, costi dei servizi relativi alla salute (non riportati in questo contesto). Tutte le trombosi sono state confermate radiologicamente con venografia, ecografia, o ventilazione-perfusione o TAC spirale e classificate come catetere-correlate o non da due sperimentatori che hanno lavorato in cieco. Sono state registrate come complicanze da CVC le trombosi sospette, ma non confermate radiologicamente. I principali episodi di sanguinamento sono stati definiti come intracranico, retroperitoneale, che richiedevano la trasfusione o il ricovero ospedaliero o fatale. L’aumento dell’INR è stato classificato come lieve (>2 e <5), moderato (>= 5 e <8) o grave (>= 8). Rispetto al braccio non trattato
con warfarin (n=404), il gruppo trattato con warfarin (n=408; 324
a dose fissa e 84 con dose aggiustata) non ha presentato una riduzione
del tasso di trombosi catetere-correlate (24 vs 24; RR 0,99; 0,57-1,72,
p=0,98). Tuttavia, rispetto alla dose fissa di warfarin (n=471),
la dose aggiustata (n=473) è risultata superiore per la prevenzione
delle trombosi catetere-correlate (13 vs 34; RR=0,38; 0,20-0,71,
p=0,002).
Parole chiave: profilassi, warfarin, catetere venoso centrale, studio randomizzato. Riferimento bibliografico
Ogni prescrizione di antibiotico presenta un rapporto rischio/beneficio, sia a livello individuale che di popolazione. I rischi della terapia antibiotica per il paziente sono ben conosciuti e includono ipersensibilità, interazioni con altri farmaci e alterazioni della flora batterica normalmente presente. Per effettuare un’analisi sull’antibioticoresistenza dal punto di vista della popolazione è necessario considerare come l’insieme delle azioni di ogni individuo nell’ambito della popolazione stessa possa causare un effetto misurabile sulla resistenza all’antibiotico. La somma delle prescrizioni costituisce un problema ecologico che può ridurre il successo di una terapia futura. In questo articolo gli autori forniscono una visione d’insieme su parte dell’abbondante letteratura che documenta questo effetto. Negli ultimi anni, la capacità di valutare la relazione esistente tra l’uso di antibiotici, la resistenza agli stessi e gli outcome di malattia è notevolmente migliorata. Molti studi supportano l’esistenza di una correlazione diretta tra l’aumentato uso di farmaci e l’incremento di resistenza sviluppata dai patogeni. Questi lavori sono stati identificati tramite una MEDLINE effettuata con le seguenti parole chiave: “antibiotic”, “resistance” e “utilization”, scegliendo gli articoli che valutavano l’associazione tra uso e resistenza antibiotica in intere popolazioni piuttosto che in singole istituzioni. Questi studi ecologici, che valutano sia l’uso che la resistenza a questi farmaci a livello di popolazione, dimostrano che la distribuzione spazio-temporale della resistenza è strettamente associata alla frequenza d’uso di specifiche classi di antibiotici. Essi mostrano una chiara associazione tra l’impiego di penicilline, macrolidi, fluorochinoloni e lo sviluppo di resistenza ai farmaci da parte di patogeni comuni, come lo Streptococcus pneumonite, e tra l’uso di fluorochinoloni e la resistenza all’Escherichia coli. La relazione tra l’uso di antibiotici e la resistenza soddisfa una logica sequenza temporale, è supportata da numerosi dati provenienti da studi di coorte e RCT ed è stata dimostrata anche a livello individuale. Inoltre, evidenze ecologiche supportano che un uso corretto degli antibiotici si traduce in un effetto positivo sullo sviluppo della resistenza: popolazioni che usano questi farmaci con prudenza ne traggono maggiori benefici. Un dato interessante è che non tutti i farmaci di una specifica classe mostrano la stessa potenza nell’indurre resistenza. Per esempio, l’azitromicina, a causa della sua lunga emivita (vantaggio per quanto riguarda la somministrazione), al termine della terapia rimane per lungo tempo nell’organismo a concentrazioni subinibitorie e pertanto induce più facilmente resistenza rispetto ad altri macrolidi con un’emivita minore. Non è semplice definire una relazione di causalità tra l’uso degli antibiotici e resistenza, tuttavia l’applicazione dei “Bradford Hill criteria” (criteri per la valutazione di fattori ambientali e relativi alla malattia) supporta fortemente questa tesi. Esiste un’effettiva specificità d’effetto, una sequenza logico-temporale di esposizione seguita dall’effetto e l’evidenza di un gradiente biologico o di una relazione dose-risposta. Questa relazione è plausibile sulla base di noti meccanismi biologici ed è coerente con altri effetti coinvolti nell’evoluzione. Inoltre, esistono evidenze sperimentali sia di laboratorio che cliniche che assicurano che questa ipotesi non sia interamente influenzata da fattori confondenti. I geni alla base dei meccanismi di resistenza
agli antibiotici sono molto diffusi in natura ed erano posseduti
dai batteri ancor prima che l’uomo scoprisse l’uso
di questi farmaci. L’antibiotico-terapia non è la sola fonte di pressione selettiva. Anche l’uso massivo di antibiotici in agricoltura, nelle industrie alimentari ed in medicina veterinaria sono motivi di preoccupazione, poiché potrebbe comportare la colonizzazione degli uomini da parte di organismi resistenti attraverso diverse vie. Ad esempio, residui di antibiotici presenti nella carne destinata all’alimentazione possono indurre la selezione di ceppi resistenti e l’eccesso di antibiotici provenienti dall’agricoltura e dalle industrie può indurre la selezione di organismi resistenti nell’ambiente, i quali possono successivamente diffondere la patologia o la resistenza agli uomini. Le prescrizioni di antibiotici per infezioni gravi
rappresentano una piccola frazione del totale, la maggioranza
riguarda infatti le otiti medie e le condizioni respiratorie acute
come faringiti, sinusiti, bronchiti, sindromi che tuttavia sono
quasi interamente causate da virus. Alcune revisioni e metanalisi
hanno concluso che il beneficio dell’uso di antibiotici
in queste condizioni è minimo o nullo. I pediatri ed i
medici di medicina generale hanno mostrato che curando queste
affezioni a livello sintomatico, considerando la prescrizione
antibiotica solo nel caso di persistenza dei sintomi oltre le
48 ore, la prescrizione di farmaci antimicrobici può essere
ridotta in sicurezza.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: antibioticoresistenza, studio osservazionale ecologico, uso degli antibiotici Riferimento bibliografico
Nello STEP-BD sono stati inclusi soggetti
di almeno 15 anni di età, con qualsiasi tipo di disordine bipolare
(tipo I, tipo II, non altrimenti specificato [NOS], disturbo ciclotimico
o disturbo bipolare schizoaffettivo), definito in base ai criteri
del DSM-IV (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders-quarta
versione), il cui reclutamento è stato effettuato in 22 centri
degli Stati Uniti fra novembre 1999 e luglio 2005. I risultati hanno evidenziato che,
fra le 7 categorie terapeutiche considerate, il numero medio±DS
dei farmaci assunti all’inizio dello STEP-BD era 2.21±1.41
(range 0-7). Dei 4035 partecipanti dello studio, 472 (12%) non assumevano
alcun farmaco fra quelli presi in esame, mentre 839 (21%) ne assumevano
uno, 1130 (28%) due, 883 (22%) tre e 711 (18%) ne utilizzavano >=4;
questi ultimi sono stati classificati come pazienti in politerapia
complessa. I risultati ottenuti hanno permesso
di delineare il profilo di quei pazienti esposti ad un maggior rischio
di incorrere in complesse politerapie farmacologiche. Si trattava
di pazienti che: 1) avevano utilizzato un antipsicotico atipico, 2)
avevano avuto >=6 episodi depressivi nell’arco della vita,
3) avevano tentato il suicidio; 4) avevano un reddito annuale di almeno
$ 75.000. Questo profilo corrispondeva ad un rischio di politerapie
complesse pari al 64%. Alla luce dei risultati ottenuti,
gli autori concludono che le politerapie complesse nel disturbo bipolare
sono più comuni in soggetti in trattamento con un antipsicotico
atipico e con pregressi episodi depressivi multipli ed almeno un episodio
di tentato suicidio. Al contrario, pazienti in trattamento con i tradizionali
farmaci stabilizzatori di membrana dell’umore (sali di litio,
divalproato o carbamazepina) incorrevano meno frequentemente in politerapie.
Questo studio naturalistico, quindi, sottolinea sia i limiti degli attuali trattamenti farmacologici per il disturbo bipolare sia la necessità di trial controllati per delineare quali politerapie possano essere maggiormente utili in pazienti bipolari e depressi con caratteristiche suicidiarie. Conflitto di interesse: gli autori dichiarano di avere ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: politerapia, disturbo bipolare, STEP-BD. Riferimento bibliografico
Il tè è ottenuto dalle foglie di Camellia sinensis (L.) Kuntze (Fam. Theaceae). I principali componenti chimici non fermentati contenuti nel tè sono i polifenoli (che costituiscono il 20% o più del peso secco), tra i quali i più comuni sono le catechine, principalmente epigallocatechina gallato (EGCG 5-12%) e epicatechina gallato (ECG 1- 5%). Il tè rappresenta anche una buona fonte di metilxantine, in forma di caffeina (2 – 5%) con quantità minori di teobromina e teofillina. Sulla base di potenziali effetti anti-obesità, il tè verde è stato commercializzato recentemente come integratore per il controllo del peso corporeo. Nell’Aprile 2003, l’azienda produttrice di Exolise (un estratto di tè verde contenente livelli elevati di EGCG) ha ritirato questo prodotto dal mercato poiché sospettato di aver causato danno epatico in 13 individui. Lo stesso prodotto è stato ritirato anche in Spagna per altri casi di epatotossicità. Nonostante la sospensione di Exolise dal mercato, sono stati immessi in commercio altri integratori a base di tè verde, e i casi di epatotossicità ad essi associati sono in aumento. Gli autori del lavoro, italiani tra cui anche ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità e funzionari dell’AIFA, hanno effettuato una revisione della letteratura relativa ai casi di sospetta epatotossicità associati al consumo di tè verde insieme con due nuovi casi segnalati al sistema di farmacovigilanza italiano sui prodotti naturali. La ricerca dei casi è stata condotta utilizzando la banca dati Medline, senza limiti temporali né di lingua (Inglese, Italiana, Francese, Spagnola e Tedesca). Due nuovi casi di epatite sono stati inseriti nel sistema di sorveglianza italiano delle reazioni avverse ai prodotti naturali impiegati per scopi terapeutici. Il sistema è stato creato dall’Istituto Superiore di Sanità nell’Aprile 2002 con lo scopo di identificare sospette reazioni avverse da qualsiasi prodotto fitoterapico non compreso nel Sistema Nazionale di Farmacovigilanza. La valutazione del rapporto causale dei due nuovi casi è stata attribuita secondo il metodo RUCAM (Danan G, Benichou C. J Clin Epidemiol 1993; 46:1323–330). Questo metodo è considerato il più appropriato per la valutazione del ruolo di una sostanza nello sviluppo delle reazioni avverse ai farmaci ed è stato standardizzato specificamente per valutare il danno epatico da farmaco. La ricerca bibliografica ha permesso di individuare 34 casi di epatite associata al consumo di preparazioni contenenti tè verde, tra il 1999 e l’ottobre 2008. Sei casi riguardavano individui di sesso maschile di età compresa tra 27 e 45 anni mentre 28 eventi erano riferiti a soggetti di sesso femminile tra i 19 e i 69 anni. Quindici pazienti avevano assunto prodotti contenenti solo tè verde (nove di questi assumevano Exolise) mentre gli altri avevano ingerito preparati contenenti anche altri prodotti di origine vegetale. Tutti gli integratori sono stati assunti per ridurre il peso corporeo. I test di laboratorio mostravano valori elevati di transaminasi (fino a 140 volte più alti del normale), livelli di fosfatasi alcalina che variavano fino a 8,3 volte più alti del normale, gamma-GT fino a 394 U/L e livelli di bilirubina fino a 25 volte superiori ai valori normali. In accordo con la scala RUCAM, il danno epatico in 32 casi è stato classificato come epatocellulare (62,50%), colestatico (18,75%) o misto (18,75%). Il tempo di insorgenza della reazione variava tra 4 giorni e 4 anni; comunque l’insorgenza era <=4 settimane nel 25% dei casi e <=3 mesi nel 70% dei casi. L’esame istologico, quando eseguito, mostrava reazioni infiammatorie, colestasi, a volte steatosi e necrosi. Le analisi sieriche mostravano risultati negativi per marker virologici quali epatite A, B o C in tutti i pazienti. Reazioni autoimmuni sono state generalmente escluse tramite gli esami negativi degli autoanticorpi. I fattori di rischio associati all’età erano presenti solo in 5 dei 34 soggetti. L’alcolismo è stato escluso in tutti i casi. In 15 casi, era riportato il consumo di altri farmaci (sia di origine sintetica che naturale) mentre in 7 l’assunzione di prodotti medicinali non era dichiarata. In 29 casi, la reazione è migliorata quando il consumo di preparati a base di prodotti naturali è stato sospeso (dechallenge positivo); in 4 casi il dechallenge non era riportato. La risoluzione dell’evento ha richiesto da 4 a 13 settimane; è stato registrato un decesso. Il rechallenge positivo è stato verificato in 7 casi. Gli autori dello studio hanno riportato i due nuovi casi segnalati al sistema di sorveglianza italiano dei prodotti naturali: Caso 1. Una donna di 81 anni è stata ricoverata in ospedale a causa di astenia grave, ittero, volto pallido, urine scure, nausea e vomito. Le è stata diagnosticata un’epatite tossica. I risultati dell’ecografia addominale hanno escluso alterazioni del parenchima epatico, dilatazione dei dotti biliari intra e extra epatici e alterazioni pancreatiche. Le analisi di laboratorio riportavano ALT 2368 U/L, AST 1996 U/L, PT/INR 47%/1.51, bilirubina totale 21.80 mg/dL, bilirubina diretta 12.10 mg/dL. La paziente ha dichiarato di aver assunto 1 compressa/die di un prodotto naturale (Epinerve) a base di estratto secco di tè verde con il 90% di EGCG, per un mese. Il prodotto era stato prescritto per il trattamento del glaucoma. La paziente assumeva da alcuni anni anche simvastatina 20 mg/die, butizide + potassio canreonato (1 compressa a giorni alterni). L’integratore dietetico è stato sospeso e il quadro clinico della paziente è migliorato. Dopo 3 mesi di follow-up il quadro clinico è risultato normale. In accordo con la scala RUCAM, il danno epatico è stato classificato come epatocellulare (punteggio 4 e causalità possibile). Caso 2. Una donna di 72 anni è stata ricoverata per ittero acuto. Le analisi di laboratorio mostravano valori elevati di bilirubina (bilirubina totale 18 mg/dL), degli indici di colestasi e delle transaminasi (AST e ALT >700 U/L). I marker serologici e virologici per i virus dell’epatite erano tutti negativi e anche gli anticorpi contro il cytomegalovirus e il virus Epstein-Barr. Gli autoanticorpi anti-nucleo, anti-mitocondrio e anti-muscolo liscio risultavano negativi. I valori di a1-antitripsina e ceruloplasmina rientravano nei valori normali. I risultati dell’ecografia addominale e della risonanza magnetica delle vie biliari escludevano un’ostruzione delle vie biliari. La biopsia epatica identificava un’epatite colestatica e una colangite granulomatosa. La storia medica della paziente al momento del ricovero non rilevava fattori di rischio per l’epatite. La paziente era affetta solo da ipertensione senza necessità di trattamento farmacologico. La paziente ha dichiarato di aver assunto due integratori dietetici: Epinerve (2 compresse/die) e Luteinofta (luteina 10 mg e vitamina E 12 mg, 1 compressa/die) per 3 mesi. I prodotti erano stati prescritti per il trattamento del glaucoma. Durante l’ospedalizzazione la paziente è stata trattata con acido ursodesossicolico 10 mg/kg e glutatione (GSH) per via endovenosa. I valori degli enzimi epatici si sono ridotti progressivamente fino alla norma al momento della dimissione. In accordo con la scala RUCAM, il danno epatico è stato classificato come epatocellulare (punteggio 5 e causalità possibile). Gli autori attribuiscono le reazioni epatiche sospette da tè verde alle catechine in esso contenute, in particolare alle EGCG. La biodisponibilità delle catechine è ridotta in seguito a somministrazione orale ma può aumentare fino a determinare livelli plasmatici tossici in condizioni particolari quali digiuno e somministrazioni ripetute. L’epatotossicità può essere attribuita alla capacità di EGCG o dei suoi metaboliti di indurre stress ossidativo nel fegato. Dato che la maggior parte dei casi di danno epatico
da tè verde è insorta in soggetti di sesso femminile,
può essere ipotizzata una suscettibilità del genere
femminile allo sviluppo di epatite da tè verde. In alcuni
casi può non essere escluso un meccanismo idiosincrasico
o un meccanismo immuno-allergico.
Parole chiave: epatotossicità, tè verde, catechine, fitovigilanza. Riferimenti bibliografici |
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SIF – FARMACI IN EVIDENZA n°32 del 15-03-2009 Registrazione
del Tribunale di Milano n° 710 del 27/11/2008 http://www.sifweb.org/farmaci/info_farmaci.php
Direttore Responsabile Prof Achille Caputi (Presidente SIF, Università di Messina)
Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.ssa
Elisa Benetti (Università di Torino) Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
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Ultimo aggiornamento: 15 Marzo 2009 |






