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CENTRO DI INFORMAZIONE SUL FARMACO della SOCIETA' ITALIANA DI FARMACOLOGIA |
Segreteria SIF: sifcese@comm2000.it
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Newsletter numero 33 del 01-04-2009
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Sommario o Leucoencefalopatia multifocale progressiva sviluppata in seguito a trattamento con rituximab in pazienti HIV-negativi: 57 casi osservati dal progetto RADAR (Research on Adverse Drug Event and Reports) o Uso materno di farmaci antipertensivi nei primi mesi di gravidanza ed esito della gravidanza, in particolare presenza di difetti congeniti cardiaci nei neonati o Metanalisi di confronti testa a testa fra gli antipsicotici di seconda generazione nel trattamento della schizofrenia o Effetti del trattamento con fenofibrato sul rischio di eventi cardiovascolari in 9795 pazienti con diabete di tipo 2 e diverse componenti della sindrome metabolica: studio FIELD (Fenofibrate Intervention and Event Lowering in Diabetes) o La riduzione della proteina C reattiva con un integratore a base di isoflavoni inverte la disfunzione endoteliale in pazienti con stroke ischemico o Effetto del temsirolimus versus l’interferone a nell’evoluzione dei pazienti con tumore renale avanzato con diversa istologia o Mepolizumab ed esacerbazioni dell’asma eosinofilo refrattario o Mepolizumab per l’asma prednisone-dipendente con eosinofilia nell’escreato - Dispositivi medici in evidenza - o Effetti di diversi dispositivi inalatori sulla durata degli attacchi acuti di asma nei bambini o Impatto di due differenti dispositivi emostatici sugli outcome dell’arteria radiale dopo cateterizzazione trans radiale o Impatto di dispositivi dentali sull’integrità dei neuro stimolatori o Bacchetta intramidollare
rivestita di antibiotici
Le donne trattate con successo mediante intervento chirurgico nei primi stadi del carcinoma della mammella soffrono spesso di sintomi vasomotori (es. vampate di calore) anche importanti a seguito della terapia adiuvante con tamoxifene, inibitori dell’aromatasi, analoghi del GnRH o chemioterapia. La terapia estrogenica convenzionale, da sola o in associazione a progestinici, è efficace nell’alleviare questa sintomatologia, ma è controindicata nelle pazienti con carcinoma della mammella, perché gli ormoni possono favorire le recidive della neoplasia. Un altro farmaco impiegato per ridurre i sintomi climaterici è il tibolone, uno steroide sintetico che si distingue, sia sotto il profilo farmacologico che clinico, dagli ormoni sessuali ma anch’esso controindicato nelle donne con carcinoma della mammella. Studi osservazionali hanno infatti evidenziato il rischio di questa neoplasia in associazione al tibolone. Fino ad oggi, è stato condotto un solo RCT verso placebo (Cummings SR et al. N Engl J Med 2008; 359: 697-708) per stabilire il rischio cancerogeno legato al tibolone in donne anziane affette da osteoporosi (l’end point primario era il rischio di fratture vertebrali). L’incidenza di carcinoma della mammella, confermata da una valutazione indipendente, è stata significativamente ridotta dopo 3 anni di trattamento con tibolone rispetto a placebo (HR 0,32; IC 95% 0,13-0,80). Tuttavia, i dati sull’uso di tibolone in donne con carcinoma della mammella sono scarsi. Lo studio LIBERATE, un RCT in doppio
cieco placebo-controllato, è stato disegnato per valutare
efficacia e sicurezza (in termini di rischio di recidiva di cancro
alla mammella) di tibolone in donne <75 anni con disturbi del
climaterio, sottoposte ad intervento chirurgico (nei 5 anni precedenti)
per un carcinoma della mammella (T1-3N0-2M0) confermato istologicamente.
L’end point primario dello studio era mostrare la non inferiorità di tibolone rispetto a placebo nella recidiva di carcinoma della mammella (compreso il coinvolgimento della mammella controlaterale). Gli end point secondari erano mortalità, sintomi vasomotori, densità minerale ossea (BMD) e qualità della vita correlata allo stato di salute. In un sottogruppo di pazienti (n=763;
i centri considerati sono stati solo 15 per motivi logistici) sono
stati registrati dati relativi a numero e gravità dei sintomi
vasomotori per tutta la durata dello studio BMD delle vertebre lombari
(L1-L4) e del femore prossimale sinistro al basale ed a 104 settimane;
la qualità di vita è stata valutata alle settimane
13, 26, 52, 78, 104 e poi ogni anno, usando il Women’s Health
Questionnaire (WHQ) (n=883, 8 centri). Alle visite di follow-up,
programmate ogni 6 mesi, le pazienti venivano sottoposte ad esame
obiettivo, visita senologica e ginecologica, mammografia, esami
del sangue e venivano registrati i dati su sintomi vasomotori, parametri
vitali, farmaci concomitanti, episodi di emorragie vaginali ed eventi
avversi. In caso di metrorragie persistenti, veniva richiesta una
biopsia endometriale ed in caso di iperplasia o neoplasia il farmaco
veniva interrotto e la paziente trattata di conseguenza. Un Data and Safety Monitoring Board
(DSMB) indipendente valutava la sicurezza rivedendo tutti i dati
(senza cecità) ogni 6 mesi, per stabilire se lo studio poteva
essere continuato o doveva essere modificato od interrotto. Lo studio LIBERATE è stato
avviato nel giugno 2002, ma è stato interrotto prematuramente
nel luglio 2007, in quanto nel marzo dello stesso anno, il DSMB
aveva rilevato un eccesso di recidive di carcinoma della mammella
nel gruppo randomizzato a tibolone. Nella popolazione intention-to-treat,
le recidive sono state riportate e confermate in 402 pazienti: 237
(15,2%) nel gruppo tibolone e 165 (10,7%) in quello placebo (HR
1,40 [IC 95% 1,14-1,70]; p=0,001), similmente a quanto riscontrato
nella popolazione per protocol (209 [16•7%] nel gruppo tibolone
vs 138 [11•4%] del placebo; HR 1,44 [IC 95% 1,16-1,79]; p=0,0009).
Durante lo studio, 19 donne (1,2%) sono decedute nel gruppo trattato con tibolone vs 20 (1,3%) del gruppo placebo (HR 0,94 [IC 95% 0,50-1,76]; p=0,844). Se si considera il periodo successivo al termine del trial fino alla chiusura del database, si sono verificati 72 decessi (4,6%) nel gruppo tibolone vs 63 (4,0%) nel gruppo placebo (HR 1,12 [IC 95% 0,80-1,57]; p=0,509). Di questi, hanno avuto diagnosi di recidiva del tumore alla mammella 54 donne (75%) del gruppo tibolone e 49 (78%) del placebo; le rimanenti cause di morte erano soprattutto di tipo cardiovascolare. Non sono state rilevate differenze
significative tra i 2 gruppi nell’incidenza di eventi avversi
(85,2% per il tibolone vs 82,5% con placebo), eventi avversi gravi
(20,5% per il tibolone vs 19,1% con placebo) ed eventi avversi che
hanno portato all’interruzione del trial (8,1% per il tibolone
vs 7,2% con placebo). Una frattura clinica (soprattutto al polso)
è stata riportata come evento avverso nel 3,8% del gruppo
trattato con tibolone e nel 4,9% del placebo (p=0,137). La riduzione del numero giornaliero
di vampate è stata maggiore con tibolone alle settimane 4
(p=0,004), 8 (p<0,0001) e 12 (p<0,0001). Nel sottogruppo altamente
sintomatico, il tibolone ha determinato significative riduzioni
del numero di vampate giornaliere dal basale alle settimane 8 (p=0,002)
e 12 (p<0,0001). Alla 12.ma settimana, le variazioni medie rispetto
al basale erano di -5,4 (DS 4,7) per il tibolone vs -3,2 (3,4) del
placebo (p<0,0001).
All’avvio del trial, il 66,8% delle donne assumeva tamoxifene ed il 6,5% inibitori dell’aromatasi: il tibolone potrebbe aver interferito con l’azione protettiva di questi farmaci, soprattutto con gli inibitori dell’aromatasi rispetto a tamoxifene (HR 2,42 [IC 95% 1,01-5,79; p=0,047] vs HR 1,25 [IC 95% 0,98-1,59; p=0,076]). La spiegazione più probabile è che il tibolone eserciti un effetto estrogenico su metastasi occulte e silenti di carcinoma della mammella; tale effetto sembrerebbe confermato dalla maggiore incidenza di recidive in donne con una neoplasia positiva al recettore per gli estrogeni, anche se studi preclinici e clinici in donne sane sembrano indicare un effetto non estrogenico sul seno. Lo studio non è stato in grado di identificare
sottogruppi di pazienti che potrebbero trarre beneficio dal tibolone,
per esempio donne con rischio molto basso o nullo di recidiva,
non ha individuato fattori di rischio per il carcinoma della mammella
(es. familiarità, Gail-model score) e non ha fornito un’accurata
classificazione istopatologia dei tumori primitivi.
L’editoriale di accompagnamento legge i risultati del LIBERATE alla luce di altri studi. Infatti, l’effetto del tibolone sulla recidiva di carcinoma della mammella è stato riportato anche dallo studio HABITS (Holmberg L et al. J Natl Cancer Inst 2008; 100: 475-82), in cui donne con anamnesi positiva per carcinoma della mammella sono state randomizzate a ricevere una terapia ormonale sostitutiva od un trattamento non ormonale. Le donne trattate con terapia ormonale hanno avuto maggiori probabilità di un evento neoplastico (HR 2,4 [IC 95% 1,3-4,2]), risultato che contrasta con lo studio Stockholm (Von Schoultz E et al. J Natl Cancer Inst 2005; 97: 533-5) che non aveva invece riscontrato un’associazione tra terapia ormonale in menopausa ed aumento del rischio di recidiva in pazienti con anamnesi positiva per carcinoma della mammella. Non è chiaro come lo studio Stockholm abbia ottenuto questi risultati, che potrebbero essere il riflesso di un differente approccio alla terapia ormonale e di una popolazione diversa rispetto a quella dello studio HABITS, il quale però consolida la convinzione che la terapia ormonale sostitutiva dovrebbe essere evitata in pazienti con storia di carcinoma della mammella. Si sperava che il tibolone potesse essere un’alternativa
sicura alla terapia ormonale sostitutiva, ma il suo impiego si
è ridotto dopo la pubblicazione dei risultati iniziali
del Women’s Health Initiative (JAMA 2002; 288: 321-3) che
hanno dimostrato un aumento del rischio di carcinoma della mammella
a seguito di prescrizione di estrogeno+progesterone in donne sane
in post-menopausa (HR 1,26 [IC 95% 1,00-1,59] per la terapia ormonale
vs placebo). Il trial di Cummings ha dimostrato che in donne in
post-menopausa con ridotta densità ossea il tibolone ha
ridotto il rischio di carcinoma invasivo della mammella (a dosi
dimezzate rispetto allo studio LIBERATE) rispetto a placebo (HR
0,32 [0,13-0,18]; p=0,02). Tuttavia, il Million Women Study (Lancet
2003; 362: 419-27) ha riferito un incremento significativo di
carcinoma della mammella in donne trattate con tibolone (RR 1,45;
[1,25-1,68]).
Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dalla Schering-Plough. Parole chiave: tibolone, carcinoma della mammella, RCT. Riferimenti bibliografici
Nel 2006 e nel 2007, FDA, EMEA, WHO e azienda produttrice di rituximab hanno diffuso delle comunicazioni sulla sicurezza del farmaco, in seguito al rilevamento di due casi di PML in pazienti affetti da lupus eritemato sistemico, trattati con rituximab e altri immunosoppressori. Nel settembre 2008, l’FDA e l’azienda produttrice di rituximab hanno pubblicato delle “Dear Healthcare Professional letter” che riportavano un terzo caso fatale di PML in un paziente affetto da artrite reumatoide sviluppata 18 mesi dopo l’inizio della terapia con rituximab, corticosteroidi e metotressato. Questo studio descrive 57 casi di
pazienti HIV-negativi che hanno sviluppato PML in seguito al trattamento
con rituximab nell’ambito del progetto RADAR. Il progetto RADAR
è costituito da un team multidisciplinare sostenuto dall’NIH,
guidato da ematologi e oncologi ed è focalizzato sull’identificazione,
la valutazione e la divulgazione di informazioni che descrivono eventi
avversi rari e potenzialmente fatali. L’età mediana dei 57 pazienti descritti era di 61 anni (range 30-89 anni). La diagnosi primaria comprendeva: disordine linfoproliferativo delle cellule B (52 pazienti), lupus eritematoso sistemico (2 pazienti), artrite reumatoide (1 paziente), pancitopenia autoimmune (1 paziente) e porpora trombocitopenica immune (1 paziente). Due pazienti con patologia linfoproliferativa delle cellule B avevano sviluppato anemia emolitica autoimmune. Sette pazienti affetti da malattia linfoproliferativa erano stati sottoposti a trapianto ematopoietico di cellule staminali (tre allogenico e quattro autotrapianto). Tra questi sette pazienti, uno aveva ricevuto la terapia con un analogo purinico e tutti erano stati trattati sia con farmaci alchilanti che con corticosteroidi. Un paziente aveva sviluppato una malattia linfoproliferativa dopo il trapianto renale. I 49 pazienti con PML, non sottoposti a trapianto in precedenza, erano stati trattati con analoghi purinici (46%), agenti alchilanti (81%) e corticosteroidi (75%). Un paziente affetto da linfoma non-Hodgkin (NHL) con anemia emolitica autoimmune aveva assunto in precedenza soltanto corticosteroidi e rituximab, un paziente con pancitopenia idiopatica autoimmune era stato trattato con corticosteroidi, azatioprina, e rituximab e un paziente affetto da porpora trombocitopenica immune aveva ricevuto corticosteroidi, danazolo, immunoglobuline per via endovenosa, azatioprina e romiplostim*. Le terapie effettuate in precedenza per i due pazienti con lupus eritematosus sistemico comprendevano corticosteroidi e farmaci antineoplastici mentre per il paziente con artrite reumatoide la terapia comprendeva corticosteroidi, metotressato, un chemioterapico contenente platino e un inibitore del TNF-a. La diagnosi di PML era preceduta da una mediana di sei dosi di rituximab (range 1-28 dosi). Il periodo di tempo mediano dalla prima somministrazione di rituximab alla diagnosi di PML era 16 mesi (range 1-90 mesi) mentre dall’ultima somministrazione di rituximab alla diagnosi di PML era di 5,5 mesi (range 0,3-66 mesi). I sintomi iniziali della PML comprendevano confusione/disorientamento (54% dei pazienti), emiparesi/debolezza motoria (33%), perdita di coordinazione motoria (25%), disturbi del linguaggio (21%) o della visione (18%). La diagnosi è stata confermata tramite risonanza magnetica e rilevamento del JCV nel CSF (54%) e dalla biopsia o autopsia nei rimanenti casi. Studi quantitativi su cellule T, disponibili per 14 pazienti, hanno identificato linfopenia CD4 (conta linfocitica CD4+ minore di 500 cellule/µL) (9 pazienti) o rapporti ridotti di CD4/CD8 (9 pazienti). Il periodo mediano fra l’ultima dose di rituximab e la diagnosi di PML era minore nei pazienti che avevano una conta linfocitica CD4+ <500 cellule/µL rispetto a quelli con valori superiori (3 vs 17 mesi). Un paziente trattato con rituximab che non aveva ricevuto in precedenza un trapianto ematopoietico di cellule staminali, analoghi purinici o farmaci alchilanti aveva una conta cellulare CD4+ e un rapporto CD4/CD8 normale. Campioni di midollo osseo fissati in paraffina ottenuti da tre pazienti precedentemente trattati con rituximab presentavano JCV rilevabile tramite PCR. L’incidenza dei casi fatali
è stata del 90%; 100% fra i casi di PML diagnosticati entro
tre mesi dall’ultima dose di rituximab contro l’84% dei
casi di PML diagnosticati più di tre mesi dopo l’ultima
dose di rituximab.
*Farmaco non in commercio in Italia Conflitto di interesse: lo studio è stato in parte finanziato da un fondo del National Cancer Institute. Due degli autori dichiarano di lavorare per l’ufficio pubbliche relazioni di Genentech (azienda produttrice di rituximab). Parole chiave: leucoencefalopatia multifocale progressiva (PML), rituximab, case series. Riferimento bibliografico
L’obiettivo dello studio è
stato quello di esaminare l'associazione tra uso materno degli ACE
inibitori o di altri antipertensivi e le malformazioni congenite neonatali,
utilizzando i dati del registro svedese delle nascite (Swedish Medical
Birth Register). I criteri di inclusione comprendevano: donne che avevano utilizzato antipertensivi con effetto simpaticolitico o attivi sulla muscolatura liscia delle arteriole, calcio-antagonisti, ACE-inibitori o antagonisti dell’angiotensina II, a prescindere dalla presenza di un codice di diagnosi di ipertensione cronica, e donne che avevano assunto beta bloccanti e che avevano avuto una diagnosi di ipertensione cronica al momento del parto. Quest'ultima restrizione era motivata dal fatto che questi farmaci sono ampiamente utilizzati per altre patologie, ad esempio, le aritmie cardiache e la profilassi dell’emicrania. Considerando le caratteristiche basali
delle donne, è stato rilevato che l'84% assumeva una sola categoria
di antipertensivi (il 65% utilizzava un beta bloccante), il 14% due
categorie, l’1,3% tre o quattro diversi gruppi di antipertensivi.
Come atteso, è stato riscontrato un elevato numero di diuretici e di ipolipemizzanti (questi ultimi usati di meno). L’impiego di anti-ulcera, corticosteroidi sistemici, farmaci per la tiroide, per l’emicrania e antidepressivi ha rilevato la presenza di comorbidità. Comunque, l'uso di ognuna di queste categorie di farmaci è stato evidenziato in meno del 5% di tutte le donne in trattamento con antipertensivi. Tra le 1.418 donne trattate con antipertensivi, 15 hanno avuto il distacco prematuro della placenta; il 33% di tutti i parti è avvenuto con taglio cesareo rispetto al 15% nella popolazione. L’OR aggiustato era 2,12 (95% CI 1.89-2.37). Un eccessivo numero di tagli cesarei permaneva anche in seguito ad un'analisi in termini di bambini nati a termine: il 26% dopo l'uso di antipertensivi rispetto al 14% della popolazione (OR 1.61, 95% CI 1.41-1.84). Considerando le caratteristiche dei bambini nati da donne che assumevano antipertensivi, tra i singoli parti c’è stato un marcato incremento di nascite pretermine, un basso peso alla nascita e una dimensione ridotta rispetto all'età gestazionale. Il rischio di malformazione congenita
aumentava significativamente fra i bambini le cui madri assumevano
antipertensivi nei primi mesi di gravidanza. La stima dell’OR
aumentava anche leggermente quando alcune comuni lievi e variabili
malformazioni registrate venivano escluse. Analizzando l’associazione tra
antipertensivi specifici e difetti cardiovascolari, il rischio era
inferiore quando veniva assunto 1 solo tipo di farmaco rispetto a
=2, ma la differenza poteva essere dovuta al caso. In questo lavoro, è stato possibile
dimostrare che nelle donne con ipertensione cronica vi è un
aumento del rischio di distacco prematuro della placenta, di parto
prematuro, con taglio cesareo e indotto. Gli effetti sui lattanti
come il basso peso alla nascita, la riduzione della crescita rispetto
all’età gestazionale e alcune diagnosi neonatali, dovrebbero
ancora essere verificate.
Le spiegazioni possibili sono diverse, tra cui la correlazione alla stessa malattia di base, l’ipertensione cronica che è il vero fattore rischio (Rey E, Couturier A Am J Obst Gynecol 1994; 181: 410–16) insieme all’altra ipotesi: l'antipertensivo potrebbe attraversare la placenta e alterare la circolazione fetale, portando ad un aumentato del rischio di difetto del setto. Tra i limiti dello studio la scarsa
disponibilità di informazioni sulla dose esatta e sulla durata
della terapia, sulla gravità dell’ipertensione, sia
prima dell’inizio del trattamento sia durante le prime fasi
della gravidanza, il monitoraggio dei livelli pressori nelle donne
trattate.
La scelta del trattamento farmacologico più
idoneo per la schizofrenia rimane ancora controverso. Gli antipsicotici
di seconda generazione, che causano meno effetti di tipo extrapiramidale,
sono stati introdotti negli anni ’90 e attualmente il dibattito
si focalizza sulla loro maggiore efficacia clinica rispetto ai meno
costosi principi attivi di prima generazione, come l’aloperidolo.
Questa metanalisi di trial randomizzati in cieco
nei quali è stato effettuato un confronto testa a testa fra
gli antipsicotici di seconda generazione, aveva l’obiettivo
di delineare quali fra questi farmaci fosse maggiormente efficace
nel trattamento della schizofrenia o dei disturbi correlati (schizoaffettivo,
schizofreniforme o disturbo delusionale). A fronte di 3620 citazioni, sono state selezionate 293 pubblicazioni relative a 78 studi, per un totale di 167 bracci rilevanti e 13558 pazienti: 9 studi includevano l’amisulpride, 4 l’aripiprazolo, 28 la clozapina, 48 l’olanzapina, 21 la quetiapina, 44 il risperidone, 2 il sertindolo, 9 lo ziprasidone e 2 la zotepina. Per quanto riguarda l’outcome primario
(PANSS total score) i risultati possono essere così schematizzati: Per quanto riguarda l’outcome secondario,
i risultati hanno evidenziato che un tasso sostanziale delle differenze
di efficacia erano da ricondurre ad un miglioramento dei sintomi
positivi, ad eccezione dell’olanzapina che in questo senso
non si è dimostrata più efficace del risperidone.
Al contrario, non sono state dimostrate differenze per i sintomi
negativi, ad eccezione della superiorità della quetiapina
quando confrontata alla clozapina in 2 piccoli studi cinesi sul
primo episodio di schizofrenia.
Conflitto di interesse: alcuni autori dichiarano di avere ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: metanalisi, antipsicotici di seconda generazione, schizofrenia. Riferimenti bibliografici
Tra febbraio 1998 e novembre 2000 sono stati reclutati in 63 centri in Austrialia, Nuova Zelanda e Finlandia, pazienti con diabete di tipo 2 ed età 50–75 anni. Al momento dell’arruolamento i partecipanti avevano una concentrazione di colesterolo HDL tra 3,0 e 6,5 mmol/l, un rapporto colesterolo totale/colesterolo HDL >=4,0, oppure una concentrazione plasmatica di trigliceridi tra 1,0 e 5,0 mmol/l e nessuna chiara indicazione per una terapie antidislipidemica né una terapia già in atto. Criteri di esclusione erano l’insufficienza renale (creatinina ematica >130 µmol/l), nota epatopatia cronica oppure malattie della cistifellea e un evento cardiovascolare nei 3 mesi precedenti l’arruolamento. I pazienti sono stati randomizzati a ricevere fenofibrato micronizzato (200 mg/die) o placebo (The FIELD investigators. Lancet 2005; 366: 1849-61). La prevalenza dei singoli componenti della sindrome metabolica, in accordo alle definizioni del National Cholesterol Education Program Adult Treatment Panel (ATP) III, è stata determinata come segue: 1) “aumentata pressione arteriosa” definita in base alla storia di ipertensione, all’uso documentato di farmaci antipertensivi oppure in presenza di valori medi della pressione arteriosa >=130/85 mmHg (misurati nel corso di tre visite); 2) “basso livello del colesterolo HDL” se in presenza di concentrazioni <1,03 mmol/l per gli uomoni e <1,29 mmol/l per le donne; 3) “elevato livello dei trigliceridi” se in presenza di concentrazioni >=1,7 mmol/l; 4) “aumentata circonferenza addominale” definita per misure >102 cm per gli uomini e >88 per le donne. La sindrome metabolica era presente quando almeno 3 caratteristiche (diabete di tipo 2 più almeno 2 altre caratteristiche della sindrome metabolica) erano presenti al momento dell’arruolamento. La dislipidemia è stata definita dalla combinazione di elevati livelli dei trigliceridi e bassi livelli del colesterolo HDL. La marcata ipertrigliceridemia e la marcata dislipidemia sono state definite, rispettivamente, in presenza di soli livelli dei trigliceridi >=2,3 mmol/l e in combinazione con bassi livelli del colesterolo HDL. Gli ECV comprendevano la morte per cause cardiovascolari, l’infarto del miocardio, lo stroke, la rivascolarizzazione coronarica o carotidea (The FIELD Investigators. Lancet 2005; 366: 1849-61). La percentuale degli ECV è stata misurata sia nei soggetti con ECV (n=2131) sia in quelli senza storia di ECV (n=7664), nei sottogruppi definiti in base alle caratteristiche della sindrome metabolica, negli uomini (n=6138) e nelle donne (n=3657). Un totale di 4103 soggetti su 4900 nel gruppo placebo e 4080 su 4895 in quello fenofibrato hanno soddisfatto i criteri per la definizione della sindrome metabolica, in gran parte per l’alta prevalenza delle misure di “aumentata pressione arteriosa” e di “aumentata circonferenza addominale” e soprattutto tra le donne. Bassi livelli plasmatici del colesterolo HDL o elevati livelli dei trigliceridi sono stati rilevati in oltre la metà dei partecipanti. La prevalenza di tutte le caratteristiche della sindrome metabolica è stata maggiore nelle donne. L’ipertrigliceridemia marcata è stata riscontrata in circa un 1/4 dei soggetti, combinata con bassi livelli del colesterolo HDL in circa 1/5. Nel gruppo con sindrome metabolica
la percentuale degli ECV a 5 anni è stata 14,5%, 11,3% in quello
senza sindrome metabolica (p\<0,0001). Tra gli individui con una
qualunque delle caratteristiche della sindrome metabolica, la percentuale
degli ECV è risultata simile a quella rilevata nell’intera
popolazione, variando dal 13,3% nel sottogruppo con elevata circonferenza
addominale al 15,4% in quello con elevati livelli dei trigliceridi.
Tuttavia, la presenza di ciascuna delle caratteristica della sindrome
metabolica, in aggiunta al diabete, ha comportato un rischio di ECV
cumulativo maggiore. Inoltre, la presenza delle caratteristiche della
sindrome metabolica previste dai criteri ATP III, rispetto alla loro
assenza (fatta eccezione per l’aumentata circonferenza addominale),
ha determinato un aumento del rischio assoluto di ECV a 5 anni del
3%. Gli individui con marcata dislipidemia hanno avuto il rischio
più alto di ECV (17,8%). Gli effetti del fenofibrato sono risultati maggiori in presenza di una marcata ipertrigliceridemia o di una marcata dislipidemia. Nei soggetti con marcata dislipidemia, il fenofibrato ha ridotto la percentuale di ECV del 30% nelle donne, del 24% negli uomini, del 40% in prevenzione primaria e del 12% in quella secondaria. L’effetto complessivo del fenofibrato in presenza di marcata dislipidemia è risultato maggiore rispetto a tutti gli altri gruppi: riduzione del rischio del 27% (HR aggiustato 0,73; CI 95% 0,58-0,91; p=0,005) nel gruppo con marcata dislipidemia, del 6% (HR aggiustato 0,94; CI 95% 0,83-1,06; p=0,321) negli altri gruppi. La riduzione assoluta del rischio nel gruppo con marcata dislipidemia è stata del 4,3% (dal 17,8% al 13,5%) rispetto allo 0,8% (dal 13,0% al 12,2%) in sua assenza. I livelli del colesterolo HDL (p=0,003),
la pressione arteriosa e i livelli dei trigliceridi (p=0,0004) hanno
contribuito in misura significativa ed in modo indipendente al rischio
di ECV aggiustato per età, genere, status cardiovascolare precedente,
livelli basali di HbA1C e di colesterolo HDL. Gli individui con bassi
livelli di colesterolo HDL hanno mostrato un aumento del rischio del
22% mentre quelli con alti livelli dei trigliceridi del 24%. L’effetto
della pressione arteriosa è risultata significativamente più
marcato nell’ambito della prevenzione primaria (aumento del
93%) rispetto a quella secondaria (aumento del 24%). L’aumento
della circonferenza addominale non ha avuto alcun effetto in questa
coorte. Dopo aggiustamento per tutte le variabili considerate è
risultato che il fenofibrato ha ridotto il rischio del 12% (p=0,026).
Parole chiave:
diabete e sindrome metabolica, fenofibrato, RCT.
I risultati provenienti da studi
epidemiologici che hanno dimostrato una incidenza più bassa
di eventi cardiovascolari in popolazioni con elevato consumo di
legumi, frutta e vegetali, hanno suscitato un grande interesse nei
confronti del potenziale ruolo di derivati polifenolici di origine
vegetale nella prevenzione delle malattie cardiovascolari.
Sotto il profilo biochimico, diverse famiglie di polifenoli sono state riconosciute come sottoclassi di fitoestrogeni e flavonoidi. I fitoestrogeni si trovano soprattutto in legumi come la soia. Studi sperimentali ne hanno evidenziato la versatilità di azione (effetto antiossidante, ipocolesterolemizzante, vasodilatatore, modulante sulla funzione piastrinica). Questi effetti, in aggiunta all’attività agonista parziale degli estrogeni, potrebbero costituire il potenziale meccanismo per la protezione cardiovascolare. Uno studio recente ha dimostrato che un consumo più elevato di isoflavone, una classe di fitoestrogeni, è associato ad una migliore funzionalità dell’endotelio vascolare e a una minore presenza di aterosclerosi carotidea in pazienti ad elevato rischio cardiovascolare. A fronte di studi condotti in soggetti sani, non esistono ad oggi evidenze documentate di un effetto cardiovascolare dell’isoflavone in pazienti con aterosclerosi e disfunzione endoteliale. Non è inoltre stato chiarito se l’isoflavone possa fornire un beneficio aggiuntivo in pazienti già in trattamento con trattamenti tradizionali. Sulla scorta di queste osservazioni, è
stato condotto uno studio per valutare l’effetto dell’integrazione
di isoflavone per 12 settimane sulla dilatazione flusso-mediata
dell’arteria brachiale (flow-mediated dilatation, FMD) in
pazienti con aterosclerosi clinicamente manifesta e funzione endoteliale
alterata. I pazienti sono stati randomizzati a ricevere 80 mg/die di isoflavone o placebo per 12 settimane. Un ecodoppler vascolare è stato eseguito al basale e a 12 settimane. Ad ogni visita, venivano misurate pressione arteriosa, frequenza cardiaca, creatininemia, lipidemia, glicemia, insulinemia, HbA1c, proteina C reattiva e concentrazione ematica di superossido dismutasi, 8-isoprostano e malondialdeide (per valutare lo stress ossidativo). La maggior parte dei pazienti aveva valori alterati
di FMD <3,7% al basale (81/102, 80%). Il diametro dell’arteria brachiale e l’aumento
del flusso ematico in risposta all’iperemia non hanno subito
modifiche significative dopo 12 settimane di trattamento (p>0,05).
Inoltre, l’effetto assoluto del trattamento con isoflavone
sulla FMD brachiale era inversamente correlata alla FMD al basale,
suggerendo che l’effetto benefico degli isoflavone fosse
più marcato in pazienti con disfunzione endoteliale maggiore.
Sono state effettuate analisi per sottogruppi per evidenziare
gli effetti di isoflavone in fumatori vs non fumatori e diabetici
vs non diabetici. L’effetto su FMD è stato osservato
solo nei fumatori e negli ex fumatori (effetto del trattamento:
1,0%; 0,0-1,9; p=0,045) e non nei non fumatori (p>0,05). I risultati di questo studio dimostrano che l’integrazione con isoflavone 80 mg/die migliora la funzionalità endoteliale, la cui alterazione si correla ad outcome cardiovascolari sfavorevoli nei pazienti cardiopatici. Si ipotizza quindi un effetto di protezione vascolare nei pazienti con aterosclerosi accertata, in assenza tuttavia di un effetto sui fattori di rischio convenzionali come pressione arteriosa, profilo lipidico e glicemico. In questo studio, l’effetto assoluto su
FMD (˜ 1%) dell’isoflavone è molto più
piccolo di quello osservato in studi precedenti condotti soprattutto
su donne sane in post-menopausa, in cui il deficit estrogenico
potrebbe aver influenzato la risposta e non rappresenta comunque
un prerequisito per spiegare un effetto positivo nei cardiopatici.
Nei pazienti dello studio la risposta minore potrebbe essere la
conseguenza di un’alterata sintesi endoteliale di nitrossido.
Parole chiave: isoflavone della soia, proteina C reattiva, disfunzione endoteliale. Riferimenti bibliografici
L’unica terapia sistemica disponibile fino
a pochi anni fa era di tipo immunofarmacologico, ed utilizzava
citochine, interferone a (IFN) e interleuchina (IL) 2, in monoterapia
o in combinazione. L’efficacia di questi trattamenti è,
tuttavia, limitata (la mediana di sopravvivenza è compresa
fra 12 e 16.5 mesi) e sono farmaci ad elevato rischio di tossicità.
Inoltre, l’immunoterapia è riservata al RCC a cellule
chiare, a causa dell’assenza di risposta negli altri istotipi
tumorali. Lo studio ARCC è di fase III, randomizzato, in aperto, in cui è stato confrontato l’effetto di IFN in monoterapia, del temsirolimus in monoterapia e della combinazione temsirolimus/IFN in pazienti con RCC avanzato non trattati precedentemente e che presentavano almeno tre dei sei seguenti fattori di rischio prognostici: 1. meno di un anno in dalla diagnosi; 2. indice di Karnofsky tra 60 e 70*; 3. emoglobina più bassa del limite inferiore normale, 4. livelli di calcio corretti maggiori di 10 mg/dl; 5. lattato deidrogenasi oltre 1,5 volte il limite superiore normale; 6. più di un organo interessato da metastasi. Altri criteri di inclusione sono stati: tumore misurabile secondo i criteri RECIST** e adeguate funzioni degli altri organi e del midollo osseo. I pazienti sono stati stratificati in accordo alla localizzazione geografica dei centri coinvolti (Stati Uniti, Ovest-Europa, Australia e Canada; oppure Pacific-Asia, Est Europa, Africa e SudAmerica) e se avevano subito o meno la nefrectomia. I pazienti sono stati randomizzati ad uno dei tre gruppi per ciascuna stratificazione: a) il braccio IFN (n=206) ha ricevuto IFN alla dose iniziale di 3 milioni di unità (MU) sottocute 3 v/settimana nella prima settimana, aumentato poi a 9 MU 3 v/settimana nella settimana successiva e a 18 MU 3v/settimana nella terza settimana e a seguire, se tollerato; b) il braccio temsirolimus (n=206) ha ricevuto 25 mg di temsirolimus 1v/settimana in infusione endovenosa (30 min). I pazienti sono stati premedicati (30 min prima dell’infusione di temsirolimus) per prevenire reazioni allergiche con somministrazione endovena di 25-50 mg di difenidramina o altri antagonisti dei recettori H1. Il trattamento è stato continuato fino alla comparsa di progressione della malattia, deterioramento sintomatologico o comparsa di eventi avversi; c) il braccio in combinazione ha ricevuto ogni settimana temsirolimus 15 mg endovena 1v/settimana associato a 6 MU di IFN 3v/settimana. Lo scopo dello studio era di valutare l’efficacia
del temsirolimus vs IFN in RCC a diversa istologia e quindi il
braccio con i farmaci in combinazione non è stato considerato. L’end point primario è stata la OS, definita come il tempo trascorso tra la randomizzazione e la morte del paziente. Sono stati anche valutati la PFS (definita come tempo trascorso tra la randomizzazione e la data della progressione della malattia o della morte), la risposta oggettiva ed i benefici clinici. I risultati hanno dimostrato che nel braccio temsirolimus il calcolo della mediana della OS non ha riportato differenze significative tra i pazienti con RCC a cellule chiare e quelli con RCC con altro istotipo (RCC a cellule chiare: 10.7 mesi, 95% CI 8,5-13,0; RCC con altro istotipo: 11.6 mesi, 95% CI 8,9-14,5). I pazienti nel braccio IFN con RCC con altro istotipo hanno invece dimostrato una mediana di OS più bassa rispetto ai pazienti con RCC a cellule chiare (RCC a cellule chiare: 8.2 mesi, 95% CI 6.6-10.4; RCC con altro istotipo: 4.3 mesi, 95% CI 3.2-7.3). Per i pazienti con RCC a cellule chiare, il rischio relativo (Hazard Ratio, HR) di morte nel trattamento con temsirolimus rispetto a IFN è stato 0.82 (95% CI 0,64-1,06) mentre, per i pazienti con RCC con altro istotipo, il HR è stato 0.49 (95% CI 0.29-0.85). Risultati simili sono stati ottenuti per quanto riguarda la PFS: RCC a cellule chiare, temsirolimus vs IFN, HR 0.76 (95% CI 0.60-0.97); RCC con altro istotipo, HR 0.38 (95% CI = 0.23, 0.62). In una sottoanalisi, è stato anche valutato, fra i RCC con altro istotipo, l’effetto del trattamento con temsirolimus nei RCC con prevalente istologia papillare (n=30 nel braccio IFN e n=25 nel braccio temsirolimus) rispetto a quelli senza componente papillare (n=177 nel braccio IFN e n=184 nel braccio temsirolimus). Nei pazienti con RCC a prevalente componente papillare, il HR del braccio temsirolimus vs il braccio IFN è stato 0,50 (95% CI 0.27-0.94), mentre nei pazienti con RCC senza componente papillare è stato 0.80 (95% CI 0.63-1.03). Per quanto riguarda le dimensioni del tumore, è stato osservato che nei pazienti in trattamento con temsirolimus, il 59% dei soggetti con RCC a cellule chiare ed il 68% dei pazienti con RCC con altro istotipo hanno dimostrato una riduzione delle dimensioni del tumore, mentre nel braccio IFN, questo è stato osservato nel 35% dei pazienti con RCC a cellule chiare e nel 14% dei pazienti con RCC con altro istotipo. Infine, i benefici clinici sono stati maggiori nel braccio con temsirolimus rispetto al braccio con IFN, indipendentemente dal tipo istologico (p=0.003 e p=0.002 nei RCC a cellule chiare e nei RCC con altro istotipo, rispettivamente). In conclusione, il trattamento con temsirolimus
è risultato efficace nei pazienti con RCC avanzato, indipendentemente
dall’istologia del tumore. L’efficacia del temsirolimus
vs IFN era migliore nei pazienti con RCC con altro istotipo, in
particolare nei RCC con prevalente componente papillare rispetto
ai RCC a cellule chiare e in quelli senza componente papillare.
*La scala o indice di Karnofsky Il Karnofsky Performance status (D. Karnofsky e J. Burchenal, 1947) misura la qualità di vita di un paziente oncologico o terminale. L’indice di Karnofsky è un indice “di attività” per la misurazione dei risultati dei trattamenti antitumorali: lo stato fisico del paziente, le prestazioni e la prognosi successiva all’intervento terapeutico. Tale indice è anche adatto per determinare l’idoneità del paziente alla terapia e consiste in un certo numero di domande da somministrare al paziente. A seconda delle risposte, la qualità di vita sarà espressa in percentuale rispetto ad un normale (100%) stato di salute: 100% : paziente in salute 90%: paziente con segni e sintomi tali da svolgere un'attività lavorativa normale 80%: paziente svolge attività normale con fatica 70%: paziente incapace di lavorare, può badare a se stesso 60%: paziente incapace di lavorare, richiede assistenza per camminare 50%: paziente richiede frequenti cure mediche e può stare alzato per più del 50% della giornata 40%: paziente inabile; richiede cure continue, allettato per più del 50% del giorno 30%: paziente con indicazioni al ricovero ospedaliero o ospedalizzazione a domicilio;supporto domiciliare intenso 20%: paziente con gravi compromissioni irreversibili di funzioni di =1 organo 10%: paziente moribondo ** RECIST: Response Evaluation Criteria In Solid Tumors è un elenco di criteri pubblicati nel 2000 da un gruppo internazionale di associazioni per la ricerca sul cancro (J Natl Cancer Inst 2000;92:205–16) che definiscono, in pazienti con tumori solidi sottoposti a terapia, il miglioramento, l’assenza di modificazioni o il peggioramento del quadro clinico. Una nuova versione di RECIST (RECIST 1.1) è stata pubblicata recentemente (Eur J Canc 2009; 45: 228-247). Nota Informativa Importante su temsirolimus Conflitto di interesse: il lavoro è stato finanziato da Wyeth Research, Collegeville, PA, USA. Parole chiave: temsirolimus/interferone a, tumore renale, RCT in aperto. Riferimento bibliografico
Lo studio, monocentrico, randomizzato, in doppio cieco, controllato vs placebo, a gruppi paralleli, condotto tra aprile 2006 e agosto 2008, ha arruolato pazienti >=18 anni con una diagnosi di asma basata su uno o più dei seguenti criteri: variabilità del picco massimo diurno del flusso espiratorio >20% nel corso di 14 giorni, un incremento di FEV1 >15% in seguito ad inalazione di 200 microg di salbutamolo e una riduzione del 20% di FEV1 in risposta ad una concentrazione provocatoria di metacolina per via inalatoria <8 mg/ml (PC20). I criteri di inclusione sono stati: una diagnosi di asma refrattario in accordo con i criteri dell’American Thoracic Society, un tasso di eosinofili nell’escreato >3% in almeno un’occasione nei 2 anni precedenti nonostante il trattamento con corticosteroidi ad alte dosi e almeno 2 esacerbazioni che hanno richiesto prednisolone nei 12 mesi precedenti. Criteri addizionali sono stati la necessità di un trattamento stabile e l’assenza di esacerbazioni per più di 6 settimane prima dell’arruolamento nello studio. I criteri di esclusione sono stati: il fumo, evidenze sierologiche di un’infezione parassitaria, una grave patologia concomitante, la possibilità di una gravidanza e la scarsa adesione al trattamento. Dopo 2 settimane di run-in, i pazienti
(n=61) sono stati sottoposti alla misurazione della PC20 basale e,
il giorno seguente, della frazione di ossido nitrico esalato (FENO),
quindi sono stati trattati per 2 settimane con prednisolone orale
alla dose di 0,5 mg/kg/die (dose massima 40 mg/die) al fine di valutare
la responsività dei sintomi, il FEV1 e la FENO in seguito al
trattamento con corticosteroidi orali e come la responsività
a questa terapia poteva essere influenzata dal mepolizumab. L’outcome primario è stato il numero di gravi esacerbazioni dell’asma per soggetto (periodi di deterioramento nel controllo dell’asma in soggetti trattati con alte dosi di prednisolone per almeno 5 giorni). Gli outcome secondari sono stati: variazioni del numero di eosinofili nei campioni di sangue e di escreato; FENO; FEV1 (% del valore previsto) dopo l’uso di broncodilatatori; PC20; punteggio di Asthma Quality of Life Questionnaire (AQLQ); punteggi sulle scale utilizzate per valutare i sintomi: Juniper Asthma Control Questionnaire (JACQ) e le Visual analogue scale relative a tosse, affanno e respiro ansimante; valutazione tramite TAC della geometria delle pareti delle vie aeree e, mediante broncoscopia, dell’infiammazione eosinofila delle stesse vie. Durante lo studio si sono verificate
57 esacerbazioni nel gruppo di pazienti in trattamento con mepolizumab
e 109 nel gruppo placebo. Il numero medio di esacerbazioni gravi per
soggetto è stato 2,0 nel gruppo mepolizumab e 3,4 in quello
placebo (RR 0,57, CI 95%, 0,32-0,92, p=0,02). Il 31% dei pazienti
che hanno assunto mepolizumab, rispetto al 16% di quelli trattati
con placebo, non ha manifestato esacerbazioni (p=0,23). Si sono verificati
3 ricoveri ospedalieri nel gruppo in trattamento con mepolizumab e
11 nel gruppo placebo (p=0,07), per un totale di giorni trascorsi
in ospedale significativamente minore nel primo gruppo di trattamento
(12 vs 48, p<0,001). La terapia con mepolizumab è stata
associata ad una significativa riduzione della conta eosinofila sia
nel sangue che nell’escreato. Nel sangue le variazioni dal basale
differivano tra i gruppi di un fattore 6,1 (95% CI, 4,1-8,9; p<0,001),
mentre nell’escreato di un fattore 3,7 (95% CI, 1,6-8,4; p=0,002).
Il miglioramento medio sulla scala AQLQ è stato 0,55 nel gruppo
mepolizumab e 0,19 nel gruppo placebo (CI 95%, 0,08-0,63, p=0,02).
Non ci sono state significative differenze tra i gruppi rispetto ai
sintomi, al FEV1 in seguito all’uso di broncodilatatori e all’iperresponsività
delle vie aeree. Gli autori ricordano che, data la
stretta selezione dei pazienti, non è possibile estrapolare
e generalizzare i risultati ottenuti ad una popolazione più
ampia. Sono necessari ulteriori studi al fine di chiarire i rischi
e i benefici del trattamento con mepolizumab in un’ampia popolazione
di pazienti.
(*) Il mepolizumab non è ancora commercializzato in Italia. L’EMEA, il 29 luglio 2004, ha dato parere favorevole per la designazione di farmaco orfano per il trattamento della sindrome ipereosinofila. Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dalla Glaxo-SmithKline; gli autori hanno ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: mepolizumab, esacerbazione dell’asma, infiammazione eosinofila, RCT. Riferimento bibliografico
L’infiammazione eosinofila è caratteristica
di alcune forme di asma e può essere una conseguenza dell’azione
dell’interleuchina-5. Lo scopo di questo studio, pubblicato
contestualmente all’articolo sopra riportato, è stato
quello di valutare il ruolo degli eosinofili nella patologia dell’asma
in un sottogruppo di pazienti con eosinofilia persistente nell’escreato
nonostante il trattamento orale con prednisone. Tra il gennaio 2005 e il luglio 2007 sono stati
arruolati 20 pazienti con asma che necessitavano per il controllo
dei sintomi di una terapia con prednisone orale e che, nonostante
questo trattamento, presentavano ancora una eosinofilia persistente
nell’escreato. Il reclutamento è stato effettuato
dai medici del Firestone Institute for Respiratory Health (Hamilton,
Ontario, Canada). Lo studio, randomizzato, in doppio cieco, a
gruppi paralleli, controllato vs placebo, ha avuto una durata
>26 settimane. Alla seconda settimana i pazienti, stratificati
in 2 gruppi di 10 in base alla dose di prednisone assunta (<10
mg o >=10 mg), sono stati randomizzati a mepolizumab (750 mg;
n=9) o a placebo (n=9), per via endovenosa, mediante un’infusione
di durata >30 minuti, alle settimane 2, 6, 10, 14 e 18. Gli outcome primari sono stati la percentuale
di pazienti con esacerbazione in ogni gruppo di trattamento e
la riduzione media della dose di prednisone espressa come percentuale
della massima riduzione possibile. Gli outcome secondari erano:
nella fase 1, la riduzione del numero di eosinofili nell’escreato
e nel sangue; nella fase 2, il tempo entro cui si verificava una
esacerbazione, la riduzione nel numero di eosinofili nell’escreato
e nel sangue, le variazioni di FEV1 e del punteggio della Likert
scale (scala che valuta la gravità della sintomatologia);
nella fase 3, la riduzione nel numero di eosinofili nell’escreato
e nel sangue, le variazioni di FEV1 e del punteggio della Likert
scale. Si sono verificate 12 esacerbazioni dell’
asma in 10 pazienti del gruppo placebo, 9 dei quali presentavano
eosinofili nell’escreato. In confronto, solo un paziente
del gruppo mepolizumab ha avuto un’esacerbazione e questa
non era associata alla presenza di eosinofili nell’escreato
(p=0,002). I tempi medi di esacerbazione sono stati di 20 e 12
settimane, rispettivamente per mepolizumab e placebo (p=0,003).
La dose di prednisone è stata ridotta di un valore medio
pari a 83,8 ± 33,4% della massima dose possibile nel gruppo
mepolizumab vs 47,7 ± 40,5% in quello placebo (p=0,04).
In termini assoluti la dose media di prednisone è stata
ridotta da 11,9 a 3,9 mg nel gruppo mepolizumab e da 10,7 a 6,4
mg in quello placebo (p=0,11). I risultati dimostrano che il trattamento con
mepolizumab consente una riduzione delle dosi di prednisone senza
lo sviluppo di esacerbazioni dell’asma.
Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dalla Glaxo-SmithKline; gli autori riportano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: mepolizumab, esacerbazione dell’asma, infiammazione eosinofila, prednisone. Riferimento bibliografico L’editoriale di accompagnamento
dei due studi sopra riportati, sottolinea come gli eosinofili, nel
corso degli anni, siano stati identificati come una delle tipologie
cellulari principalmente coinvolte nell’asma, il cui ruolo,
come “cellule effettrici” o “cellule spettatrici”,
non era ancora stato confermato fino alla pubblicazione di questi
due lavori. Questi due studi si basano su tre concetti principali:
1) l’inibizione dell’interleuchina 5 determina una riduzione
dell’infiammazione eosinofila, 2) non tutte le tipologie di
asma sono associate ad eosinofilia e 3) la riduzione degli eosinofili
è associata ad una ridotta frequenza delle esacerbazioni.
Nonostante i molti outcome misurati in questi studi, l’unico migliorato costantemente è stato la frequenza delle esacerbazioni; la riduzione selettiva degli eosinofili non ha infatti avuto effetto sugli outcome dell’asma quali il FEV1, i sintomi e il controllo della patologia. Inoltre, sebbene la terapia con mepolizumab migliori la qualità di vita del paziente, il miglioramento non è risultato clinicamente significativo. Infine l’editorialista propone di analizzare questi studi prendendo in considerazione gli outcome negativi della terapia con anti-interleuchina 5 in pazienti con una forma di asma più moderata e più tipica; in questi pazienti, infatti, i livelli di infiammazione eosinofila non hanno alcun effetto sugli outcome clinici. In conclusione l’editorialista sostiene che questi due studi confermano chiaramente che, in un sottogruppo di pazienti con asma eosinofila, gli eosinofili giocano un ruolo chiave nelle esacerbazioni e che in questa tipologia di pazienti la terapia con mepolizumab apporta benefici clinici. È da tenere però in considerazione che la maggior parte dei pazienti con asma non presenta eosinofilia e che il mepolizumab non ha effetti su altri fattori clinici e fisiologici al di fuori della riduzione della frequenza delle esacerbazioni. Questi dati aprono le porte all’analisi di altre tipologie cellulari e di altri mediatori coinvolti nell’asma. Riferimento bibliografico - Dispositivi medici in evidenza -
L’asma è una delle patologie più
frequenti nei bambini; il rilascio di farmaci per via inalatoria
aumenta l’efficacia del trattamento e ne diminuisce gli effetti
collaterali. I beta-agonisti rappresentano i farmaci di scelta per
ottenere la broncodilatazione negli attacchi acuti di asma. In molti bambini si preferisce il trattamento con puff (Metered Doser Inhaler, MDI) con un distanziatore, in quanto l’uso di inalatori di polvere secca (Dry Powder Inhaler, DPI) richiede respiri intensi, rapidi e profondi, mentre nei bambini che non cooperano vengono utilizzati altri dispositivi, tra cui i nebulizzatori che hanno una minore variazione nella dose rilasciata. In precedenza è stato evidenziato che, durante un’esacerbazione dell’asma, l’efficacia associata ad uso di MDI tramite distanziatori e nebulizzatori è sovrapponibile. L’obiettivo di questo studio osservazionale
è stato quello di valutare l’influenza del nebulizzatore
e del distanziatore sulla durata degli attacchi acuti nei casi in
cui il trattamento ambulatoriale con broncodilatatori viene proseguito
a casa. La severità dell’attacco acuto è stata valutata in base ad uno score clinico che includeva la valutazione di alcuni parametri (frequenza respiratoria, sibili, retrazioni e dispnea). Quando la severità peggiorava, lo score aumentava da 0 a 3 per ciascuna delle scale. Lo score variava da 0 (se non era presente alcun attacco) a 12 (se tutte le scale evidenziavano gli attacchi più severi). Rispetto al gruppo trattato con distanziatore,
l’età media dei bambini trattati con nebulizzatore
era 76,5±30,3 vs 83,1±25,1 mesi (p=0,26). Tra i due
gruppi non sono state osservate differenze statisticamente significative
nell’istruzione dei genitori. La terapia inalatoria rappresenta il cardine sia
del trattamento a lungo termine con corticosteroidi sia di quello
a breve termine con broncodilatatori. Rispetto alla terapia effettuata
in pronto soccorso, la differenza consiste nel fatto che a casa
il trattamento non è sotto la diretta supervisione degli
operatori sanitari. Il principale limite di questo studio è
rappresentato dalla mancanza di risultati spirometrici; tuttavia,
poichè erano inclusi bambini <6 anni, tale parametro potrebbe
non essere appropriato al confronto tra i gruppi. Un altro limite
è il numero limitato di pazienti inclusi nello studio.
Parole chiave: attacchi acuti di asma, nebulizzatori/distanziatori, bambini. Riferimento bibliografico
La più frequente complicanza della cateterizzzazione transradiale è l’occlusione dell’arteria radiale. Questo evento, sebbene non frequente e senza gravi conseguenze cliniche, limita la successiva utilità dell’arteria radiale quale sito d’accesso per procedure angiografiche e terapeutiche. Infatti, l’emostasi occlusiva e l’entrata ripetuta sono fattori di rischio di una successiva occlusione dell’arteria radiale. Di conseguenza, per raggiungere l’omeostasi, sono stati usati differenti dispositivi in grado di applicare una pressione locale al sito di entrata nell’arteria. Tuttavia, tra questi, per svariati dispositivi estemporanei, quali fasciature elastiche o nastri adesivi, dispositivi di origine industriale, non sono disponibili dati di confronto su efficacia e outcome. Lo studio in oggetto ha voluto confrontare l’effetto
di due sistemi per la compressione dell’arteria radiale, l’HemoBand™
(Terumo Medical Corp., New Jersey) vs il TR Band™ (Terumo
Medical) sugli outcome dell’arteria radiale dopo cateterizzazione
transradiale. Lo studio, condotto in USA, ha coinvolto 500 pazienti consecutivi sottoposti a cateterizzazione transradiale a scopo diagnostico: i primi 250, reclutati prima della disponibilità del TR Band™, hanno ricevuto una compressione locale con l’HemoBand™ (Gruppo I), gli altri 250 hanno ricevuto il TR Band™ (Gruppo II). La pervietà dell’arteria radiale è stata valutata all’applicazione del dispositivo e dopo 30 min, 60 min, 24 h, 30 giorni, utilizzando il Barbeau’s test. Un polsimetro da polso è stato posizionato sul dito indice; è stato osservato il segnale pletismografico la cui scomparsa è stata ottenuta comprimendo sia l’arteria radiale che ulnare. Quindi, rilasciando l’arteria radiale, l’assenza del ritorno del segnale pletismografico è stata interpretata come occlusione dell’arteria radiale, poi confermata ultrasonograficamente. Il ritorno del segnale pletismografico inseguito al rilascio dell’arteria ulnare è stato utilizzato come controllo. Inoltre, per il TR Band™ è stata registrata la pressione all’interno della camera di inflazione al basale e dopo 30 e 60 min. I due gruppi in studio erano simili per caratteristiche demografiche ed anamnestiche. L’incidenza di occlusione precoce (24 h)
e persistente (30 giorni) dell’arteria radiale è stata
rispettivamente dell’11,2% (n=28) e del 7,2% (n=18) nel Gruppo
I vs il 4,4% (n=11) e il 3,2% (n=8) nel Gruppo II (p<0,003 e
p<0,04), con una riduzione del rischio assoluta del 6,8% e del
4% e relativa del 60,71% e del 55,6%. Il numero di pazienti che
necessitavano di essere trattati (number needed to be treated –
NNT) con il TR Band™ per prevenire un’occlusione acuta
dell’arteria radiale è stato 15, mentre quello per
prevenire un occlusione cronica è stato 25. Gli autori evidenziano, quali limiti dello studio:
la non randomizzazione, la popolazione non era selezionata e la
scelta del dispositivo non è stata a discrezione dell’operatore
trattandosi di pazienti consecutivi; tutti i dati sono stati raccolti
prospetticamente; i pazienti erano sottoposti a cateterizzazione
cardiaca a scopo diagnostico eseguita con un catetere angiografico
4 Fr con l’ausilio di un introduttore 5 Fr, i dati quindi
non possono essere estrapolati ed estesi anche ad introduttori di
maggiori dimensioni.
Conflitto di interesse: l’autore dichiara di essere consulente della Medtronic Intervention e della Terumo Medical Corporation. Parole chiave: occlusione dell’arteria radiale, TR Band™ e HemoBand™, cateterizzazione trans radiale. Riferimento bibliografico
La qualità di vita di pazienti affetti da patologie invalidanti è migliorata grazie allo sviluppo e all’evoluzione dei dispositivi biotecnologici. Il funzionamento di questi dispositivi può tuttavia essere negativamente influenzato dalla presenza di fonti estranee di energia elettromagnetica, quali dispositivi dentali, pacemaker o impianti cocleari. La stimolazione del midollo spinale con l’impiego di neurostimolatori spinali (NS) è l’alternativa terapeutica per la cura del dolore cronico che offre i maggiori vantaggi in termini di costo-beneficio rispetto all’intervento chirurgico di fusione spinale. Il NS è composto da una serie di elettrodi disposti a paletta o filo, collegati tramite fili elettrici ad un generatore ad impulsi (IPG, costituito da mini-computer, ricetrasmettitore/antenna, generatore di elettricità e batteria). Scopo dello studio è stato valutare l’effetto sull’integrità di un NS indotto dall’interferenza elettromagnetica generata durante il funzionamento di diversi dispositivi dentali quali un tester elettronico di vitalità della polpa (EPT, Electronic Pulp Tester), un rilevatore apicale ed un’unità di elettrocoagulazione. Lo studio è stato eseguito su un cadavere fornito dal Dipartimento di Anatomia e Biologia Cellulare del Medical College of Georgia (Augusta, GA - USA) a cui è stata praticata un’incisione verticale mediana in corrispondenza dei processi spinosi posteriori a livello delle vertebre T12 e L1 con conseguente dissezione del tessuto sottocutaneo fino alla fascia lombo-dorsale. Con l’impiego di un ago (14-G Tuohy) all’interno dello spazio epidurale è stato inserito un filo guida la cui rimozione ha permesso il posizionamento di un sistema ad 8 elettrodi (Model #3778, Medtronic Mianneapolis, MN-USA) in corrispondenza delle vertebre T7-8. Sopra la natica è stata creata una tasca con profondità pari ad 1 cm per posizionare l’IPG a cui è stato connesso il filo dell’elettrodo, fatto arrivare dall’incisione spinale grazie all’impiego di un trocar. Entrambe le incisioni sono state poi suturate per piani. Per valutare l’impedenza del NS (resistenza <3600 ohms) è stato utilizzato un programmatore (Medtronic Envision Spinal Chord Neurostimulator Programmer, SCNP). Sono stati impiegati diversi dispositivi dentali e la corrente misurata dal NS è stata monitorata con il SCNP. In particolare sono state condotte 280 prove con due rilevatori di apice, usati da soli o in associazione, sui denti n.6 e 20 (rispettivamente n.13 e 35 nella Nomenclatura della Fédération Dentaire Internationale, FDI), 70 valutazioni con un’unità di elettrocoagulazione applicata sulla tonsilla palatina destra ed infine 490 prove con due EPT posizionati sullo smalto dei denti n.7 e 26 (rispettivamente n.12 e 42 nella Nomenclatura della FDI) o sulla dentina del dente n.6. Le 490 prove condotte hanno dimostrato che la probabilità di danneggiare il NS risultava pari a 0-5% per ogni tipo di tessuto trattato con ognuno dei dispositivi dentali impiegati. L’uso di un SCNP, per valutare il funzionamento del NS impiantato nel cadavere, e di un secondo SCNP, per controllare l’integrità del NS una volta rimosso dal cadavere, ha dimostrato che questo dispositivo rimane funzionale. Dispositivi che trasmettono segnali elettromagnetici
al NS risultano un potenziale pericolo. Infatti, l’impianto
non solo può subire un danno permanente che ne richiede la
sostituzione ma può anche rilasciare energia elettrica sufficiente
ad indurre necrosi cellulare con conseguente danno a midollo spinale
o nervi periferici.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: neurostimolatori, dispositivi dentali, interferenze elettromagnetiche. Riferimento bibliografico
La ricostruzione chirurgica per il salvataggio
dell’arto è un trattamento accettabile e spesso preferito
per pazienti candidati ad una potenziale amputazione ma, vista la
natura invasiva di queste tecniche chirurgiche, le complicanze,
soprattutto infettive, non sono rare e le infezioni ossee nel sito
di impianto possono avere conseguenze tremende per il paziente.
In questo lavoro viene descritta la tecnica chirurgica
usata per fabbricare e impiantare una bacchetta intramidollare in
polimetilmetacrilato (PMMA) impregnata con antibiotici. Sebbene l’esperienza limitata dell’autore,
il successo di questo trattamento è promettente.
Parole chiave: bacchetta intramidollare impregnata di antibiotici, amputazione dell’arto, case-report. Riferimento bibliografico |
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SIF – FARMACI IN EVIDENZA n°33 del 01-04-2009 Registrazione
del Tribunale di Milano n° 710 del 27/11/2008 http://www.sifweb.org/farmaci/info_farmaci.php
Direttore Responsabile Prof Achille Caputi (Presidente SIF, Università di Messina)
Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.ssa
Elisa Benetti (Università di Torino) Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
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Dott. Federico Casale
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Ultimo aggiornamento: 01 Aprile 2009 |






