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CENTRO DI INFORMAZIONE SUL FARMACO della SOCIETA' ITALIANA DI FARMACOLOGIA |
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Newsletter numero 35 del 01-05-2009
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Sommario o Riduzione della proteina C reattiva, del colesterolo LDL e del tasso di eventi cardiovascolari dopo l’inizio della terapia con rosuvastatina: uno studio prospettico nell’ambito dello studio JUPITER (Justification for the Use of statins in Prevention: an Intervention Trial Evaluating Rosuvastatin) o Rosuvastatina ed eventi cardiovascolari in pazienti sottoposti ad emodialisi: lo studio AURORA (A Study to Evaluate the Use of Rosuvastatin in Subjects on Regular Hemodialysis: an Assessment of Survival and Cardiovascular Events) o Efficacia dell’esomeprazolo nel trattamento dell’asma scarsamente controllato o Efficacia e sicurezza dell’antibioticoterapia a breve vs lungo termine nella sinusite batterica acuta: una metanalisi di studi randomizzati o Moxifloxacina versus etambutolo nel trattamento iniziale della tubercolosi: un trial di fase II, controllato, randomizzato e in doppio cieco o Effetti della terapia precoce versus terapia tardiva nell’HIV: lo studio NA-ACCORD (North American AIDS Cohort Collaboration on Research and Design) o Supplementi di vitamina A in età neonatale per la prevenzione di mortalità e morbilità nell’infanzia: una revisione sistematica di trial clinici controllati o Efficacia e sicurezza della terapia sostitutiva a base di nicotina nella riduzione assistita per smettere di fumare: revisione sistematica e metanalisi - Dispositivi medici in evidenza - o Allergia al lattice nei bambini: modalità e prevenzione o Stent medicati vs stent in soggetti di età superiore ai75 anni: qual è la strategia terapeutica migliore? Outcome di 460 pazienti dopo un anno di osservazione o Trattamento di
lesioni coronariche multiple con impianto simultaneo
di stent medicati e metallici: follow-up clinico e risultati angiografici
a medio termine
I glucocorticoidi sono dei farmaci fondamentali nel trattamento di molte malattie infiammatorie e immunomediate (Walsh LJ et al. BMJ 1996; 313: 344–46). Il loro uso cronico, tuttavia, si associa a diversi effetti collaterali quali perdita di consistenza ossea e aumento del rischio di fratture (van Staa TP et al. J Bone Miner Res 2000; 15: 993–1000), che diventa evidente dopo i primi tre mesi di trattamento. La terapia giornaliera a base di bifosfonati si è rivelata efficace nel trattare e prevenire l’osteoporosi indotta dai cortisonici (Cohen S et al. Arthritis Rheum 1999; 42: 2309–18; Reid DM et al. J Bone Miner Res 2000; 15: 1006–13; Saag KG et al. N Engl J Med 1998; 339: 292–99). Terapia giornaliera e settimanale sono comunque caratterizzate da un’aderenza non ottimale (Hamilton B et al. Osteoporos Int 2003;14: 259–62). Una scarsa aderenza o compliance alla terapia è stata già associata ad un aumento del rischio di fratture in donne con osteoporosi post-menopausale in trattamento con bifosfonati (Siris ES et al. Mayo Clin Proc 2006; 81: 1013–22; Briesacher BA et al. Bone 2007; 41: 882–87). Lo studio HORIZON, RCT della durata di 1 anno, multicentrico, in doppio cieco e doppio mascherato, è stato disegnato per stabilire la non inferiorità di una singola infusione endovenosa di acido zoledronico 5 mg rispetto al risedronato 5 mg/die nella prevenzione e nel trattamento dell’ostetoporosi indotta da cortisonici. Uomini e donne di età compresa
tra i 18 e gli 85 anni sono stati considerati eleggibili se in terapia
con almeno 7,5 mg/die di prednisolone (o con un altro cortisonico
di potenza equivalente) e se il periodo di trattamento previsto
con il farmaco era di almeno altri 12 mesi. Lo studio è stato
effettuato in 54 centri di 16 paesi e i pazienti sono stati selezionati
da due coorti: soggetti che avevano iniziato la terapia con i corticosteroidi
negli ultimi tre mesi (prevenzione) e pazienti in terapia da più
di tre mesi (trattamento). I soggetti sono stati randomizzati secondo un rapporto 1:1, in doppio cieco, a acido zoledronico 5 mg in 100 ml di infusione endovenosa di 15-20 min, in somministrazione unica il primo giorno dello studio o a risedronato 5 mg/die per via orale. Il follow-up era di 12 mesi. La densità ossea è
stata misurata a 6 e 12 mesi e calcolata come variazione percentuale
rispetto ai livelli osservati all’inclusione. La sicurezza è stata valutata
da un panel di esperti sui dati raccolti dagli investigatori durante
lo studio. In particolare sono stati valutati: effetti oculari,
osteonecrosi della mandibola, necrosi avascolare ossea, aritmie
cardiache (riportati come eventi gravi), deterioramento della funzionalità
renale, ritardata guarigione delle fratture, cause principali di
morte. Sono stati arruolati 545 pazienti
per il trattamento dell’osteoporosi indotta da cortisonici
e 288 in prevenzione. Complessivamente il 93% del totale dei soggetti
ha completato lo studio. Per l’end point primario il
criterio di non-inferiorità è stato raggiunto. Inoltre,
a 12 mesi l’acido zoledronico ha aumentato la densità
ossea lombare in misura maggiore rispetto al risedronato, sia come
trattamento (4.06% vs 2.71%, 95% CI 0.67-2.05) che in prevenzione
(2.60% vs 0.64%; 1.04-2.88)). Nello stesso periodo, l’acido
zoledronico ha significativamente incrementato la densità
minerale ossea del collo del femore, sia in trattamento (1.45% vs
0.39%; 0.32-1.79) che in prevenzione (1.45% vs -0.03%; 0.41-2.25).
Risultati simili sono stati riscontrati a livello del trocantere
e dell’anca, mentre a livello del radio distale l’acido
zolendronico si è dimostrato superiore al risedronato nel
gruppo in trattamento (0.85% vs 0.09%; 0.11-1.40) ma non in prevenzione
(0.06% vs 0.47%; da-1.17 a 0.34). Combinando i due gruppi, si è
notata una bassissima frequenza di nuove fratture vertebrali, sia
nei pazienti trattati con acido zoledronico (n=5) che con risedronato
(n=3). Gli eventi avversi sono stati più
frequenti con l’acido zoledronico rispetto al risedronato,
sia nel gruppo in prevenzione che in quello in trattamento. Tale
differenza era dovuta in gran parte a reazioni quali sindrome simil-influenzale
e iperpiressia, riportati con elevata frequenza nei primi 3 giorni
dopo la somministrazione del farmaco. La frequenza di reazioni avverse
gravi era sovrapponibile per entrambi i farmaci.
Le fratture, infatti, si manifestano anche in pazienti senza una riduzione consistente della mineralizzazione ossea, forse a causa di una possibile azione dei corticosteroidi su altre componenti della struttura ossea (Canalis E et al. Osteoporos Int 2007; 18: 1319–28). Ad oggi, nonostante gli ovvi vantaggi di una singola infusione annuale rispetto all’assunzione giornaliera di un bifosfonato, non è ancora definita la dose ottimale dell’acido zoledronico in questi pazienti, sia in termini di costo-efficacia che di sicurezza. Queste informazioni sono particolarmente importanti alla luce di un possibile effetto negativo della eccessiva soppressione a lungo termine del turnover osseo. L’editoriale mette inoltre in evidenza come il meccanismo dell’osteoporosi da cortisonici sia dovuto all’inibizione della formazione ossea, più che ad un aumento del suo riassorbimento, rendendo molto diversa l’osteoporosi da glucocorticoidi rispetto a quella post-menopausale (Weinstein RS et al. J Clin Invest 1998; 102: 274–82). Dato che i bifosfonati riducono il riassorbimento, non è ancora noto se possano essere considerati come i farmaci più adatti per trattare o prevenire questo tipo di osteoporosi. Di contro, sembra che i bifosfonati possano prevenire l’apoptosi di osteociti ed osteoblasti (Plotkin LI et al. J Biol Chem 2005; 280: 7317–25), incrementando la possibilità che parte della loro efficacia nella riduzione delle fratture in pazienti trattati con cortisonici possa essere dovuta ad un loro ruolo nella preservazione dell’integrità ossea. Conflitto di interesse: lo sponsor
(Novartis) ha partecipato alla strutturazione del disegno dello
studio, analisi ed interpretazione dei dati ed ha scritto il report
prodotto dal panel dei 13 esperti, di cui 6 erano rappresentanti
dello sponsor. Lo sponsor ha inoltre avuto la responsabilità
di raccogliere i dati e di effettuare i controlli di qualità.
Un comitato di esperti indipendenti si è incontrato due
volte all’anno per controllare come lo studio procedesse
e monitorare la sicurezza dei pazienti. Parole chiave: acido zoledronico/risedronato, osteoporosi da cortisonici, RCT. Riferimenti bibliografici
Per testare questa ipotesi è stata condotta un’analisi prospettica relativa a 15.548 soggetti inizialmente sani, arruolati nello studio JUPITER (87% della coorte) per valutare gli effetti di rosuvastatina 20 mg versus placebo sul tasso di infarto miocardico non fatale, stroke non fatale, ricovero per angina instabile, rivascolarizzazione arteriosa o decesso per cause cardiovascolari (end point predefiniti) durante un periodo di follow-up della durata massima di 5 anni (media 1,9 anni). I pazienti arruolati, di entrambi
i sessi, avevano concentrazioni di colesterolo LDL <3,37 mmol/L
(<130 mg/dl) con aumentato rischio per valori di hsCRP =2 mg/L.
Le concentrazioni di hsCRP e colesterolo LDL sono state dosate al
basale e successivamente ogni anno. Nel gruppo placebo, 106 (1%) soggetti hanno raggiunto i target di colesterolo LDL <1,8 mmol/L e hsCRP <2 mg/L. La rosuvastatina ha ridotto il colesterolo LDL in media del 50% (p<0,0001) e la hsCRP del 37% rispetto a placebo (p<0,0001), anche se non è stata riscontrata una forte correlazione tra i livelli raggiunti di colesterolo LDL e quelli di hsCRP (r=0,10), quindi meno del 2% della varianza nei valori di hsCRP può essere spiegata dalla varianza nei valori raggiunti di colesterolo LDL. Il trattamento con rosuvastatina ha
determinato una riduzione del 44% nell’end point primario (HR
0,56; CI 95% 0,46-0,69; p<0,0001). Non è stata rilevata
nessuna interazione significativa tra l’efficacia totale della
rosuvastatina e concentrazioni al basale di hsCRP <5 mg/L (HR 0,49;
IC 95% 0,37-0,65) o =5 mg/L (0,66; 0,49-0,89; p per l’interazione=0,15)
o di colesterolo LDL <2,6 mmol/L (0,66; 0,47-0,92) o =2,6mmol/L
(0,52; 0,40-0,67; p per l’interazione=0,28). Simili associazioni tra livelli di
hsCRP on-treatment e percentuale di eventi sono state osservate nelle
analisi stratificate per riduzione percentuale. Il rischio minore
di eventi cardiovascolari è stato riscontrato nei soggetti
trattati con rosuvastatina che hanno raggiunto basse concentrazioni
sia di colesterolo LDL che di hsCRP. Limitando l’analisi ai
partecipanti che hanno raggiunto livelli di colesterolo LDL <1,8
mmol/L, i soggetti con una riduzione dei valori di hsCRP <2 mg/L
hanno avuto i migliori outcome clinici.
Del resto, questa analisi conferma quanto rilevato dallo studio REVERSAL (N Engl J Med 2005; 352: 29-38) in cui la regressione della placca a seguito di una terapia con statine si osservava solo se erano stati ridotti sia il colesterolo LDL che la hsCRP. Tuttavia, come sottolinea l’editoriale di
accompagnamento, è necessario trasferire questi dati alla
pratica clinica ed inquadrarli in una prospettiva di sanità
pubblica, dove sussistono diversi elementi che possono aumentare
i livelli di proteina C reattiva (sedentarietà, scarsa
forma fisica, obesità addominale, fumo, insulino-resistenza,
sindrome metabolica).
Sotto il profilo fisiopatologico, lo JUPITER fornisce dati sperimentali sull’importanza dell’infiammazione come mediatore dei benefici clinici della rosuvastatina, ma non è prudente trasferire nell’immediato questi risultati nella pratica clinica senza un’accurata valutazione delle loro implicazioni. Conflitto di interesse: lo studio JUPITER è stato sponsorizzato dalla ditta farmaceutica produttrice di rosuvastatina. Parole chiave: rosuvastatina, proteina C reattiva, colesterolo LDL, prevenzione primaria. Riferimenti bibliografici
Lo studio AURORA è stato disegnato
con lo scopo di verificare gli effetti di rosuvastatina in pazienti
sottoposti con regolarità ad emodialisi. L’end point principale era il
tempo di insorgenza di un evento cardiovascolare maggiore, definito
come infarto miocardico non fatale, ictus non fatale o morte per cause
cardiovascolari. I pazienti (n=2273) sono stati randomizzati
a rosuvastatina 10 mg/die (n=1391) o a placebo (n=1385). Complessivamente, 804 pazienti hanno
manifestato un evento cardiovascolare maggiore e 674 (di cui 332 trattati
con rosuvastatina e 342 placebo) sono deceduti durante lo studio.
Inoltre 440 pazienti (207 trattati con rosuvastatina e 233 con placebo)
hanno sospeso il trattamento in seguito all’insorgenza di un
evento avverso, compresi gli end point dello studio e 370 pazienti
(197 trattati con rosuvastatina e 173 con placebo) hanno interrotto
la terapia a causa del trapianto renale. La durata media di esposizione
al farmaco in studio è stata di 2.4 anni. Data la mancanza di un effetto del
trattamento con rosuvastatina sull’end point primario, gli autori
hanno esaminato la relazione tra i livelli di lipidi e gli end point
cardiovascolari all’interno dello studio. Non è stata
osservata alcuna relazione dell’end point cardiovascolare primario
né con i livelli basali di colesterolo LDL (HR per 1 mg/dL
1.00; 95% CI 0.82–1.29; p=0.83) né con i livelli di colesterolo
LDL a 3 mesi (HR: 0.95; 95%CI 0.83–1.09; p=0.48).
I risultati negativi di questo studio confrontati con quelli positivi osservati in altri suscitano dei dubbi relativi alla possibilità che le statine diventino inefficaci con l’aggravarsi della patologia renale e, se questo fosse verificato, a quale stadio. La risposta a queste domande potrebbe provenire dai risultati dello studio SHARP (Study of Hearth and Renal Protection), attualmente in corso, che sta valutando il beneficio di simvastatina + ezetimibe in pazienti con varie tipologie di disfunzione renale. Nell’editoriale di accompagnamento
allo studio, sono stati rilevati alcuni limiti quali errori nella
stima della potenza del campione, elevato drop-out e possibile esclusione
dei pazienti che avrebbero trattato maggiore beneficio dalla terapia
con statine (bias di selezione). Lo studio AURORA ha mostrato che non esiste un end point surrogato universalmente valido e che l’uso come end point del colesterolo-LDL (C-LDL, la cui validità è indiscutibile) può variare inaspettatamente a seconda del contesto clinico. Il beneficio della riduzione del C-LDL non può essere trasferito direttamente dalla popolazione generale ai pazienti sottoposti ad emodialisi nei quali i meccanismi alla base dello spettro delle malattie sono molto diversi. Conflitto di interesse: lo studio è stato sponsorizzato dalla ditta produttrice di rosuvastatina. Molti autori dichiarano di aver ricevuto compensi per attività di consulenza da aziende produttrici di statine. Parole chiave: rosuvastatina in pazienti dializzati, eventi cardiovascolari, RCT. Riferimenti bibliografici
Il reflusso gastroesofageo e l’asma
spesso coesistono e gli asmatici sono particolarmente soggetti al
reflusso asintomatico. I sintomi dell’asma (tosse e malessere
toracico) si possono sovrapporre a quelli del reflusso gastroesofageo,
rendendo difficile la distinzione tra le due condizioni, data la
complessa relazione causale tra l’asma e il reflusso gastroesofageo.
Gli inibitori di pompa protonica sopprimono la produzione di acido gastrico e riducono i sintomi del reflusso gastroesofageo, sia in assenza che in presenza di asma. Tuttavia, non è noto se il trattamento del reflusso gastroesofageo con questi farmaci possa migliorare il controllo dell’asma nei pazienti con reflusso asintomatico e con asma scarsamente controllato. Lo studio, randomizzato, a gruppi paralleli, versus
placebo, multicentrico (19 centri negli USA e in Canada) è
stato condotto tra ottobre 2004 e maggio 2008. I soggetti eleggibili hanno iniziato un periodo
di run-in di 2–8 settimane durante il quale hanno compilato
un diario giornaliero dell’asma per definire le condizioni
basali e sono stati sottoposti alle misurazione del pH esofageo.
Successivamente sono stati randomizzati a ricevere esomeprazolo
40 mg/2 volte/die o placebo. In totale, 412 pazienti sono stati randomizzati ad uno dei due gruppi (esomeprazolo n=203, placebo n=199). I soggetti (età media 42 anni) erano per >60% di sesso femminile. Molti avevano una funzione polmonare al limite inferiore del range normale e un controllo dell’asma molto scarso (JACQ medio 1,9). Circa il 15% dei partecipanti ha riportato una storia di reflusso gastroesofageo, ma con basso punteggio medio dei sintomi (numero di sintomi medio 6–7; punteggio del disagio medio 0,5–0,6). La presenza del reflusso gastroesofageo è stato determinata nel 40% dei partecipanti nel gruppo esomeprazolo e nel 41% di quelli nel gruppo placebo. Le caratteristiche dell’asma sono risultate simili nei due gruppi. Circa il 42% dei partecipanti ha
avuto un episodio di scarso controllo dell’asma, secondo la
definizione che non comprendeva l’uso dei ß-agonisti
e il 61%, secondo la definizione che prevedeva l’uso di questi
farmaci. Nel corso delle 24 settimane, circa il 18% dei pazienti
ha richiesto una visita d’urgenza oppure un ciclo di prednisone.
Le frequenza per anno degli episodi di asma scarsamente controllato
(2,5 e 2,3 eventi per anno-persona, rispettivamente per il gruppo
esomeprazolo e placebo; p=0,66) e dei singolo componenti la definizione
(ad es., una marcata riduzione dei valori dei picchi del flusso
espiratorio, una visita d’urgenza) non sono state significativamente
diverse tra i gruppi. I risvegli notturni dovuti all’asma
si sono verificati in più di un’occasione in circa
la metà dei partecipanti e la frequenza non è stata
significativamente diversa tra i due gruppi (28 e 30 risvegli per
anno-persona, rispettivamente per il gruppo esomeprazolo e placebo;
p=0,70).
Nell’editoriale di accompagnamento allo studio, viene sottolineato che studi precedenti hanno mostrato che il trattamento con inibitori della pompa protonica allevia l’asma associato al reflusso gastroesofageo sintomatico (Kiljander et al. Am J Respir Crit Care Med 2006; 173: 1091-97; Littner et al. Chest 2005; 128: 1128-35). Tuttavia, anche in questi pazienti il trattamento non diminuisce i sintomi in circa il 25% dei casi (Richter JE. Nat Clin Pract Gastroenterol Hepathol 2007; 4: 658-64) e percentuali di risposta più basse sono state rilevate nei pazienti con malattia da reflusso non-erosiva (Wang C, Hunt RH. Digestion 2008; 78: Suppl 1 :31-41). Le ragioni di questa mancata efficacia sono diverse e comprendono, ad esempio, la mancanza di compliance, il posizionamento gastrico compromesso, lo svuotamento gastrico rallentato. Riguardo il metodo adottato dagli autori dello studio per monitorare il pH del reflusso, gli editorialisti esprimono i loro dubbi sulla validità del metodo che presenta molti limiti, sebbene sia ancora considerato lo standard di riferimento. [*] Valori inferiori, tra 0 a 6,
indicano un miglior controllo dei sintomi e una differenza minima
dei punteggi di 0,5 è considerata clinicamente importante.
Conflitto di interesse: alcuni autori dichiarano di aver ricevuto contributi da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: asma e reflusso gastroesofageo, esomeprazolo, RCT. Riferimenti bibliografici
Alla luce della mancanza di dati sull’efficacia di un trattamento di minore durata e considerando che, nella terapia di un’otite acuta (causata dallo stesso patogeno della sinusite), una strategia del genere non si è dimostrata di minore efficacia della terapia standard (Kozyrskyj AL et al. JAMA 1998; 279: 1736–42), l’obiettivo di questa metanalisi di RCT, quasi tutti in doppio cieco e di elevata qualità, è stato quello di valutare il profilo efficacia-sicurezza di un trattamento per l’ABS, con i medesimi antibiotici e alle stesse dosi ma con una differente durata della terapia. Tramite una ricerca effettuata sulle
banche dati PubMed, Cochrane Central Registrer of Controlled Trials
e tra i riferimenti bibliografici degli studi analizzati, sono stati
selezionati solo RCT che incontravano i seguenti criteri di inclusione:
pazienti di qualsiasi età con ABS, diagnosticata in base a
criteri clinici, con o senza l’uso di immagini complementari,
criteri microbiologici o di laboratorio; confronto di due trattamenti
uguali per tipo e dose giornaliera di antibiotico ma differenti per
durata di somministrazione (uno a breve termine -fino a 7 giorni-,
l’altro a lungo termine – durata maggiore del primo di
almeno 2 giorni); valutazione di almeno 30 pazienti per ciascuno dei
due bracci in trattamento; documentazione dei dati su completa guarigione,
efficacia microbiologica, recidive, eventi avversi e/o ritiro a causa
di questi ultimi. Sono stati inclusi gli studi su pazienti colpiti
da infezione di tipo misto se riportavano, nello specifico, dati sui
pazienti con ABS o, altrimenti, se i pazienti con ABS costituivano
la maggior parte della popolazione dello studio (>70%). Per valutare il profilo di efficacia,
la principale misura di esito è stata definita come il successo
clinico della terapia nella popolazione per protocol (PP), inteso
come risoluzione completa o miglioramento della sintomatologia e valutato
durante il test of cure in ciascun trial (periodo di tempo per determinare
l’outcome principale di efficacia clinica). I 12 RCT eleggibili, di cui 10 in
doppio cieco, includevano pazienti adulti affetti da ABS non complicata
e confermata da esami radiografici. I pazienti nel braccio in trattamento
a breve durata ricevevano una terapia di 5 giorni (in 8 trial), di
3 giorni (in 2 trial), di 4 e di 7 giorni (ciascuna in uno dei due
trial rimanenti). I pazienti nel braccio in trattamento a lunga durata
ricevevano una terapia di 10 giorni (in 10 trial), di 6 e di 7 giorni
(rispettivamente nei due trial rimanenti). Dal confronto tra i trattamenti a
breve (3-7 giorni) e a lunga (6-10 giorni) durata non sono emerse
differenze per qualsiasi outcome valutato:
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: amoxicillina-clavulanato, azitromicina, cefixime, cefuroxime, faropenem, trimetroprim/sulfametossazolo, sinusite, metanalisi. Riferimento bibliografico
Lo sviluppo di nuovi regimi terapeutici per il trattamento della tubercolosi è una priorità fondamentale per la salute pubblica, soprattutto alla luce della duplice necessità di ridurre i tempi del trattamento (della durata di 6 mesi) e di identificare nuovi principi attivi efficaci contro i ceppi di Mycobacterium tuberculosis resistenti ai farmaci di prima scelta, quali isoniazide e rifampicina. A tal proposito, tenendo in considerazione i risultati di alcuni studi (Antimicrob Agents Chemoter 1998;42:2066. J Antimicrob Chemoter 1999;44:393. Antimicrob Agents Chemoter 1998;43:85. Antimicrob Agents Chemoter 2001;45:3482) che in vitro e in modelli murini avevano dimostrato una potente attività contro M. tuberculosis della moxifloxacina, appartenente alla classe dei fluorochinoloni, questo studio si pone come obiettivo la dimostrazione dell’efficacia e della sicurezza di questo antibiotico nel trattamento iniziale della tubercolosi. Si tratta di un RCT di fase II, in doppio cieco, monocentrico per il quale sono stati reclutati soggetti che presentavano espettorato positivo per il bacillo della tubercolosi, senza storia di precedenti trattamenti, di età a partire dai 18 anni, con segni e sintomi di tubercolosi polmonare, inclusi una radiografia del torace anormale e almeno uno striscio dell’espettorato positivo per bacilli acido-alcool resistenti alla colorazione di Ziehl-Neelsen. I potenziali partecipanti sono stati sottoposti ad uno screening basale che includeva alcuni esami ematici, quali emocromo, funzionalità epatica, funzionalità renale e sierologia per il virus dell’HIV, una radiografia del torace e un esame colturale per micobatteri con antibiogramma. I pazienti sono stati stratificati in base al sierostato per l’HIV e sono stati randomizzati a blocchi di 4 in un gruppo in terapia con moxifloxacina alla dose di 400 mg + etambutolo-placebo o in un gruppo in terapia con etambutolo 15-20 mg/kg + moxifloxacina-placebo (gruppo controllo). Inoltre i pazienti di entrambi i gruppi hanno ricevuto isoniazide 300 mg, rifampicina 450 mg (se di peso <50 kg) o 600 mg (se di peso >50 kg) e pirazinamide 20-25 mg/kg. Tutti i trattamenti sono stati somministrati per 5 giorni a settimana, per 8 settimane, al termine delle quali i partecipanti sono passati alla fase in aperto del trial e trattati con isoniazide e rifampicina 2 volte a settimana per altri 4 mesi. Nel corso del trial i pazienti sono stati sottoposti a visite a cadenza settimanale nelle quali sono state valutate le condizioni cliniche e l’insorgenza di reazioni avverse; a cadenza mensile sono stati eseguiti esami ematici (transaminasi, creatininemia ed emocromo); alle settimane 2, 4, 6 e 8 è stato eseguito un elettrocardiogramma e a cadenza settimanale è stato raccolto un campione dell’espettorato (spontaneo o indotto) per l’esame microscopico su vetrino e l’esame colturale con antibiogramma. End point primario dello studio era la percentuale di pazienti il cui esame colturale dell’espettorato risultasse negativo dopo 8 settimane di trattamento. Da ottobre 2004 a marzo 2007, sono
stati sottoposti allo screening iniziale 197 pazienti, dei quali
170 sono stati randomizzati a moxifloxacina (n=74) o a etambutolo
(n=72). Al basale, i due gruppi presentavano le stesse caratteristiche
ad eccezione della più alta percentuale di pazienti con cavitazioni
polmonari alla radiografia del torace e di un peso medio inferiore
di 4 kg nel gruppo moxifloxacina rispetto a etambutolo. Per quanto riguarda gli eventi avversi,
non sono state rilevate differenze fra i due gruppi: 16 eventi avversi
seri (8 in ciascun gruppo) in 12 pazienti, di cui solamente uno
(una reazione cutanea di grado 3 verificatesi nel gruppo in terapia
con etambutolo) riconducibile ai farmaci. I decessi registrati sono
stati 8 mentre le interruzioni del trattamento per effetti tossici
sono state 5 (2 casi di nausea e vomito e 1 caso di parestesia e
atassia nel gruppo con moxifloxacina; 2 casi di rash e prurito e
1 di neuropatia periferica nel gruppo con etambutolo).
L’editoriale di accompagnamento all’articolo, riprendendo le conclusioni degli autori, ribadisce la dimostrata attività antimicobatterica degli antibiotici fluorochinolonici di quarta generazione, quali gatifloxacina e moxifloxacina, sottolineando la necessità di regimi terapeutici antitubercolari ben tollerati, di breve durata e allo stesso tempo efficaci. Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: moxifloxacina, etambutolo, tubercolosi, RCT. Riferimenti bibliografici
L’introduzione della terapia antiretrovirale ha ridotto
drasticamente la progressione di malattia e la mortalità
dei pazienti affetti da HIV, ma il momento ottimale per iniziare
la terapia rimane ancora da chiarire. Le attuali linee guida raccomandano
il trattamento per i pazienti asintomatici quando la conta dei
CD4+ è <350 cellule/mm³ sulla base dei dati osservazionali
raccolti nel tempo; mancano però evidenze da studi randomizzati. I dati sono stati raccolti dalla collaborazione
di 22 gruppi di ricerca del Nord America e Canada all’interno
dello studio NA-ACCORD (North American AIDS Cohort Collaboration
on Research and Design). Sono state condotte analisi parallele
su due distinti gruppi di pazienti che hanno ricevuto assistenza
medica tra Gennaio 1996 e Dicembre 2005. Nella prima analisi, sono stati inclusi 8362 pazienti con una conta cellulare di CD4+ compresa tra 350 e 500. Di questi 2084 (25%) hanno iniziato la terapia antiretrovirale entro il range di interesse, 6278 (75%) ha rimandato la terapia finchè la conta dei CD4+ non era scesa al di sotto del livello inferiore del range (350). Dei pazienti del gruppo deferred-therapy 2829 (45%) non hanno mai avuto una conta cellulare al di sotto di 351 CD4+; i dati relativi al 22% dei pazienti non sono stati inclusi perché i pazienti avevano iniziato la terapia oltre l’intervallo stabilito di 6 mesi dopo la prima conta cellulare CD4+ che andava da 351 a 500 cellule. Gli altri 3449 pazienti (55%) sono arrivati ad una conta di CD4+ <=350 cellule e di questi pazienti 803 hanno iniziato la terapia entro i sei mesi dopo la prima conta cellulare <=350. Si sono verificati 137 decessi nel gruppo early-therapy
e 238 nel gruppo deferred. Il tasso grezzo di mortalità
nel gruppo early-therapy era di 1,6 morti per 100 persone-anno.
Il tasso del gruppo deferred non è stato calcolato a causa
dei dati censurati per violazioni del protocollo. Nella seconda analisi sono stati inclusi 9155
pazienti con una conta cellulare di CD4+ >500 cellule, dei
quali 2220 (24%) hanno iniziato la terapia antiretrovirale entro
6 mesi dalla prima conta linfocitaria risultata all’interno
del range di interesse (351-500) rispetto a 6935 (76%) che hanno
ritardato l’inizio della terapia. Di questi ultimi pazienti
del gruppo deferred-therapy 3054 (44%) non hanno mostrato una
conta cellulare inferiore a 500 CD4+; 3881 hanno raggiunto livelli
di cellule CD4+ <500. Di questi pazienti 539 (14%) hanno iniziato
terapia antiretrovirale entro 6 mesi dalla prima conta cellulare
risultata <=500. La percentuale di pazienti che iniziava la
terapia antiretrovirale con livelli di CD4+ >500 ha raggiunto
un picco nel 1999 del 15%, mentre è sceso fino a meno del
10% nel 2003. Come nell’analisi precedente, la mortalità tra i pazienti del gruppo deferred-therapy rispetto al gruppo early-therapy, aumentava del 94% (RR 1,94; CI 95%, 1,37- 2,79; p<0,001). Dopo le analisi ristrette per i pazienti per i quali erano disponibili i dati riguardo ai livelli di HIV RNA, il rischio relativo per il gruppo deferred-therapy appariva simile all’analisi primaria (RR 1,85; CI 95%, 1,20- 2,86, p=0,006). Dopo l'esclusione dei gruppi per cui non erano stati raccolti dati riguardanti lo stato di infezione da HCV, il rischio di morte era simile a quello dell’analisi primaria (RR 2,03; IC 95%, 1,37-3,01; p <0,001) e anche dopo l'esclusione dei pazienti con infezione da HCV, il rischio di morte per il gruppo deferred-therapy era rimasto nettamente elevato (RR 1,90; IC 95% 1,14-3,18; p = 0,01). Anche in questo caso, il rischio di morte non era stato significativamente associato con la razza o il livello di HIV RNA al basale. Il sesso femminile era stato associato ad un aumentato rischio di morte, ma perdeva di significatività dopo adeguamento per i livelli di HIV RNA al basale, abuso di droghe ev o presenza di confezione da HCV. Pochissimi pazienti in deferred-therapy sono passati ad una conta di CD4+ <351. Quando i dati di questi pazienti sono stati limitati alla prima conta CD4+ <351, il rischio relativo di morte tra i pazienti in deferred-therapy con CD4+ compresi tra 351 e 500 rispetto ai pazienti in early-therapy con conta di CD4+ >500, era 1,80 (IC 95% 1,24-2,62; p=0,002). Il regime antiretrovirale e la percentuale di pazienti andati incontro a soppressione virale (come indicatore di aderenza alla terapia) erano simili nei gruppi e l’aumento del rischio di morte riscontrato per i pazienti che rimandavano il trattamento era simile lungo i 10 anni di studio. I benefici di una terapia precoce vanno valutati
contro i potenziali effetti avversi: i nuovi farmaci antiretrovirali
sono più potenti, hanno minori effetti collaterali e possono
essere somministrati meno frequentemente rispetto ai precedenti
regimi terapeutici; questo facilita una maggiore compliance e
aderenza alla terapia che si traducono anche in una minore rischio
di farmacoresistenza.
Questo lavoro, benché abbia vari punti di forza tra cui la durata, il consistente numero di pazienti reclutati, il disegno dello studio, simile per certi aspetti ad un trial randomizzato, presenta anche vari limiti come la presenza di bias propri degli studi osservazionali. Per questo motivo sarebbero necessari trial clinici randomizzati per poter mostrare il vantaggio in termini di sopravvivenza della terapia precoce. L’editoriale di accompagnamento, sottolinea l’importanza di stabilire quale sia il momento ottimale per iniziare la terapia antiretrovirale nel paziente HIV positivo asintomatico: questo infatti è stato uno dei punti centrali e oggetto di controversie nella cura di pazienti con HIV fin dall’introduzione del primo agente antiretrovirale, più di due decenni fa. Vengono sottolineati, inoltre, i limiti e i punti di forza dello studio, insieme alla considerazione che, non essendo uno studio randomizzato, i pazienti che hanno iniziato la terapia precocemente potrebbero aver tenuto uno stile di vita che abbia in qualche modo contribuito alla salvaguardia della propria salute. Pertanto anche dall’editoriale emerge la necessità di un trial randomizzato per provare le crescenti osservazioni cliniche che indirizzano verso un più precoce inizio della terapia antiretrovirale. Conflitto di interesse: alcuni autori dichiarano di avere ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: HIV, terapia antiretrovirale, studio osservazionale. Riferimenti bibliografici
Obiettivo di questa revisione sistematica è stato valutare gli effetti dell’uso in profilassi neonatale di supplementi di vitamina A di sintesi su mortalità e morbilità durante l’infanzia e sulla comparsa di reazioni avverse precoci. La ricerca bibliografica è
stata condotta su diversi database tra cui Medline, CENTRAL, Embase,
IBIDIS, CINHAL, HealthSTAR e sul sito www.clinicaltrials.gov
fino al 5 luglio 2008, senza restrizioni di lingua. Allo scopo di
identificare qualunque altro trial aggiuntivo o ancora in corso, sono
stati contattati aziende fornitrici, esperti e autori di trial condotti
di recente relativi all’uso di supplementi di vitamina A. L’outcome primario era la valutazione
della mortalità da tutte le cause nei bambini durante l’infanzia,
nel periodo compreso tra l’inizio dell’intervento e l’ultimo
follow-up entro 1 anno di età, e durante il periodo neonatale,
tra l’inizio del trattamento e l’ultimo follow-up entro
1 mese di età. Gli autori hanno identificato 19 studi potenzialmente eleggibili, di questi, 8 sono stati esclusi, i restanti 11 hanno fornito dati relativi a 6 trial che rispondevano ai criteri di inclusione. I 6 trial inclusi sono stati condotti in paesi in via di sviluppo e riportavano dati di mortalità e di eventi avversi, mentre 3 trial riferivano anche dati rilevanti sulla morbilità. Non sono emerse evidenze convincenti
di una riduzione del rischio di mortalità durante l’infanzia
(RR 0.92, 95% IC 0.75-1.12, p=0.393) o di un aumento nelle reazioni
avverse precoci inclusa la sporgenza della fontanella (1.16, 0.81-1.65,
p=0.418). Non è emersa nessuna variabile come importante fattore
predittivo di mortalità, anche se i dati relativi a gruppi
a rischio particolarmente importanti (alta prevalenza di cecità
materna notturna e basso peso alla nascita), sono stati limitati.
Dati limitati (da 1 a 4 trial) non hanno indicato una riduzione della
mortalità durante il periodo neonatale (0.90, 0.75-1.08, p=0.270),
della mortalità da cause specifiche, di morbilità comuni
(diarrea e altro) e di ricoveri in ospedale. La revisione sistematica mostra alcuni punti di forza quali presenza di analisi di sensibilità e di meta-regressione e scarse evidenze di bias di pubblicazione, ma anche alcuni limiti specifici quali l’impossibilità di generalizzare i risultati ottenuti in paesi in via di sviluppo, scarsa disponibilità di dati su gruppi ad alto rischio, durata del follow-up variabile, utilizzo di sottogruppi multipli e analisi di meta-regressione che aumenta la possibilità di falsi positivi. I risultati ottenuti da questa revisione
sistematica mostrano che non ci sono evidenze convincenti di una riduzione
del rischio di mortalità da tutte le cause durante l’infanzia
o di un aumento del rischio dell’insorgenza precoce di eventi
avversi dopo somministrazione, durante il periodo neonatale, di supplementi
di vitamina A di sintesi.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: vitamina A, somministrazione neonatale, revisione sistematica. Riferimento bibliografico
Il fumo rappresenta una delle più importanti
cause di malattia e di morte prematura nei paesi sviluppati ed
in quelli in via di sviluppo e, sebbene nel Regno Unito circa
la metà di fumatori provi a smettere di fumare ogni anno,
solo il 2-3% ci riesce. La terapia sostitutiva a base di nicotina
(NRT) rappresenta il metodo più diffuso per smettere di
fumare. Non vi sono evidenze che dimostrino che la NTR comporti
un’astinenza protratta ed, inoltre, nessuno studio ha mai
valutato la sicurezza della NTR in concomitanza dell’abitudine
al fumo. È stata effettuata una ricerca nel periodo 1992-novembre 2007 nelle banche dati della Cochrane library, Medline, Embase, CINAHL, PsychINFO e Science Citation Index. I criteri d’inclusione erano: trial clinici pubblicati e non pubblicati condotti su una popolazione di fumatori dichiarati incapaci o riluttanti a smettere di fumare bruscamente; le formulazioni sostitutive a base di nicotina erano gomme o inalatori con o senza supporto motivazionale; il gruppo di controllo veniva esposto a placebo, nessun trattamento, altra terapia farmacologica o supporto motivazionale; l’obiettivo dei trial selezionati era l’astinenza dal fumo. L’outcome primario della revisione sistematica era l’astinenza protratta per almeno sei mesi a partire da un qualunque momento prima della fine dello studio. Gli obiettivi secondari erano la prevalenza di astinenza e di riduzione del fumo alla fine del follow-up e l’insorgenza di eventi avversi. Sette trial randomizzati e controllati vs placebo sono stati inclusi nello studio. In quattro, la terapia sostitutiva era a base di gomme alla nicotina, in due a base di dispositivi inalatori ed in uno era di libera scelta tra gomme, inalatori e cerotti. In totale, i trial inclusi nella revisione hanno avuto una durata di 12-26 mesi e hanno arruolato 2767 fumatori che hanno ricevuto una terapia sostitutiva a base di nicotina per 6-18 mesi. La percentuale di fumatori che hanno raggiunto
l’astinenza dal fumo per sei mesi con la terapia sostitutiva
a base di nicotina è stata il doppio rispetto ai fumatori
esposti a placebo (RR 6.75 vs 2.06, 95%CI 1.34-3.15), ma il tasso
di incidenza è stato basso. A differenza di revisioni precedenti (Hughes JR
et al Nicotine Tob Res 2006;8:739-49,- Stead LF et al Cochrane
Database Syst Rev 2007;(3):CD005231,- Wang D at al Health Technol
Assess 2008;12:1-135), che hanno riportato solo la prevalenza
dell’ interruzione del fumo al termine del follow-up, in
questa revisione è stata focalizzata l’attenzione
anche sulla durata dell’interruzione.
Conflitto d’interesse: questo studio è stato realizzato dall’UK Health Technology Assessment Programme (National Institute for Health Research). Un autore ha dichiarato di aver ricevuto compensi economici da Mc Neil (Helsinborg, Sweden) che ha sponsorizzato i trial nel report ma non in relazione ad alcuna ricerca sulla riduzione assistita a base di nicotina. Parole chiave: nicotina, fumo, revisione sistematica. Riferimento bibliografico - Dispositivi Medici
in Evidenza -
Il lattice, sostanza naturale prodotta dall’albero della gomma (Hevea brasiliensis), è causa di reazioni di ipersensibilità immediata e tardiva essendo il materiale più diffuso per strumenti e dispositivi medici. Nell’ultimo decennio c’è stata
una riduzione significativa di eventi avversi indotti dal lattice
grazie a programmi finalizzati ad evitarne l’esposizione. La diagnosi di allergia può essere eseguita attraverso due esami: il “prick test” cutaneo e il radio allergosorbent test (RAST) che misura le IgE specifiche contro il lattice nel sangue. Il primo test è un esame economico, ad alta sensibilità e specificità ma da eseguire con opportune misure di sicurezza dovendo somministrare dosi concentrate di allergene. Il RAST è un test meno sensibile dal momento che solo il 60-90% dei pazienti sensibilizzati risulta positivo. Per ridurre il rischio di reazioni allergiche nel periodo perioperatorio e nei relativi ambienti (sala operatoria e post-operatoria) le misure di prevenzione consistono in: identificazione di bambini a rischio o già sensibilizzati, messa a punto di protocolli pediatrici privi di prodotti in lattice, e stesura di elenchi di prodotti in materiale alternativo. L’immunoterapia o pretrattamenti specifici sembrano non essere efficaci nel prevenire gli eventi anafilattici. La strategia attuale più efficace a ridurre
l’incidenza è la completa omissione del lattice,
pratica raccomandata dall’American College of Allergy, Asthma
and Immunology. Negli ultimi anni sono stati commercializzati
prodotti alternativi privi di lattice che, pur essendo più
costosi, permettono con il loro impiego di evitare la spesa associata
ad indagini diagnostiche, prolungamento del ricovero per reazione
allergica, compenso assicurativo ai dipendenti che hanno acquisito
la sensibilizzazione in ambiente sanitario. Nell’Hôpital
Femme Mère Enfant di Lione in seguito a morte di un bambino
per shock anafilattico da lattice ed ad altri due casi non fatali,
è stato introdotta una politica gestionale basata sulla
completa assenza di lattice nell’ambiente ospedaliero che
dal 2002 ha determinato la mancanza di reazioni allergiche al
lattice negli operatori sanitari e in più di 25.000 bambini
sottoposti ad anestesia.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: lattice, allergia, pediatria. Riferimento bibliografico
L’angioplastica coronarica, con impianto di stent metallici (BMS) o medicati (DES), è diventata una procedura comune per la rivascolarizzazione miocardica in pazienti di età >75 anni. L’impianto di DES sta diventando, in molti paesi, il trattamento di prima scelta nella cardiologia interventistica anche se, rispetto all’impianto di BMS, presenti costi maggiori e i suoi benefici non siano certi in termini di riduzione del tasso di infarto del miocardio (IM) e di morte. Queste due tipologie di stent, tuttavia, non sono mai state messe a confronto per quanto concerne i loro benefici e la loro sicurezza a breve e medio termine nella popolazione più anziana, sempre più numerosa e caratterizzata da specifiche condizioni (comorbidità, lesioni di maggiore gravità, utilizzo di più farmaci ecc.). Lo scopo del presente studio è stato quello di confrontare la mortalità, ad un anno dall’impianto di DES e BMS, in pazienti di età >75 anni. Si è trattato di uno studio di coorte di tipo retrospettivo che ha coinvolto pazienti (>=75 anni) sottoposti, tra il 1 gennaio e il 31 dicembre 2005, ad un intervento di angioplastica con impianto di uno stent presso il Reparto di Cardiologia dell’Ospedale Universitario di Toulouse-Rangueil (Francia). La sopravvivenza dei pazienti è stata valutata dopo un anno dall’impianto dello stent, periodo durante il quale sono stati registrati tutti gli eventi emorragici e cardiovascolari. Sono stati esclusi dallo studio tutti coloro a cui, durante l’angioplastica, non è stato impiantato lo stent, coloro che sono morti nel corso dell’intervento o quelli per cui non si disponeva di informazioni dopo la dimissione ospedaliera. I pazienti sono stati divisi in due gruppi:
gruppo DES (n=167, 80,1±3,0 anni, 69,5% maschi) e gruppo
BMS (n=293, 81,7±4,1 anni, 60,4% maschi). Circa il 60%
dei pazienti di entrambi i gruppi erano ipertesi, il 50% affetti
da iperlipidemia e il 30% fumatori. Durante la procedura chirurgica,
la scelta della tipologia di stent è stata a discrezione
del cardiologo. Dopo 12 mesi dall’intervento chirurgico,
la mortalità per tutte le cause, cardiaca e il MACE sono
stati più frequenti nel gruppo BMS rispetto al gruppo
DES (15.7% vs 7,2%, p=0.008; 11.3% vs 3.0%, p=0.002; 15.7% vs
8.4%, p=0.025). Al contrario, il tasso di TLR è risultato
simile in entrambi i gruppi così come l’incidenza
di eventi emorragici maggiori (3.7% nel gruppo BMS vs 3.6% nel
gruppo DES; p=0.930). Dallo studio non sono emerse differenze significative in termini di sicurezza e benefici clinici tra le due tipologie di stent in pazienti con età >75 anni. Si dovrebbe preferire il DES, in caso di determinate condizioni cliniche (diabete, lesioni estese, restenosi ecc.), per le quali è stata ampiamente dimostrata la sua efficacia nell’evitare la rivascolarizzazione ripetuta. Al contrario il BMS dovrebbe essere scelto nelle altre situazioni a fronte del suo basso costo e della necessità di una terapia antiaggregante di minor durata, che può essere interrotta precocemente in caso d’interventi chirurgici non pianificati, piuttosto frequenti in questa fascia d’età. Questo studio presenta alcune limitazioni legate
al suo disegno (di coorte, monocentrico, retrospettivo, privo
di randomizzazione e con follow-up limitato ad un anno) e alla
bassa probabilità di registrare differenze tra i due
gruppi a causa della scarsa quantità di eventi, per cui
è necessario interpretare con cautela i risultati non
significativi. Studi che coinvolgono questa specifica fascia
di popolazione sono però necessari perché i dati
pubblicati sul confronto degli outcome in pazienti anziani sottoposti
ad impianto di BMS e DES sono scarsi.
Parole chiave: stent, popolazione anziana, studio di coorte. Riferimento bibliografico
Diversi studi hanno dimostrato la sicurezza degli interventi percutanei coronarici (percutaneous coronary intervention, PCI) con impianto di stent metallici (bare-metal stent, BMS) a livello delle lesioni singole e multiple. Rispetto ai BMS, gli stent medicati (drug-eluting stent, DES) si sono dimostrati sicuri e maggiormente efficaci nella riduzione dell’incidenza di rivascolarizzazione della lesione target (target lesion revascularization, TLR), sia in un singolo vaso sia in più vasi, soprattutto ad alto rischio di restenosi. Poichè l’uso di DES risulta limitato dal costo elevato e dal potenziale rischio di trombosi, nello stesso paziente si può ricorrere ad un impianto simultaneo di DES, a livello delle lesioni ad alto rischio e di BMS nelle lesioni a basso rischio (“PCI ibrido”). Lo studio ha valutato gli outcome clinici a lungo termine e quelli angiografici a medio termine in pazienti con impianto di PCI ibrido, utilizzando un database dell’Ospedale Ferrarotto di Catania che raccoglie i dati relativi agli stent medicati. In particolare, sono stati analizzati retrospettivamente i dati su 186 pazienti con coronaropatia sottoposti a PCI ibrido tra maggio 2002 e maggio 2006. Tutti i pazienti erano in trattamento con aspirina
100 mg/die. Una dose di carico pari a 300-600 mg di clopidogrel
è stata somministrata il giorno prima del PCI in procedure
elettive o durante la cateterizzazione nelle rivascolarizzazioni
di emergenza, seguita da una dose giornaliera di 75 mg per almeno
6 mesi. In alternativa, è stata somministrata ticlopidina,
ad una dose di 250 mg 2 volte/die. La morte cardiaca è stata definita come
decesso per morte improvvisa, infarto miocardico (IM) fatale
o insufficienza cardiaca congestizia refrattaria. La diagnosi
di IM si basava sulla definizione dell’ESC/ACCF/AHA/WHF
2007 (Thygesen K, Alpert JS, White HD; Joint ESC/ACCF/AHA/WHF
Task Force for the Redefinition of Myocardial Infarction. Eur
Heart J 2007; 28: 2525–38), cioè un aumento totale
della creatina-chinasi MB =3 volte il valore normale con o senza
nuove onde Q patologiche in =2 derivazioni vicine. Nel TLR erano
incluse tutte le rivascolarizzazioni ripetute all’interno
dello stent o nei segmenti adiacenti prossimali o distali fino
a 5 mm dallo stent. Gli eventi avversi cardiaci maggiori (major
adverse cardiac events, MACE) sono stati definiti come un outcome
composito di morte cardiaca, IM non fatale o TLR. Su 5.350 pazienti sottoposti a PCI con stent
tra maggio 2002 e maggio 2006, 186 soggetti (3,5%) hanno incontrato
i criteri per l’impianto di un “PCI ibrido”,
in particolare 1 DES e 1 BMS nello stesso vaso (22%) o in vasi
diversi, per un totale di 506 lesioni a livello di arterie coronarie
native o di innesti di vene safene. Sono stati impiantati 582
stent, di cui 266 (45,7%) BMS e 316 (54,3%) DES. In 187 (59%)
DES è stato utilizzato Cypher™ e in 129 (41%) Taxus®.
Nell’89,8% dei pazienti (6% affetto anche da patologia
dell'arteria coronaria principale di sinistra) è stata
osservata una patologia multivasale e 7 pazienti (3,4%) sono
stati trattati per =1 CTO. Poichè nel periodo in studio
la maggior parte delle lesioni alla biforcazione si è
verificata in pazienti che durante la procedura hanno ricevuto
soltanto DES, non sorprende che soltanto in 9 pazienti (4,8%)
sia stata trattata =1 lesione alla biforcazione. L’incidenza di MACE intra-ospedalieri
era 3,2%, con una mortalità cardiaca pari a 2,2%, un’incidenza
di IM non fatale pari a 0,5% e di TLR pari a 0,5%. Il follow-up
clinico a lungo termine è stato effettuato a 24±22
mesi, con un’incidenza di MACE del 31,1% (quasi sempre
entro il primo anno dalla data della procedura), una mortalità
cardiaca del 4,3%, IM non fatale di 0,5% e TLR di 26,3%. Nel
50% dei casi, la causa di TLR era la restenosi di BMS, mentre
nel 14,6% dei pazienti con TLR risultavano responsabili entrambi
i tipi di stent. In 2 pazienti si è verificata una trombosi
subacuta dello stent (1 caso confermato con l’angiografia
e in 1 caso BMS era responsabile dell’evento; al momento
dell’evento, entrambi i pazienti erano in trattamento
con duplice terapia antiaggregante). Non si sono verificati
casi di trombosi tardiva o molto tardiva. Dallo studio risulta che l’uso simultaneo
di DES e BMS è sicuro e che nelle lesioni semplici i
2 stent hanno effetti simili (sia sull’incidenza di perdita
tardiva del lume che di restenosi), mentre nelle lesioni complesse,
è stato osservato che i BMS sono associati ad un’incidenza
statisticamente superiore (doppia) di restenosi rispetto a DES.
Lo studio presenta diversi limiti, come il piccolo numero di pazienti inclusi, l’identificazione retrospettiva e non predeterminata dei diversi strati, il disegno in aperto, l’uso forzato di BMS e la mancanza di un follow-up in cieco. Inoltre, sono stati utilizzati due tipi differenti di DES con diverse incidenze di perdita tardiva del lume e di restenosi. Non è possibile escludere la possibilità che l’assenza di differenze nell’incidenza di restenosi sia dovuta alla mancanza di potere statistico che invece un numero superiore di pazienti avrebbe conferito. È chiaro anche che il follow-up angiografico,
rispetto a quello clinico soltanto, evidenzia l’incidenza
di rivascolarizzazioni ripetute, nonostante i tentativi di includere
solo gli eventi ischemici, il che può aver distorto i
risultati relativi alla pratica clinica di routine. Dopo PCI
non viene effettuata di routine la valutazione ecografica intravascolare;
tuttavia, in entrambi i gruppi era presente tale limite. D’altra
parte, è possibile escludere tutti i bias dovuti alla
tecnica dipendente dall’operatore, in quanto entrambi
i tipi di stent sono stati impiantati durante la stessa procedura.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: stent metallici/medicati, lesioni coronariche multiple, analisi retrospettiva in aperto. Riferimento bibliografico |
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del Tribunale di Milano n° 710 del 27/11/2008 http://www.sifweb.org/farmaci/info_farmaci.php
Direttore Responsabile Prof Achille Caputi (Presidente SIF, Università di Messina)
Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.ssa
Sara Castiglia (Università di Torino) Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
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Ultimo aggiornamento: 01 Maggio 2009 |






