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CENTRO DI INFORMAZIONE SUL FARMACO della SOCIETA' ITALIANA DI FARMACOLOGIA |
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Newsletter numero 39 del 01-07-2009
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Sommario
Il diabete mellito di tipo 2 è un noto fattore di rischio per le malattie cardiovascolari. Diversi studi osservazionali hanno evidenziato una correlazione positiva tra misure atte a controllare la glicemia, outcome cardiovascolari e malattia microvascolare, indipendentemente dai fattori di rischio noti. Di conseguenza, gli RCT sono stati disegnati per stabilire se un controllo più intensivo della glicemia potesse ridurre gli eventi clinici a lungo termine e prolungare l’aspettativa di vita rispetto ad un trattamento standard. Tuttavia, questi trial non sono stati in grado di evidenziare un beneficio sostanziale sugli eventi cardiovascolari. Presi singolarmente, questi trial potrebbero non aver avuto la capacità di mostrare un beneficio clinico, specie se il tasso di eventi era più basso rispetto a quello atteso per un miglior controllo dei fattori di rischio, la durata del trattamento era inferiore a quanto necessario per mostrare un beneficio clinico o le differenze nel controllo glicemico tra i gruppi di pazienti erano troppo piccole per mostrare qualsiasi beneficio. Per chiarire se effettivamente il trattamento intensivo possa risultare utile nel ridurre gli eventi cardiovascolari e la mortalità per tutte le cause è stata effettuata una metanalisi di RCT. I trial sono stati selezionati in base ai seguenti criteri:
Sono stati selezionati 5 RCT per un totale di 33.040 soggetti (età 53-66 anni; più della metà maschi): UKPDS, PROactive, VADT, ADVANCE ed ACCORD (vedi “SIF-Farmaci in evidenza” n. 08 del 15-02-2008 e n. 17 dell'01-07-2008). Per quanto riguarda gli outcome cardiovascolari, durante un follow-up di circa 163.000 anni-persona, sono stati registrati 1497 casi di infarto miocardico non fatale, 2318 di malattia coronarica 1127 di stroke fatale e non fatale e 2892 di mortalità per tutte le cause.
Gli studi ADVANCE ed ACCORD hanno suggerito che differenze significative nella concentrazione di HbA1c potrebbero non conferire benefici sostanziali agli eventi macrovascolari. L’ACCORD in particolare ha indicato che una riduzione eccessiva di HbA1c possa causare un aumento del rischio di mortalità per tutte le cause, a differenza di quanto rilevato dallo studio UKPDS in cui si evidenzia una riduzione degli eventi macrovascolari acuti e non acuti. La mancanza di dati convincenti ha portato ad un approccio più conservativo al controllo glicemico. Questa metanalisi mostra che il tasso medio pesato della mortalità dei pazienti in trattamento standard è di 18,6 per 1000 anni-persona di follow-up ed i pazienti che raggiungono una riduzione dello 0,9% nella concentrazione media di HbA1c in 5 anni (partendo da un basale di 7,8%) hanno avuto 2 eventi di infarto miocardico non fatale o 3 eventi coronarici in meno ogni 200 soggetti trattati per 5 anni. Queste stime corrispondono rispettivamente ad un NNT nei 5 anni di 87 e 69. Questo beneficio è molto più limitato rispetto alla riduzione del colesterolo LDL o della pressione arteriosa.
Questi risultati sottolineano l’efficacia del controllo glicemico sulla riduzione del rischio cardiovascolare, ma non provano un chiaro beneficio sulla mortalità per tutte le cause. Invece, forti evidenze suggeriscono che il trattamento ipolipemizzante ed antipertensivo forniscono dei benefici sulla riduzione di mortalità, rafforzando l’importanza cruciale di questi trattamenti nella riduzione di eventi cardiovascolari e mortalità nei soggetti affetti da diabete mellito di tipo 2. Il miglior metodo per raggiungere il controllo glicemico deve essere ancora stabilito. È importante però che i medici non sminuiscano i potenziali benefici della gestione dell’iperglicemia, soprattutto considerando i risvolti positivi sugli eventi microvascolari, come viene sottolineato nel commento alla metanalisi. Una HbA1c pari al 7% è considerata ragionevolmente sicura nella maggior parte dei pazienti. Questo obiettivo può essere corretto nei pazienti il cui il rischio legato all’ipoglicemia è più basso (es. pazienti giovani senza malattie coronariche) ed in quelli in cui è più alto (pazienti anziani con malattia coronarica accertata). Anche se il beneficio del controllo del glucosio non è consistente quanto quello prodotto dal controllo pressorio e dalla riduzione dei lipidi, è prematuro concludere che il controllo della glicemia non abbia voce in capitolo. Conflitto di interesse:non sono stati erogati finanziamenti per la stesura di questa metanalisi. Parole chiave:diabete mellito, outcome cardiovascolari/mortalità, metanalisi. Riferimenti bibliografici
Alla luce di questi dati, questo studio di fase III ha valutato efficacia, sicurezza e immunogenicità del vaccino HPV quadrivalente in donne di età compresa tra 25 e 45 anni. L’RCT, multicentrico, placebo-controllato, in doppio cieco, ha arruolato 3819 donne di età compresa tra 24 e 45 anni. La durata dello studio complessiva era di 4 anni (giugno 2004-aprile 2008) mentre in questa sede vengono pubblicati i risultati per un follow-up medio di 2.2 anni. I criteri di inclusione erano l’assenza di gravidanza e di isterectomia. Alle partecipanti è stato chiesto di utilizzare un metodo contraccettivo efficace fino al 7° mese dello studio. Sono state escluse le donne con una storia di verruche genitali, con una patologia a livello della cervice uterina in atto o pregressa, quelle che avevano subito una precedente procedura chirurgica a livello della cervice uterina e quelle che erano state sottoposte a una biopsia cervicale nei 5 anni precedenti e le donne che presentavano un’infezione da HIV o erano immunocompromesse. Il numero di partner sessuali nel corso della vita non costituiva un criterio di inclusione o di esclusione dallo studio. Le donne sono state stratificate in due gruppi di età (≤34 anni e ≥35 anni) e sono state randomizzate, secondo un rapporto approssimato di 1:1, in due bracci cui veniva somministrato il vaccino quadrivalente HPV L1 VPL (Gardasil®, Merck) al giorno 1° e ai mesi 2° e 6° o placebo. Gli end point co-primari di efficacia erano l’incidenza combinata di infezione di una durata di almeno 6 mesi e di malattia della cervice uterina e dei genitali esterni (incluse neoplasia intraepiteliale cervicale, vulvare o vaginale; adenocarcinoma in situ, cancro cervicale, vulvare, vaginale e verruche genitali) correlate all’HPV 6, 11, 16, o 18 o solo ai ceppi 16 o 18. L’end point primario di immunogenicità era valutare la cinetica e la dipendenza dall’età della risposta anti HPV 6, 11, 16 e 18 dopo la somministrazione di 3 dosi di vaccino e confrontare le risposte anti HPV 6, 11, 16, 18 ottenute in donne naive al vaccino HPV di età compresa tra i 24 e i 45 anni arruolate in questo protocollo con quelle ottenute in donne HPV naive di età compresa tra i 16 e i 23 anni arruolate nei protocolli FUTURE I e FUTURE II. L’analisi è stata per-protocol (PPE) sito specifica per ceppo di HPV. Le analisi sono state condotte anche in una popolazione intention to treat (ITT) di supporto. Nelle donne di età compresa tra i 24 e i 45 anni della popolazione PPE specifica per il tipo di vaccino HPV, l’efficacia nei confronti del primo degli end point (incidenza combinata di infezione della durata di almeno 6 mesi e di patologie cervicali e dei genitali esterni correlate ad HPV 6, 11, 16, 18) è stata del 90.5% (95% CI 73.7-97.5; 4 casi nel gruppo trattato con il vaccino e 41 con placebo). I risultati sono stati simili per tutte le fasce di età. L’efficacia del vaccino rispetto al secondo end point (incidenza combinata di infezione di durata ≥6 mesi e di patologie cervicali e dei genitali esterni correlate ai singoli HPV 16 o 18) è stata del 83.1 % (50.6-95.8; 4 casi nel gruppo trattato con vaccino e 23 in quello con placebo). L’efficacia rispetto all’end point secondario è stata del 100% (79.0-110.0; nessun caso nel gruppo trattato e 19 casi nel gruppo placebo). Il titolo anticorpale vaccino-indotto contro l’HPV 6, 11, 16, 18 è risultato simile per entrambe le fasce di età (24-34 e 35-45 anni). Se confrontata con i dati immunologici ricavati da donne di età compresa tra 16 e 23 anni (arruolate in un altro programma vaccinale), la risposta anticorpale in donne di età compresa tra 24 e 45 anni è risultata analoga per HPV 16 e leggermente più bassa per HPV 6, 11, 18. Lo studio presenta alcuni limiti quali: mancata conoscenza del numero di malattie che possono essere prevenute mediante la vaccinazione in donne di età compresa tra 24 e 45 anni al di fuori del trial clinico, possibilità di sottostimare la precedente esposizione ad HPV 6, 11, 16, 18 nella popolazione in studio, risultati basati su un tempo medio di follow-up di soli 2 anni, numero limitato di end point basati sull’incidenza di patologie genitali, alta specificità dei criteri di esclusione per cui esiste un rischio inferiore di HPV nelle donne arruolate rispetto alla popolazione generale.
L’editoriale di accompagnamento all’articolo sottolinea che non è ancora stato dimostrato che il vaccino quadrivalente HPV fornisce una protezione, per un periodo di almeno 15 anni, contro il cancro cervicale causato dall’HPV 16 e 18. Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dalla ditta produttrice del vaccino, la Merck. Parole chiave: trial clinico, vaccino quadrivalente HPV, cancro cervicale.
Il Clalit Health Services assicura circa il 70% della popolazione tra 15 e 49 anni di età del distretto Beer-Sheva, situato a sud di Israele. Il distretto è costituito complessivamente da 565.200 abitanti (stima anno 2006). Il 98% dei parti di donne abitanti nel distretto avvengono all’ospedale regionale Soroka Medical Center. Sono stati valutati i seguenti outcome per i neonati ed i prematuri vivi: malformazioni minori e maggiori, clusters (es. malformazioni osservate in più di un bambino) e malformazioni congenite multiple (es. presenza di più di una malformazione in un bambino), sottoclassi di malformazioni congenite maggiori, morte perinatale, nati pretermine (nascita ad età gestazionale <37 settimane), basso peso corporeo alla nascita (<2500 g), peso corporeo alla nascita molto basso (<1500 g), punteggio di Apgar a 1 minuto ed a 5 minuti dopo la nascita (Apgar ≤7 oppure ≥ 8). Le malattie cromosomiche sono state escluse. Le associazioni tra uso di metoclopramide in gravidanza ed esiti avversi per il feto sono state aggiustate per variabili quali numero di gravidanze, età materna, gruppo etnico, presenza o assenza di diabete materno, fumo, presenza o assenza di febbre (temperatura corporea ≥ 38 °C) nel periodo peri-partum. Durante il periodo in studio sono stati registrati 113.612 parti singoli. Un totale di 81.703 bambini (71,9%) è nato da donne registrate al Clalit Health Service, delle quali 3458 (4,2%) avevano assunto metoclopramide durante il primo trimestre di gravidanza. Tra le donne registrate al distretto, sono stati attuati 998 aborti terapeutici; di queste pazienti, 38 avevano assunto metoclopramide. L’esposizione media (± DS) al farmaco nel periodo di gestazione considerato è risultata pari a 7,2 ± 5,4 DDD. Sono stati individuati complessivamente 4016 neonati con malformazioni congenite maggiori e 1761 casi di morti perinatali. L’esposizione alla metoclopramide, rispetto alla non esposizione al farmaco, non è stata associata ad aumento significativo dei rischi di malformazioni congenite maggiori (5,3% vs 4,9%; OR aggiustato 1,04; 95% IC 0,89-1,21), basso peso alla nascita (8,5% vs 8,3%; 1,01; 0,89-1,14), parto pretermine (6,3% vs 5,9%; 1,15; 0,99-1,34), morte perinatale (1,5% vs 2,2%; 0,87; 0,55-1,38). Il limite principale dello studio consiste nella possibilità che alcuni outcome possano essere stati classificati in maniera erronea, considerato che l’analisi è stata basata su dati amministrativi piuttosto che sulla revisione delle cartelle cliniche.
Conflitto di interesse: un autore ha ricevuto un grant dalla ditta farmaceutica Duchesnay. Parole chiave: metoclopramide, gravidanza, studio di coorte retrospettivo. Riferimento bibliografico
In donne con ipertensione cronica la gravidanza presenta diverse gravi complicanze inclusi il peggioramento della patologia, aumento del rischio di preeclampsia, eclampsia e sindrome HELLP (Hemolysis, Elevated liver enzyme level, Low platelet count), insufficienza epatica o renale, abruptio placentare, aborto spontaneo o morte del feto, parto pretermine e ridotta crescita intrauterina, complicazioni neonatali. L’obiettivo dello studio, condotto sui dati dello Swedish Medical Birth Register, era quello di valutare l'associazione tra l'uso materno di ACE-inibitori e di altri antipertensivi nei primi mesi di gravidanza e le malformazioni congenite neonatali. La coorte era composta da 1418 donne per un totale di 1444 bambini. Le donne avevano assunto antipertensivi nei primi mesi di gravidanza e avevano partorito nel periodo 1 luglio 1995-fine 2006. Sono state escluse le donne a cui era stato diagnosticato il diabete data la forte associazione tra questa patologia e l’ipertensione. Nella popolazione in studio, l’84% assumeva farmaci appartenenti ad una sola classe terapeutica di antipertensivi (beta-bloccanti nel 65% dei casi), il 14% a due classi e l’1,3% da tre a quattro diverse classi. Tra i parti singoli, è stato dimostrato un marcato incremento di rischio di nascita pretermine, di basso peso alla nascita e di bambini di piccole dimensioni rispetto all'età gestazionale. In corrispondenza di parti pretermine è stato osservato anche un aumento delle diagnosi respiratorie, soprattutto in seguito all’uso materno di beta-bloccanti anche se non in maniera statisticamente significativa. Il rischio di una malformazioni congenite aumentava significativamente fra i bambini le cui madri utilizzavano antipertensivi nei primi mesi di gravidanza, l’OR stimato aumentava leggermente anche quando le malformazioni lievi venivano escluse dall’analisi. Tra le donne trattate con solo un tipo di antipertensivi la stima del rischio è risultata inferiore rispetto a quella rilevata con l’impiego di ≥2 farmaci. Tale differenza, tuttavia, poteva essere dovuta ad un effetto random così come per l’incremento del rischio rilevato con l’uso di ACE-inibitori. La terapia con un beta-bloccante, invece è stata associata ad un aumento statisticamente significativo del rischio.
Gli autori indicano due diverse possibili spiegazioni: il fatto che il vero fattore di rischio sia la malattia di base, l’ipertensione cronica; oppure il farmaco antipertensivo potrebbe attraversare la placenta e potrebbe disturbare la circolazione fetale portando ad un aumento del rischio di difetti del setto. L’associazione tra uso materno di antipertensivi nel primo periodo della gravidanza e i difetti cardiovascolari nel bambino non sono specificamente correlati all’uso degli ACE-inibitori, ma si possono manifestare anche dopo l'uso di altri antipertensivi, in particolare, i beta-bloccanti. Conflitto di interesse: non indicato. Parole chiave: antipertensivi, gravidanza, malformazioni congenite. Riferimento bibliografico
Sono stati utilizzati due database nazionali. Il primo, National Health Insurance Research Dataset 1996-2003 (NHIRD), pubblicato dal National Health Research Institute di Taiwan, include cure ambulatoriali e ospedaliere per oltre 22 milioni di cittadini, che rappresentano oltre il 98% della popolazione isolana. Il secondo database utilizzato è stato il Registro dei certificati di nascita pubblicato dal Ministero degli Interni di Taiwan. Il basso peso alla nascita è stato valutato utilizzando il cut-off standard di 2.500 g indicato dall’OMS (<2500 g, ≥2500 g). I possibili fattori di confondimento che potevano contribuire all’esito della gravidanza comprendevano le caratteristiche del neonato, della madre e del padre. L’età gestazionale è stata utilizzata per aggiustare gli effetti delle nascite premature (<37 settimane). Non è stata osservata una differenza significativa tra le due coorti in termini di genere del neonato, età gestazionale, stato civile, il più alto livello di istruzione materna, di reddito familiare mensile, età paterna e più alto livello di istruzione paterna. La media di peso alla nascita è stato di 3060 g e 3134 g per la coorte dello studio e il confronto, rispettivamente.
I risultati di questo studio devono essere interpretati considerando le seguenti limitazioni. In primo luogo, non sono state rese disponibili le informazioni riguardo la compliance delle pazienti e ciò potrebbe aver invalidato le differenza con il gruppo di confronto. In secondo luogo, i dati su alcune variabili, che possono influenzare il rischio di basso peso alla nascita, quali fumo, cattive abitudini di vita, assunzione di alcol, altezza e indice di massa corporea delle madri, non erano disponibili nel database. Terzo, non erano disponibili informazioni sui fattori che potevano influenzare l’assorbimento sistemico dei farmaci antiglaucoma. Conflitto di interesse: nessuno riportato. Parole chiave: gravidanza, farmaci antiglaucoma, studio basato sulla popolazione.
La nascita pretermine continua ad essere la principale causa di mortalità neonatale nelle gravidanze plurigemellari. Nel lungo termine la morbidità per i nati pretermine, sia in caso di gravidanze singole che plurigemellari, è ben documentata e determina un precario stato di salute e difficoltà in età scolare e adulta. Tre precedenti studi (da Fonseca EB et al. Am J Obstet Gynaecol 2003; 188:419–24; Meis PJ et al. N Engl J Med 2003;348: 2379–85; Fonseca EB et al. N Engl J Med 2007;357:462–9) avevano suggerito l’efficacia del progesterone nella prevenzione del parto pretermine in gravidanze singole ad alto rischio, ovvero in caso di precedenti parti pretermine o presenza di raccorciamento della cervice; tuttavia, non ci sono evidenze sull’efficacia di eventuali interventi in caso di gravidanze gemellari. Lo studio STOPPIT, randomizzato, in doppio cieco e placebo controllato, ha valutato l’ipotesi che, in caso di gravidanze gemellari, il parto o la morte intrauterina prima della 34esima settimana di gestazione si verificherebbero con minore frequenza in seguito al trattamento con progesterone rispetto a placebo. Tra il 2004 e il 2008, in nove centri del National Health Service del Regno Unito (UK), specializzati in gravidanze plurigemellari, sono state reclutate tutte le donne con gravidanze gemellari le cui età gestazionali e tipo (gravidanza monocoriale o bicoriale) erano state stabilite prima della 20esima settimana. Dallo studio sono state escluse donne con gravidanze plurigemellari, con gravidanze complicate da anomalie fetali, strutturali o cromosomiche, per le quali era controindicato l’uso di progesterone e nel caso in cui erano previsti la sutura della cervice, il parto elettivo prima della 34esima settimana o un intervento trasfusionale tra i gemelli prima della 22esima settimana. A partire dalla 24esima settimana, le donne arruolate nello studio sono state randomizzate ad un trattamento giornaliero intravaginale di 90 mg di progesterone gel o a placebo Utilizzando le banche dati PubMed e Cochrane, gli stessi autori hanno, poi, condotto una metanalisi, in cui sono stati inclusi trial controllati e randomizzati nei quali le donne con gravidanze gemellari erano state esposte a progesterone per la prevenzione delle nascite pretermine ed esclusi quelli nei quali il progesterone veniva somministrato alle donne con sintomi di doglie premeture. Su un totale di 500 donne arruolate, 494 donne e 988 neonati sono stati valutati secondo l’analisi per-protocol. La metanalisi, che ha incluso soltanto altri due studi oltre al presente (Fonseca EB et al. N Engl J Med 2007; 357: 462-69; Rouse DJ et al. N Engl J Med 2007; 357: 454-61), ha confermato che il progesterone non previene le nascite pretermine in gravidanze gemellari (OR raggruppato 1,16; 0,89 -1,51).
Gli autori hanno, inoltre, dichiarato che il risultato secondo cui le donne trattate con progesterone sono esposte ad un minor rischio di taglio cesareo o parto assistito, dovrebbe essere interpretato con cautela, considerando che questo era soltanto un outcome secondario dello studio e che, ad oggi, non esiste alcuna plausibilità biologica che possa dimostrarlo. Il disegno dello studio, un trial randomizzato, in doppio cieco e placebo-controllato, è il principale punto di forza, oltre al limitato numero di follow-up persi e di criteri di esclusione considerati. Tuttavia, il fatto che soltanto il 40% delle donne eleggibili ha scelto di partecipare allo studio, ovvero un numero minore rispetto a quanto previsto durante l’arruolamento, potrebbe essere un fattore limitante. Nell’editoriale di accompagnamento, viene sottolineato che i risultati di questo studio non dovrebbero necessariamente precludere l’uso di progesterone durante gravidanze gemellari perché ne potrebbero conseguire altri benefici, piuttosto che la prevenzione delle nascite pretermine. Conflitto di interesse:lo studio è stato finanziato dal Chief Scientist Office of the Scottish Government Health Directorate. Parole chiave: progesterone, gravidanze gemellari, RCT.
L’acatisia è un disordine del movimento caratterizzato da agitazione, frequentemente associato con l’uso di antipsicotici antagonisti dei recettori per la dopamina. L’acatisia è costituita da componenti sia oggettive (aumentata attività motoria, descritta come movimenti ripetitivi, complessi e parzialmente finalizzati) che soggettive (agitazione interiore spesso accompagnata da tensione, panico, irritabilità ed impazienza). Una valutazione clinicamente valida dell’acatisia richiede strumenti qualificati e la capacità di clinici esperti in grado di riconoscere l’intero spettro di manifestazioni soggettive ed oggettive. Attualmente, sono disponibili numerose scale che permettono la valutazione della presenza di acatisia negli studi clinici, anche se molti clinici preferiscono non utilizzare queste scale e la diagnosi viene fatta soprattutto sull’osservazione clinica e sulla fenomenologia. Tuttavia, è talora difficoltoso differenziare l’acatisia da numerosi altri disordini. Lavori precedenti si sono focalizzati sull’acatisia indotta da antipsicotici di prima generazione (First-Generation Antipsychotics, FGAs). Questo articolo raccoglie i dati degli studi clinici sulla percentuale di acatisia indotta da antipsicotici attualmente approvati dalla FDA, compresi gli studi di confronto con gli antipsicotici di seconda generazione (Second-Generation Antipsychotics, SGAs). Nonostante sia noto, infatti, che i SGAs sono legati ad un minor rischio di comparsa di disordini del movimento, studi clinici hanno dimostrato che sintomi extrapiramidali, inclusa l’acatisia, sono comunque osservabili anche con l’uso di questi farmaci, anche se in una percentuale minore rispetto ai FGAs. Gli SGAs presi in considerazione sono stati: clozapina, olanzapina, risperidone, quetiapina, aripiprazolo, paliperidone e ziprasidone, utilizzati in pazienti adulti affetti da schizofrenia e disturbi bipolari.
Nonostante questi limiti e nonostante la procedura di analisi non sia di tipo meta-analitico, emergono tuttavia dei risultati interessanti. In particolare, sebbene la differenza nell’incidenza rispetto ai FGAs, l’acatisia è un evento avverso emergente anche con tutti gli SGAs esaminati. Vengono quindi esaminati nel dettaglio i risultati osservati per i singoli SGAs: Risperidone. Negli studi controllati placebo/risperidone, l’incidenza di acatisia è minore nel braccio placebo rispetto al braccio risperidone, mentre negli studi risperidone vs FGAs, l’incidenza di acatisia è minore nel braccio risperidone rispetto a FGAs, anche se la severità è simile nei gruppi. Nei pazienti con spettro schizofrenico, l’incidenza di acatisia nei trattati con risperidone sembra maggiore rispetto a clozapina e quetiapina. Per quanto riguarda il confronto risperidone/olanzapina, alcuni studi mostrano un’incidenza minore per quest’ultima, mentre due studi non riportano differenze significative. Uno studio sul confronto risperidone vs aripiprazolo mostra un’incidenza minore nel braccio risperidone. Olanzapina. La maggior parte degli studi controllati olanzapina/placebo non dimostra differenze di incidenza sia nei pazienti con disturbi bipolari che con spettro schizofrenico. Il confronto con FGAs indica che l’incidenza di acatisia è minore con olanzapina rispetto ai FGAs, tuttavia uno studio nel quale olanzapina era somministrata im vs aloperidolo non riporta differenze significative. Gli studi di confronto tra olanzapina e ziprasidone dimostrano risultati contrastanti, mentre il confronto con paliperidone indica un’incidenza minore di acatisia con olanzapina. Quetiapina. Studi controllati quetiapina/placebo dimostrano un’incidenza sovrapponibile di acatisia sia nei pazienti con schizofrenia che in quelli con disturbi bipolari, tranne che in uno studio, nel quale l’incidenza era maggiore nel braccio quetiapina alla dose più elevata. Anche in questo caso, l’incidenza di acatisia rispetto ai FGAs è minore. Ziprasidone. Negli studi controllati ziprasidone/placebo, l’incidenza di acatisia è maggiore nel gruppo trattato con il farmaco, ad eccezione di uno studio, nel quale l’incidenza è sovrapponibile. Negli studi di confronto con i FGAs, ziprasidone, sia im che per os, dimostra una minor incidenza di acatisia. Ziprasidone dimostra la stessa incidenza di acatisia rispetto ad aripiprazolo, ma una minore incidenza rispetto a risperidone. Aripiprazolo. Alcuni studi controllati aripiprazolo/placebo riportano una incidenza simile, mentre altri indicano una maggior incidenza nel braccio aripiprazolo. Paliperidone. In due studi controllati paliperidone/placebo, l’incidenza di acatisia appare dose-dipendente e l’uso di anticolinergici per contrastare la sintomatologia è maggiore nel braccio paliperidone rispetto al placebo. In conclusione, gli autori di questo lavoro sottolineano che, nonostante gli SGAs siano generalmente associati ad una minore incidenza di disordini del movimento rispetto a quelli convenzionali, una sempre più cospicua letteratura di confronto suggerisce che anch’essi possono indurre acatisia, anche se attualmente sono numerose le discrepanze nelle percentuali di incidenza di questo disordine del movimento fra i diversi farmaci di questa classe. Queste differenze di incidenza sono soprattutto dovute ad una disomogeneità metodologica nei diversi studi, quali per esempio le differenze dell’approccio diagnostico, le scale di valutazione utilizzate, il momento della diagnosi.
Conflitto di interesse: alcuni autori sono consulenti o dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: acatisia, antipsicotici di prima/seconda generazione, revisione descrittiva. Riferimento bibliografico
Obiettivo principale di questo studio è stato quello di valutare l’effetto dei corticosteroidi sulla mortalità a 28 giorni in pazienti con sepsi grave o con shock settico. L’obiettivo secondario era valutare l’influenza della dose e della durata della terapia sulla mortalità. Nella revisione sistematica sono stati inclusi gli studi randomizzati o “quasi” randomizzati, in cieco o meno in cui i corticosteroidi venivano somministrati per via endovenosa. Per basse dosi di corticosteroidi si intendeva un dosaggio <300 mg/die di idrocortisone (od equivalenti). Inoltre, gli autori hanno classificato gli studi in base alla durata della somministrazione considerando una terapia prolungata se il farmaco veniva somministrato per >5 giorni. I dati provenienti dagli studi selezionati sono stati utilizzati per effettuare una metanalisi con l’obiettivo di chiarire il ruolo dei corticosteroidi sulla mortalità a 28 giorni. Sono inoltre state effettuate delle sottoanalisi per valutare il tasso di mortalità intraospedaliera, i giorni di ricovero, la reversione completa dello shock al giorno 7 e 28, il numero di pazienti con reazioni avverse gravi quali emorragie gastrointestinali, superinfezioni, iperglicemia, ipernatremia, debolezza neuromuscolare. Gli autori hanno selezionato 22 trial clinici che corrispondevano ai criteri di inclusione, controllati con terapia standard o placebo. Analisi principale Analisi secondarie
Complessivamente, lo studio ha mostrato che i corticosteroidi sono efficaci nel ridurre la mortalità nei pazienti adulti con shock settico o sepsi grave solo se utilizzati a basse dosi (200-300 mg/die di idrocortisone od equivalenti) e per non meno di 5 giorni, o comunque almeno 100 ore. Le evidenze provenienti dai trail clinici, non hanno mostrato invece nessuna efficacia dall’utilizzo di alte dosi a breve termine di corticosteroidi nel trattamento della sepsi grave o dello shock settico. Ulteriori studi sono comunque necessari per valutare l’effetto della terapia a lungo termine con basse dosi di corticosteroidi, in particolare sul momento ottimale per iniziare la terapia, a quali dosi e per quanto tempo utilizzare il farmaco prima di ridurre le dosi. L’editoriale di accompagnamento allo studio evidenzia che le conclusioni degli autori sono in contrasto con le raccomandazioni presenti nelle linee guida redatte dalla Surviving Sepsis Campaign (Dellinger RP et al. Crit Care Med 2008; 36: 296-327) che suggeriscono che l’uso di corticosteroidi debba essere riservato solo a quei pazienti con shock che siano poco responsivi ad altre misure di supporto. L’editoriale ricorda che comunque le linee guida non tengono conto di alcuni studi importanti che invece sono stati analizzati nella metanalisi Cochrane nel 2004. Inoltre, ricorda che le manifestazioni cliniche dello shock settico possono essere molto diverse e che c’è la possibilità che i corticosteroidi siano utili nei pazienti in più gravi condizioni cliniche. Per tentare di rispondere a queste domande, viene suggerito di effettuare una single patient meta-analysis in modo da potere analizzare i risultati in base alle differenze cliniche di ogni singolo paziente incluso negli studi inclusi. Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Riferimenti bibliografici
La soppressione androgenica a lungo termine può ridurre la qualità di vita e aumentare il rischio di infarto del miocardio fatale, di fratture e di sindrome metabolica. Il rischio potrebbe essere diminuito sostituendo la soppressione androgenica a lungo termine con una a breve termine (6 mesi), capace di ridurre la mortalità da cancro prostatico localizzato. Lo European Organization for Research and Treatment of Cancer (EORTC) ha condotto uno studio per determinare se la soppressione androgenica a breve termine possa preservare la qualità di vita e consentire di raggiungere il tasso di sopravvivenza totale ottenuta con quella a lungo termine. Lo studio, multicentrico (sono stati coinvolti 12 paesi compresa l’Italia), è iniziato nell’aprile 1997. Criteri di inclusione sono stati la conferma istologica di adenocarcinoma della prostata T1c-T2a-b, stadio patologico nodale N1-N2 e nessuna evidenza clinica di diffusione metastatica oppure stadio clinico tumorale T2c-T4, clinico nodale N0-N2, e nessuna evidenza clinica di diffusione metastatica (International Union against Cancer 1992 staging criteria), livello basale del prostate-specific antigen (PSA) fino a 40 volte il limite superiore normale e un preformance status 0-2 (WHO). Ulteriori criteri erano: livello di emoglobina ≥10 g/dl, leucociti ≥2×109/l, piastrine ≥100×109/l, nessun precedente trattamento per il cancro prostatico (ad eccezione dell’ormonoterapia per ≤3 settimane) e nessuna neoplasia precedente (ad eccezione del cancro delle cellule basali della pelle, trattato). I pazienti sono stati sottoposti a radioterapia con interessamento di due volumi bersaglio: il primo comprendente la pelvi, la prostata, le vescichette seminali, i linfonodi iliaci interni ed esterni e la parte più bassa dei linfonodi iliaci comuni; il secondo comprendente la prostata e le vescichette seminali. L’irradiazione è stata effettuata una volta al giorno, 5 giorni alla settimana, le dosi sono state 50 Gy per il primo volume bersaglio e aggiuntivi 20 Gy per il secondo. L’outcome primario è stato la sopravvivenza totale. È stato considerato un HR ≤1,35 per stabilire la non inferiorità della soppressione androgenica a breve termine rispetto a quella a lungo termine. Gli end point secondari sono stati la sopravvivenza libera da progressione clinica, da metastasi regionali e a distanza, da progressione biochimica (PSA≥1,5 ng/ml e un aumento dei livelli rilevato in due successive occasioni distanti almeno 3 mesi). Tra ottobre 1997 e maggio 2002, 1113 pazienti (età media 69-70 anni) sono stati arruolati e 970 sono stati assegnati al gruppo soppressione androgenica a breve termine (n=483) o a quello a lungo termine (n=487). La maggior parte dei pazienti presentava un performance status 0 (>83%), stadiazione clinica del tumore T3 (>71%), clinica patologica dei linfonodi N0 (>91%), combinata del tumore e dei linfonodi T2c-T4 N0 (>91%), punteggio Gleason 2-7 (>80%), livello del PSA 15,6-18,8 ng/ml. 1089 pazienti sono stati sottoposti a radioterapia; la durata e la dose media sono state, rispettivamente, 51 giorni e 70 Gy. 1080 pazienti sono stati sottoposti all’iniziale trattamento ormonale di 6 mesi. 672 pazienti hanno ricevuto triptorelina, 325 goserelina, i restanti hanno ricevuto altri tipi di LHRH oppure sono passati alla triptorelina durante il trattamento. I principali effetti avversi rilevati sono stati: vampate di calore >3 volte al giorno (28,8%), ginecomastia (7,1%), diarrea di grado ≥3 (2,1%) e incontinenza (10,2%). Il 71,7% dei pazienti nel gruppo soppressione a lungo termine ha completato i 3 anni di trattamento; il 4,5% di quelli con follow-up <3 anni ha comunque ricevuto il trattamento all’ultima visita; il 21,8% ha interrotto il trattamento prematuramente. Gli eventi avversi emersi durante gli ulteriori 2,5 anni di trattamento sono stati vampate di calore ≤3 volte al giorno (32,0%), >3 volte al giorno (39,2%) e ginecomastia (18,1%). Dopo la radioterapia e i 6 mesi di blocco androgenico sono significativamente aumentati (p<0,001) fatigue, vampate di calore e i problemi sessuali. Dopo la randomizzazione il gruppo blocco a lungo termine ha riportato punteggi significativamente maggiori par l’insonnia (p=0,006), le vampate di calore (p<0,001) e l’interesse per e l’attività sessuale (p<0,001); le differenze sono state clinicamente rilevanti solo per le vampate di calore, l’interesse per l’attività sessuale. La qualità di vita non è stata significativamente differente tra i due gruppi. La mortalità complessiva a 5 anni è stata 15,2% (CI 95% 12,1-18,9%) nel gruppo a lungo termine, 19,0% (CI 95% 15,5-23,0%) in quello a breve termine corrispondente ad un valore di HR 1,42 (limite superiore dell’intervallo di confidenza al 95,71% 1,79; p=0,65 per la non inferiorità). La percentuale cumulativa per la mortalità prostata-specifica è stata 4,7% (CI 95% 2,7-6,7%) nel gruppo a breve termine, 3,2% (CI 95% 1,6-4,8%) in quello a lungo termine (HR 1,71; CI 95% 1,14-2,57%; p=0,002).
Nell’editoriale di accompagnamento viene rilevato che attualmente molti pazienti, rispetto a quelli inclusi nello studio, hanno tumori molto più piccoli e di grado inferiore. Infatti, la misurazione ripetuta dei livelli del PSA ha permesso di ottenere un sostanziale spostamento della malattia verso lo stadio T1c. Lo studio dimostra i benefici per i pazienti con una malattia avanzata e localizzata della radioterapia combinata alla deprivazione androgenica. Tuttavia recenti osservazioni indicano che la sola deprivazione androgenica, come terapia primaria nei pazienti con malattia T1c, non fornisce benefici sulla sopravvivenza. Non è chiaro, quindi, se le osservazioni riportate possano essere estese ai pazienti sottoposti a radioterapia per trattare tumori di basso grado e di piccolo volume. Inoltre, lo studio non fornisce informazioni sull’efficacia della terapia radiante con o senza deprivazione androgenica nell’ambito di una gestione conservativa della malattia in pazienti con malattia T1c. Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato da fondi sia privati che pubblici, alcuni autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da ditte farmaceutiche. Parole chiave: soppressione androgena, cancro prostatico, trial clinico multicentrico. Riferimento bibliografico - Dispositivi medici in evidenza -
La durata a lungo termine degli impianti di totale sostituzione discale dipende da fattori biomeccanici e biologici. L’esito favorevole della sostituzione è in parte dovuta al meccanismo di fissazione a punta e dall’entità di osteointegrazione porosa a livello dell’interfaccia tra ossa e protesi. La realizzazione di modifiche del piatto (arrotondamenti, dentature, serrature), aumenta la forza di fissazione ma non assicura la funzionalità a lungo termine. Nell’artroplastica totale delle articolazioni sono già state valutate diverse tipologie di rivestimento della superficie osteoconduttiva, tra cui idrossiapatite (HA), ceramiche di calcio fosfato, apatiti biomimetica e vetro bioattivo. Lo scopo di questo studio retrospettivo è stato di: i) definire l’entità e le modalità di osteointegrazione nell’artroplastica cervicale e lombare di impianti discali con rivestimento bioattivo di fosfato di titanio/calcio (TiCaP); ii) determinare se la posizione dell’impianto (ideale, sub-ottimale o scarsa rispetto ai piani sagittale e coronale) influenza il successo di osteointegrazione misurato con analisi radiografica ed istomorfometrica quantitativa. Sono stati valutati due tipi di impianto artroplastico: il dispositivo motorio a rivestimento poroso (PCM; Cervitech Inc., Rockaway, NJ, USA) e la protesi disco-lombare Charitè (Depuy Spine Inc., Raynham, MA, USA), entrambi contenenti due piatti in lega di cromo e cobalto, un nucleo di polietilene ad altissimo peso molecolare ed un particolare rivestimento di fosfato di titanio/calcio HA. Lo studio, eseguito al Centro Medico St. Joseph (Towson, MD, USA), ha incluso 12 interventi artroplastici con PCM a livello cervicale condotti su capre, con sacrificio dell’animale a 6 e 12 mesi dall’intervento e 17 impianti di tipo Charitè inseriti a livello lombare in babbuini sacrificati dopo 6 mesi. Per ogni dispositivo sono state esaminate sia l’interfaccia superiore che inferiore tra protesi e osso, per un totale di 58 piatti. Dopo il sacrificio i segmenti interessati sono stati prelevati dagli animali, processati mediante tecnica istologica di decalcificazione, fissati, tagliati in fettine (250-300 μm) ed infine sottoposti a microfotografia. Le microfotografie ad alta risoluzione ottenute hanno permesso la quantificazione istomorfometrica (BioQuant Image Analysis System, R&M Biometrics, Nashville, TN, USA) dell’area trabecolare ossea a contatto con l’impianto. Le analisi radiografiche e microradiografiche hanno permesso di classificare la precisione della posizione dell’impianto rispetto ai piani sagittale e coronale, in ideale, sub-ottimale o scarsa, in base alla scala di Mc Afee (artroplastica lombare) o alla percentuale di piatto a contatto con la vertebra (artroplastica cervicale). Nessun animale sottoposto ad operazione ha manifestato complicazioni di tipo neurologico ed infettivo. La precisione della posizione dell’impianto cervicale è risultata essere ideale nel 75% dei casi, sub-ottimale nel 17% dei casi e scarsa nell’8% dei casi mentre quella a livello lombare si è rivelata invece essere ideale solamente nel 26% dei casi, sub-ottimale nel 52% dei casi e scarsa nel 20% dei casi. Le analisi istomorfometriche delle superfici superiori ed inferiori dei piatti hanno dimostrato che l’apposizione trabecolare è stata scarsa nel 21±30% dei casi, sub-ottimale nel 26±33% dei casi e ideale nel 44±23% dei casi a livello cervicale. Risultati simili sono stati ottenuti anche nel caso degli impianti lombari senza differenze significative. Una buona crescita porosa (>30%) è stata ottenuta nel 67% e 75% dei casi, rispettivamente dopo 6 e 12 mesi dall’impianto cervicale, e nell’88% dei casi dopo 6 mesi dall’impianto lombare.
Conflitto di interesse: due autori dichiarano di essere consulenti per Depuy Spine. Parole chiave: rivestimento bioattivo di fosfato di titanio/calcio, osteointegrazione porosa, artroplastica discale cervicale e lombare.
L’impianto di stent medicati (drug-eluting stent, DES) durante interventi coronarici è associato ad alterazione del normale processo di riparazione della parete del vaso e ritardo dell’endotelizzazione. A seguito di interventi coronarici, è molto raro il riscontro angiografico di aneurisma coronarico (CAN), che ipoteticamente si può sviluppare in conseguenza di un esagerato rimodellamento positivo della parete vasale, anche se il meccanismo fisiopatologico rimane sconosciuto. In alcuni pazienti, tale fenomeno è stato associato a reazioni di ipersensibilità, arterite batterica o ad altri rari fattori predisponenti come la malattia di Kawasaki. È stato suggerito, inoltre, che CAN associato a DES può predisporre a trombosi dello stent. Lo studio ha valutato i risultati clinici, angiografici e dell’ecografia intravascolare (intravascular ultrasound, IVUS) in pazienti con riscontro angiografico di CAN dopo impianto di DES, utilizzando i database che hanno raccolto dati clinici e angiografici del Cardiovascular Institute, Clínico San Carlos University Hospital (Madrid, Spagna), da cui sono stati identificati 1197 pazienti con valutazione angiografica tardiva dopo impianto di stent. In 15 di questi pazienti il riscontro di CAN è avvenuto alla valutazione angiografica ripetuta. Una volta stabilita la diagnosi di CAN, i pazienti sono stati seguiti prospetticamente. Su 1197 pazienti con valutazione angiografica tardiva dopo impianto di stent, in 15 è stata riscontrata la presenza di CAN (1,25%; 95% CI 0,58-1,93). Rispetto ai pazienti senza CAN, in quelli con aneurisma coronarico, la procedura iniziale era stata effettuata più spesso durante un infarto miocardico acuto e in vasi occlusi, con maggiore frequenza erano necessari lunghi e molteplici DES ed erano presenti dissezioni residue. Uno di questi pazienti era affetto da leucemia mieloide cronica, 1 da cancro al polmone ed un altro era stato operato per cancro alla vescica. Dal punto di vista angiografico, in media il diametro massimo di CAN era pari a 5,1±1,2 mm. In 5 casi era localizzato nel terzo prossimale e negli altri 10 casi nel segmento intermedio di DES (inclusi 4 pazienti con sovrapposizione di DES). Nello studio è stato evidenziato che, dopo impianto dello stent, lo sviluppo di CAN è raro (1,25%) e l’angiografia coronarica può fornire un’accurata diagnosi dell’entità. Inoltre, IVUS fornisce informazioni anatomiche, inclusa l’estensione del distacco di DES, che sembra avere maggiori implicazioni prognostiche. Inoltre, CAN può essere rilevato in pazienti asintomatici con outcome clinici favorevoli a lungo termine in presenza di duplice terapia antiaggregante. Tuttavia, CAN può essere associato a restenosi e a trombosi dello stent. Lo studio presenta alcuni limiti. Innanzitutto, nonostante abbia incluso il numero più elevato di pazienti, il campione valutato rimane ancora di piccole dimensioni. Pertanto, bisogna porre cautela nell’analisi dei potenziali fattori predittivi di questa rara complicanza, sopratutto per quanto riguarda gli eventi avversi clinici. È necessario quindi che i risultati siano confermati da studi con un numero maggiore di pazienti.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: aneurisma coronarico, stent medicati, angiografia, ecografia intravascolare.
Questo articolo, secondo di una serie di revisioni condotte su diversi aspetti della terapia inalatoria (il primo è stato centrato sul controllo dell’asma; Dekhuijzen et al. Prim Care Resp J 2007, 16: 341-8) dal gruppo ADMIT, cui partecipano anche ricercatori italiani, si occupa di fornire una visione di insieme sui requisiti chiave per un uso corretto ed efficace degli attuali inalatori: quelli pressurizzati pre-dosati (pressurised metered-dose inhaler – pMDI) e quelli di polvere secca (dry poweder inhaler – DPI). In questo contesto, gli autori affrontano sia il tema della manipolazione dei dispositivi che le manovre inalatorie necessarie, ma anche le peculiarità degli inalatori più comunemente usati e gli aspetti critici chiave per un efficiente rilascio del farmaco. I pMDI sono, in molti paesi, i più prescritti per il basso costo nonostante presentino un problema di coordinazione tra attuazione e inspirazione che può risultare in una minore deposizione del farmaco nel polmone e quindi in un ridotto controllo della malattia. A questo problema, si aggiunge un problema dovuto alla velocità di uscita ed alla temperatura di evaporazione dei propellenti dell’aerosol: l’impatto del freon nella orofaringe può portare ad un arresto del riflesso dell’inspirazione (definito l’effetto del freon freddo) o la continuazione dell’inspirazione attraverso il naso anziché la bocca. Questo problema, legato principalmente al freon è meno marcato con l’uso di nuovi propellenti a base di idrofluoroalcani che hanno una più lenta velocità di uscita. Per ridurre i problemi di coordinazione e di impatto del propellente con l’orofaringe, possono essere utilizzati spaziatori o camere di tenuta. In questo caso le particelle di maggiori dimensioni impattano sulla parete del dispositivo riducendosi così di dimensioni, questo ottimizza la dimensione delle particelle e riduce gli effetti avversi legati alla deposizione nell’orofaringe ed all’assorbimento gastrointestinale. Sono disponibili diversi dispositivi inalatori, e ciascuno richiede specifiche istruzioni per l’uso. Di conseguenza gli operatori sanitari dovrebbero essere preparati ed informati sulle modalità d’uso di ogni singolo dispositivo al fine di educare nel modo più corretto il paziente che dovrebbe ricevere precise e chiare istruzioni per la preparazione e la manipolazione necessarie a caricare ogni singolo dispositivo e la sua manutenzione. Gli autori evidenziano come dal momento che le tecniche inalatorie richieste per i diversi tipi di dispositivo sono così varie, sarebbe ragionevole prescrivere per lo stesso paziente un unico tipo di dispositivo per l’assunzione di diversi farmaci. Tuttavia, ciò non è sempre possibile e vengono prescritte combinazioni di farmaco/dispositivo di rilascio diverse; sarebbe importante assicurarsi che il paziente sia in grado di usarle. I fattori importanti per la scelta di un inalatore includono la preferenza del paziente e la sua capacità di usare e generare un appropriato livello di flusso inspiratorio per il dispositivo prescelto. Un pMDI potrebbe rappresentare la prima scelta in pazienti con respirazione spontanea, buona coordinazione e scarso flusso inspiratorio (ad es., pazienti con grave ostruzione delle vie aeree); mentre in quelli con inadeguata coordinazione ma flusso inspiratorio sufficiente (>30L/min, quali bambini di età >4 anni o persone anziane) potrebbe essere preferibile un DPI, un pMDI con spaziatore o un autoinalatore. Infine, in pazienti che non sono in grado di coordinare attuazione ed inalazione e/o che generano un flusso inspiratorio insufficiente, la scelta più ovvia ricade sulla combinazione pMDI-spaziatore, anche se, in alternativa, può essere utilizzato un nebulizzatore, soprattutto per situazioni acute. Tuttavia, i nebulizzatori non sono raccomandati per un trattamento cronico perché più costosi, richiedono più tempo per l’uso e necessitano di una adeguata manutenzione.
Parole chiave: inalatori, dispositivi medici, revisione. Riferimento bibliografico |
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Ultimo aggiornamento: 01 Luglio 2009 |






