Gruppo di lavoro SIF sulla Farmacogenetica
NEWSLETTER numero "0" - ottobre
2008
|
Negli
ultimi mesi, sollecitato dal Presidente, Prof. Achille
Caputi, si è andato costituendo un gruppo
di lavoro, all’interno della Società
Italiana di Farmacologia, che intende specificatamente
occuparsi di farmacogenetica. I supervisori iniziali Emilio Clementi ARTICOLI COMPARSI IN SIF-FARMACI IN EVIDENZA Biomarker farmacogenomici
per predire gravi reazioni avverse: screening di HLA-B*5701
nell’ipersensibilità da abacavir n.
09 del 01-03-2008 Carbamazepina: sindrome di Steven-Johnson, necrolisi epidermica tossica e HLA-B*1502 n. 18 del 15-07-2008 Responsività alla
simvastatina e splicing alternativo della 3-idrossi-3-metilglutaril
coenzima A redattasi (HMGCR) n.
20 del 01-09-2008 VARIANTI GENETICHE
DI FKBP5 CHE INFLUENZANO LA RISPOSTA AL TRATTAMENTO CON
ANTIDEPRESSIVI L’iperattività
dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene è considerata
essere un importante fattore patogenetico delle sindromi
depressive. Tale iperattività sembrerebbe essere
determinata da difetti nei meccanismi di feed-back negativo
che regolano l’attività dell’asse,
probabilmente correlati ad una ridotta sensibilità
dei recettori per i glucocorticoidi al cortisolo (Pariante
C.M. and Lightman S.T. Trends Neurosci 2008, 31(9):464-8). Il lavoro qui descritto si proponeva di replicare i dati di Binder e coll. relativamente a due polimorfismi nel gene di FKBP5 in una coorte indipendente di pazienti depressi, ma con caratteristiche cliniche ed etniche simili a quelle delle coorti di Binder. Una coorte non selezionata di 304 pazienti che soffrivano di episodi unipolari e bipolari di depressione veniva reclutata utilizzando 3 ospedali psichiatrici localizzati nell’area centrale di Berlino (Germania). La diagnosi di depressione maggiore era confermata mediante “Mini International Neuropsychiatric Interview (MINI)” e la gravità della depressione era misurata attraverso la scala di Hamilton (21-item Hamilton Depression Rating Scale). Criteri di esclusione erano l’età inferiore a 18 anni, il gruppo etnico di appartenenza non caucasico, l’incapacità a fornire il consenso informato, altre diagnosi primarie possibilmente responsabili di sintomi depressivi come la dipendenza dall’alcool o i disturbi di personalità. 179 pazienti erano trattati per 3 settimane con antidepressivi; il 16% del campione assumeva una combinazione di 2 antidepressivi; 151 pazienti erano trattati in monoterapia: il 28% assumeva SSRI, il 26% mirtazapina, il 16% venlafaxina, l’11% triciclici e il 3% altri antidepressivi. Dopo 3 settimane di trattamento, la risposta farmacologica veniva misurata come riduzione percentuale nella scala di Hamilton secondo la formula: HDRS1-HDRS21 Venivano considerati responder
quei soggetti che avevano conseguito una riduzione dei
sintomi di almeno il 50% nella scala di Hamilton. L’end-point era valutare
se un particolare genotipo correlasse con lo stato di
responder dopo 3 settimane di trattamento, misurato come
riduzione del 50% nella scala di Hamilton. Lo studio costituisce un
importante conferma del ruolo delle varianti del gene
FKBP5 nella risposta agli antidepressivi, mentre studi
precedenti, sebbene con disegni sperimentali e gruppi
etnici diversi, non avevano replicato il lavoro di Binder
e coll. Vi sono comunque alcune limitazioni nella conferma
del lavoro di Binder. In primo luogo, nel lavoro di Binder
gli effetti del genotipo erano osservati nei portatori
omozigoti dell’allele T della variante 1360780,
mentre gli eteroziogoti non differivano sostanzialmente
dagli omozigoti CC; nel presente studio l’effetto
è cumulativamente osservato in soggetti TT e TC.
Inoltre le dimensioni dell’effetto del genotipo
sulla risposta erano più modeste rispetto allo
studio di Binder (2 volte verso 5 volte) e questo potrebbe
essere dovuto agli ampi criteri di inclusione impiegati
nel presente studio che hanno consentito anche l’arruolamento
di pazienti con una depressione di grado lieve (HAMD superiore
a 8). Varianti alleliche del gene FKBP5 codificante per una co-chaperonina del recettore dei glucocorticoidi influenzano la risposta farmacologica agli antidepressivi. Parole chiave: antidepressivi, FKBP5, cortisolo, co-chaperonina Riferimenti Bibliografici UNO STUDIO FARMACOGENETICO CONTROLLATO SU SIBUTRAMINA, PERDITA DI PESO E COMPOSIZIONE CORPOREA IN ADULTI OBESI O SOVRAPPESO A cura della Dott.ssa Valentina Boscaro La sibutramina, inibitore
del reuptake della noradrenalina e della serotonina, è
approvato per il trattamento a lungo termine dell’obesità:
la perdita di peso è però altamente variabile
tra gli individui in terapia con questo farmaco. Si tratta di uno studio in doppio cieco, randomizzato (1:1:1) in cui i pazienti (n=181), obesi o sovrappeso, arruolati tra luglio 2006 e settembre 2007 in Minnesota, hanno ricevuto sibutramina 10 mg/die (n=58, 42,2 anni, 91% donne, 48 obesi) o 15 mg/die (n=61, 44,8 anni, 89% donne, 50 obesi) o placebo (n=62, 41,3 anni, 87% donne, 51 obesi) per 12 settimane. I partecipanti hanno ricevuto una terapia comportamentale standardizzata all’arruolamento e dopo 4, 8 e 12 settimane. Criteri di inclusione sono stati: età 18-65 anni, BMI 25-50kg/m2, non in terapia con anoressizzanti, orlistat o MAO-inibitori, non in trattamento per patologie cardiache, polmonari, gastrointestinali, epatiche, renali, ematologiche, neurologiche o endocrine. Sono stati esclusi pazienti con disturbi psichiatrici instabili, peso superiore a 300lb (136kg), pressione sistolica > 140mmHg e diastolica > 90mmHg o diastolica > 105mmHg dopo un periodo di riposo di 30 minuti. All’inizio dello studio e alla 12^ settimana di trattamento, sono stati misurati il peso corporeo, l’indice di massa corporea, la composizione corporea e lo svuotamento gastrico. L’aderenza alla terapia
è stata del 97%: si sono ritirati 13 soggetti tra
i trattati con sibutramina e 10 tra i controllo, 1 per
gruppo per ipertensione. Punti di forza sono il disegno
dello studio (randomizzato, dose-risposta, controllato
verso placebo), la standardizzazione della terapia comportamentale,
la conduzione in un unico centro e con uno stesso team
così da garantire un livello costante di operatività,
l’omogeneità razziale, la scelta mirata dei
3 geni, la selezione di biomarker per i correlati funzionali
dei geni candidati e una potenza statistica sufficiente
in base alla frequenza dell’allele minore di ogni
gene e la dimensione del campione fattibile in un unico
centro. In conclusione, i geni selezionati possono predire significativamente la perdita di peso in risposta a sibutramina e terapia comportamentale. Parole chiave: sibutramina, geni, perdita di peso Riferimento bibliografico INTERAZIONI TRA POLIMORFISMI
A SINGOLO NUCLEOTIDE IN GENI IMPLICATI NEL METABOLISMO
DELL’OMOCISTEINA (MTHFR 677C>T, MTHFR 1298 A>C
E CBS ins) ED EFFICACIA DEGLI INIBITORI DELL’ENZIMA
HMG-COA REDUTTASI NELLA PREVENZIONE DELLA MALATTIA CARDIOVASCOLARE
IN PAZIENTI IPERTESI A RISCHIO ELEVATO: LO STUDIO GENETICS
OF HYPERTENSION ASSOCIATED TREATMENT (GENHAT) L’efficacia di farmaci
che riducono i livelli di colesterolo in prevenzione primaria
e secondaria è stata definitivamente accertata.
Infatti la revisione di 9 vasti trials clinici ha mostrato
che la terapia con statine riduce mediamente del 27% la
comparsa di eventi CHD e del 14% il numero di morti. Livelli
aumentati di omocisteina circolante, noto marker di stress
ossidativo e danno endoteliale, si riscontrano in soggetti
con malattia coronarica, suggerendo un potenziale ruolo
dell’omocisteina come fattore di rischio. Come riportato
da una revisione comprendente 15 studi, le statine causano
piccole riduzioni dei livelli plasmatici di omocisteina
(-3.5%), tuttavia la rilevanza clinica di tale effetto
non è nota. Specifici polimorfismi nei geni cistationina-ß-sintetasi
(CBS) e metilenetedraidrofolato reduttasi (MTHFR) sono
stati associati ad un maggior rischio di insorgenza di
malattia coronarica. L’obiettivo dello studio, denominato GenHat (Genetics of Hypertension Associated Treatment) è quello di valutare una possibile influenza degli SNPs nel gene MTHFR (677C>T e 1298 A>C) e del polimorfismo ins/del nel gene CBS nella prevenzione della malattia coronarica in relazione all’efficacia della terapia con pravastatina. Parte di uno studio più ampio denominato ALLHAT (Antihypertensive and Lipid-Lowering treatment to prevent Heart Attack Trial), GenHat è uno studio randomizzato multicentrico che ha incluso 9624 pazienti trattati con pravastatina (40 mg/day). Lo studio è stato condotto tra il Febbraio 1994 fino al Marzo 2002 presso 513 Centri Clinici degli Stati Uniti e del Canada. Endpoints considerati: i) morte CHD oppure infarto del miocardio non fatale e ii) morte per tutte le cause. Il polimorfismo MTHFR 1298 A>C non sembra essere correlata all’efficacia della pravastatina. In pazienti con genotipo MTHFR 677CC si osserva invece un significativo effetto protettivo della statina sul rischio di morte CHD ed infarto del miocardio non fatale [0.71 (95% CI 0.58-0.87)], mentre tale effetto protettivo non si osserva nei pazienti con genotipo CT [1.25 (95% CI 0.97-1.61)] e nei TT [0.80 (95% CI 0.50-1.28)]; hazard ratio del test d’interazione P=0.004. Questo risultato è in contrasto con quanto atteso dagli autori in quanto le piu alte concentrazioni di omocisteina sono attese tra i pazienti con genotipo TT. Questo potrebbe essere spiegato dall’esistenza di SNPs in linkage disequilibrium con il polimorfismo MTHFR 677 C>T oppure dalla possibilità che i livelli più elevati di omocisteina non siano tra i pazienti con genotipo MTHFR 677TT, tuttavia non è stato possibile avere dati riguardanti i livelli circolanti di omocisteina nei pazienti partecipanti allo studio GenHat. Tra i pazienti trattati con
statina, i portatori della variante ins (II e ID) del
gene CBS hanno una riduzione del rischio di morte CHD
e di infarto del miocardio non fatale [0.58 (95% CI 0.44-0.78)],
mentre i pazienti con genotipo omozigote per la delezione
(DD) non ricevevono beneficio dalla terapia con statina
[1.01 (95% CI 0.84-1.20); hazard ratio del test d’interazione
P=0.002 ]. Parole chiave: gene cistationina-ß-sintetasi (CBS), omocisteina, gene metilenetetraidrofolato reduttasi (MTHFR), farmacogenetica, statine. Riferimento bibliografico VARIANTI SLCO1B1 E MIOPATIA INDOTTA DA STATINE: LO STUDIO SEARCH (Study of the Effectiveness of Additional Reductions in Cholesterol and Homocysteine). A cura del Dott. Dario Cattaneo Gli Autori di questo lavoro
hanno eseguito uno studio di widegenome association in
85 pazienti (casi) che - all'interno di un trial clinico
che aveva coinvolto oltre 12,000 partecipanti - hanno
sviluppato miopatia dopo trattamento con statina (simvastatina,
80 mg/die), confrontandoli con 90 soggetti (controlli)
arruolati nello stesso trial e che avevano le stesse caratteristiche
senza però aver sviluppato miopatia. Le analisi
di widegenome hanno identificato una forte associazione
tra la comparsa di miopatia e la presenza di un polimorfismo
nel gene SLCO1B1, che codifica per un trasportatore anionico
che regola l'uptake delle statine a livello epatico. I
soggetti eterozigoti per questa variante allelica avevano
un rischio 4.5 volte maggiore di sviluppare miopatia rispetto
ai soggetti wild-type, mentre tale rischio era di 17 volte
maggiore per i soggetti omozigoti mutati. Questi risultati
sono stati poi confermati considerando una popolazione
diversa (i soggetti inclusi nell'Heart Protection Study).
E' stato stimato che la presenza di questo polimorfismo
spiegava il 60% dei casi di miopatia osservati in entrambi
i trials. Parole chiave: miopatia, SLCO1B1, amiodarone, statine. Riferimento bibliografico |
| Webmaster: Federico Casale (sif@unito.it) | Ultimo aggiornamento: Ottobre 2008 |





