Gruppo di lavoro SIF sulla Farmacogenetica
NEWSLETTER numero 2 - DICEMBRE 2008
Archivio newsletters
| Sommario o APERTA LA STRADA PER UNA TERAPIA GENICA CONTRO LA SORDITA' EREDITARIA o IL GENE SOX18 E' IL REGOLATORE CHIAVE DEL SISTEMA LINFATICO o PERPLESSITA’ SULL’EFFICACIA DEGLI ANTIOSSIDANTI SULL’ INVECCHIAMENTO o DETERMINANTI FARMACOCINETICI E FARMACOGENETICI DEL PROFILO FARMACOLOGICO E TOSSICOLOGICO DI IRINOTECAN IN PAZIENTI CON TUMORE DEL COLON-RETTO METASTATIZZATO o I DETERMINANTI GENETICI DEL METABOLISMO DEI FARMACI HANNO UNO SCARSO IMPATTO NELL’UTILIZZO CLINICO DEI PRINCIPALI ANTIPSICOTICI: LO STUDIO CLINICAL ANTIPSYCHOTIC TRIAL OF INTERVENTION EFFECTIVENESS (CATIE) o LA FARMACOGENOMICA MITOCONDRIALE DELL’APLOGRUPPO T: ASSOCIAZIONE TRA IL POLIMORFISMO MTND2*LHON4917G E NEUROPATIA PERIFERICA IN SOGGETTI SOTTOPOSTI A TERAPIA ANTIRETROVIRALE o POLIMORFISMI A LIVELLO DEL GENE PER IL TRASPORTATORE DEI CATIONI ORGANICI OCT2 INFLUENZANO LA BIODISPONIBILITÀ DI METFORMINA o UNA VARIANTE PAUCIMORFICA DEL GENE CODIFICANTE L’ENZIMA HMG-COA REDUTTASI È ASSOCIATA CON LA RISPOSTA IPOLIPIDEMIZZANTE AL TRATTAMENTO CON STATINE NEL DIABETE: UNO STUDIO DERIVATO DALLO STUDIO GoDARTS o IL
GENOTIPO CEPT PREDICE L’INCREMENTO
DI MORTALITA’ IN UOMINI TRATTATI CON STATINE CON
MALATTIA CARDIOVASCOLARE COMPROVATA: UN’INTERAZIONE
FARMACOGENETICA AVVERSA APERTA LA STRADA PER UNA TERAPIA GENICA CONTRO LA SORDITA' EREDITARIA A cura del Prof. Achille Caputi Positivi i primi test sull'apparato
uditivo dei topi. Due proteine che funzionano come “graffette
molecolari” promettono di diventare un'arma contro
la sordità ereditaria che colpisce un neonato su
2.000. A scoprire il nuovo bersaglio è la ricerca
italiana pubblicata sulla rivista dell'Accademia delle
Scienze degli Stati Uniti, PNAS, e condotta nell'Istituto
Veneto di Medicina Molecolare di Padova con il cofinanziamento
di Telethon. Le proteine, studiate dal gruppo di Fabio
Mammano in collaborazione con gli statunitensi National
Institutes of Health (NIH), si chiamano connessine 26
e 30. Parole chiave: connessine 26 e 30, sordità ereditaria, topi Riferimento bibliografico
La sua inattivazione porterebbe
all'ipotricosi-linfedema-teleangiectasia. Parole chiave: SOX18, sviluppo linfatico, Ipotricosi-linfedema-teleangiectasia Riferimento bibliografico
Un team di studiosi britannici
che ha condotto un significativo esperimento su vermi
Nematodi, ha scoperto che anche quelli cui venivano dati
potenti antiossidanti per combattere il danno ai tessuti
generato dai cosiddetti "radicali liberi" non
vivevano più a lungo. Sulla rivista “Genes
and Development” i ricercatori della University
College London hanno affermato che non è emersa
“alcuna prova evidente” che gli antiossidanti
possano rallentare l'invecchiamento. Gli antiossidanti
sono molto usati nell'industria della bellezza e della
salute da quando nel 1956 venne suggerito che l'invecchiamento
fosse causato da un accumulo di danno molecolare causato
da forme reattive dell'ossigeno, chiamate superossidi
o radicali liberi, che circolano nel corpo. La teoria
ipotizzava che gli antiossidanti riuscissero a spazzare
via in parte i radicali liberi, limitandone i danni. Parole chiave: antiossidanti, invecchiamento, vermi nematodi Riferimento bibliografico
DETERMINANTI FARMACOCINETICI E FARMACOGENETICI DEL PROFILO FARMACOLOGICO E TOSSICOLOGICO DI IRINOTECAN IN PAZIENTI CON TUMORE DEL COLON-RETTO METASTATIZZATO A cura del Dott. Dario Cattaneo I protocolli correnti per il trattamento del tumore del colon-retto prevedono solitamente una combinazione di 5-fluorouracile ed acido folinico associati ad irinotecan o oxaliplatin ed eventualmente ad inibitori di VEGF (vascular endothelial growth factor receptor, in caso di positività del tumore per la presenza di questi recettori). Attualmente, non esistono testi predittivi che orientino la scelta verso irinotecan od oxaliplatino. Tuttavia, l’identificazione di markers in grado di predire precocemente la comparsa di tossicità di uno di questi due farmaci potrebbe facilitare la scelta tra le due opzioni terapeutiche. L’obiettivo del presente studio è stato di identificare determinanti genetici/non genetici associati con il profilo farmacocinetico e la risposta (sia in termini terapeutici che di tossicità) di irinotecan in 49 pazienti con tumore del colon-retto in fase metastatica trattati anche con 5-fluorouracile e acido folinico (regime FOLFIRI). I pazienti sono stati sottoposti a: 1) valutazioni del profilo farmacocinetico (calcolo dell’area sottesa sotto la curva concentrazione-tempo, AUC) di irinotecan, del metabolita attivo SN-38 (la conversione è catalizzata dall’enzima CES2) e dei metaboliti inattivi (il glucuronide di SN-38 prodotto ad opera dell’enzima UGT1A1, APC e NPC prodotti entrambi per azione del citocromo 3A4, CYP3A4); 2) caratterizzazione dei geni UGT1A1 e CES2 per la ricerca di varianti alleliche nei siti promotori associate a ridotta attività enzimatica; 3) determinazione dell’attività di CYP3A4 mediante infusione di cortisolo e valutazione del grado di conversione a 6beta-idrocortisolo (espressa come rapporto urinario 6beta-cortisolo/cortisolo). Analizzando i dati farmacocinetici
gli autori hanno evidenziato una debole correlazione tra
la dose e l’AUC sia di irinotecan che di SN-38,
mentre associazioni più significative sono state
trovate tra l’AUC di irinotecan o SN-38 e l’AUC
dei rispettivi metaboliti. Inaspettatamente, è
stata osservata una correlazione inversa importante tra
il grado di glucuronazione di SN-38 (espresso come rapporto
AUCSN-38G/AUCSN-38) e la quota di attivazione di irinotecan
(espressa come rapporto AUCSN-38/AUCirinotecan). Per contro,
non è stata evidenziata nessuna correlazione tra
i parametri farmacocinetici e la risposta al trattamento
o la tollerabilità, mentre è stata trovata
una correlazione significativa tra i livelli plasmatici
del glucuronide di SN-38 e la funzione renale, espressa
come clearance della creatinina. I risultati di questo studio
da un lato forniscono conferme importanti in merito ad
osservazioni precedenti e dall’altro offrono nuovi
spunti per future ricerche. Si conferma infatti il ruolo
predittivo dei polimorfismi nel sito promotore di UGT1A1
sulla comparsa di tossicità secondaria a trattamento
con irinotecan. In particolare, i soggetti portatori di
almeno una variante allelica per questo gene – associata
a una ridotta capacità di trascrizione di UGT1A1
e una conseguente diminuita quantità di enzima
disponibile per il metabolismo di SN-38 – presentano
un rischio significativamente maggiore di sviluppare neutropenia
dopo trattamento con irinotecan.
Note Parole chiave: Irinotecan, tumore colon-retto, UGT1A1, farmacocinetica, metabolismo Riferimento bibliografico
I DETERMINANTI GENETICI DEL METABOLISMO DEI FARMACI HANNO UNO SCARSO IMPATTO NELL’UTILIZZO CLINICO DEI PRINCIPALI ANTIPSICOTICI: LO STUDIO CLINICAL ANTIPSYCHOTIC TRIAL OF INTERVENTION EFFECTIVENESS (CATIE) A cura del Dott. Salvatore Terrazzino Le evidenze raccolte negli ultimi decenni suggeriscono che i polimorfismi degli enzimi coinvolti nel metabolismo dei farmaci (DMEs, drug metabolizing enzymes) possono avere un grande impatto sulle proprietà farmacocinetiche dei farmaci. Questo è il motivo per cui un numero crescente di aziende offre test farmacogenetici che permettono di identificare se un paziente è portatore di varianti con alterata capacità di metabolizzare un determinato farmaco. Tra quelli attualmente disponibili in commercio, il test AmpliChip della Roche è stato approvato dall’FDA. Questo test permette l’analisi contemporanea di 29 varianti funzionali nei geni CYP2D6 e CYP2C19 che sono implicati nel metabolismo di numerosi farmaci da prescrizione di uso comune tra cui antipsicotici e antidepressivi. Tuttavia, la rilevanza delle varianti DMEs nella gestione clinica del paziente affetto da schizofrenia o da depressione maggiore è tuttora da accertare. Negli Stati Uniti, è stato completato un ampio studio randomizzato in doppio cieco (circa 1500 pazienti) denominato Clinical Antipsychotic Trial of Intervention Effectiveness (CATIE) per valutare l’efficacia clinica degli antipsicotici di seconda generazione (Lieberman et al, N Engl J Med. 2005; 353(12):1209-23). Malgrado quest’obiettivo primario, lo studio ha sfruttato la casistica anche per valutare altri importanti aspetti, quali ad esempio gli aspetti economici e sociali (vi sono oltre 50 lavori che sfruttano la casistica CATIE). E’ stato adesso pubblicato lo studio farmacogenetico che ha valutato in maniera sistematica l’influenza di 25 varianti funzionali nei geni CYP2D6, CYP2C19, CYP2C9, CYP2C8, CYP1A2, CYP3A4, CYP3A5, FMO3, UGT1A4, ABCB1 sulla dose ottimale, l’efficacia e la tollerabilità di cinque antipsicotici - perfenazina, olanzapina, quetiapina, risperidone, ziprasidone- in 750 pazienti affetti da schizofrenia cronica. I pazienti sono stati randomizzati al trattamento con un antipsicotico per volta e seguiti per 18 mesi o fino all’interruzione del trattamento per un qualsiasi motivo. Nella Fase 1, se il trattamento con perfenazina veniva interrotto, i pazienti entravano nella Fase 1B e randomizzati al trattamento con olanzapina, quetiapina o risperidone. Se anche il trattamento nella Fase 1B veniva interrotto, i pazienti entravano nella Fase 2 in cui erano randomizzati al trattamento open-label con clozapina oppure al trattamento in doppio cieco con olanzapina, quetiapina o ziprasidone. I pazienti sono stati istruiti ad assumere da 1 fino a 4 capsule al giorno del farmaco assegnato dal clinico. Ciascuna capsula conteneva 8 mg di perfenazina, 7.5 mg di olanzapina, 1.5 mg di risperidone, 200 mg di quetiapina, 40 mg di ziprasidone. Sono state considerate quelle varianti funzionali che presentano sia nella popolazione americana bianca che in quella di origine africana una frequenza dell’allele minore di almeno il 2% . Risultati principali: a)
nessuna delle varianti polimorfiche considerate risulta
associata in maniera significativa alla dose ottimale
di farmaco. b) La variante a bassa attività del
gene FMO3 è correlata ad una maggiore incidenza
di effetti avversi al trattamento con olanzapina, ma unicamente
nei pazienti afro-americani. c) La variante a bassa attività
del gene CYP3A5 è marginalmente associata ad una
maggiore efficacia della quetiapina (P<0.02) e del
risperidone (P<0.04). Entrambe le associazioni non
rimangono però significative dopo correzione statistica
per test multipli. d) L’insorgenza di discinesia
tardiva non risulta associata alle varianti a bassa attività
dei geni CYP2D6 e CYP1A2.
Conflitti d’interesse: Gli autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: enzimi farmaco-metabolizzanti, CYP 450, antipsicotici. Riferimenti bibliografici LA FARMACOGENOMICA MITOCONDRIALE DELL’APLOGRUPPO T: ASSOCIAZIONE TRA IL POLIMORFISMO MTND2*LHON4917G E NEUROPATIA PERIFERICA IN SOGGETTI SOTTOPOSTI A TERAPIA ANTIRETROVIRALE A cura della Dott.ssa Emanuela Marras e del Dott. Gianpaolo Perletti La Neuropatia periferica (PN) mitocondriale complica il quadro clinico dei pazienti HIV trattati con analoghi nucleosidici inibitori della trascrittasi inversa (NRTIs). In tali soggetti la presenza di specifici polimorfismi nel DNA mitocondriale può aumentare la suscettibilità agli effetti avversi causati da questi farmaci. Una prolungata esposizione a NRTIs è associata a miopatie scheletriche “con fibre rosse sfilacciate” (segni distintivi di disfunzione mitocondriale), lipoatrofia, statosi epatica, acidosi metabolica e neuropatia periferica (Gertner E. et al Lab Invest 2001, 81:777-790; Lewis W. et al Nat Rev Drug Discov 2003, 2:812-822; Genschenson M. et al J Hum Virol 2001, 4:335-342). Quest’ultima si presenta più frequentemente in seguito a somministrazione di didanosina (ddI) e stavudina (d4T) e si manifesta con anestesia simmetrica distale e/o parestesia dolorosa (Keswani S.C. et al AIDS 2002, 16:2105-2117), associata ad anormalità strutturali mitocondriali con deplezione del DNA. In base alle caratteristiche cliniche di tale neuropatia, riconducibili ad alcune malattie ereditarie mitocondriali, sono stati condotti studi atti ad individuare una possibile correlazione tra specifici polimorfismi mitocondriali e suscettibilità a sviluppare PN in soggetti trattati con NRTIs. Il DNA mitocondriale presenta numerose variazioni genetiche, distinte in aplogruppi, ed è sottoposto ad una variabilità evolutiva 10-17 volte più elevata di quella stimata per il DNA genomico. In un trial randomizzato è stata dimostrata un'associazione tra aplogruppo T e suscettibilità a PN in pazienti HIV trattati con NRTIs (Hulgan T. et al AIDS 2005, 19:1341-1349). Il marker per l’aplogruppo T non induce, tuttavia, un cambio funzionale a livello mitocondriale ed è pertanto improbabile attribuire a tale SNP un ruolo nella tossicità da NRTIs. Torroni et al nel 1997 e Orth e Schapira nel 2002 hanno analizzato i polimorfismi MTND1*LHON4216C e MTND2*LHON4917G. Il primo, nel gene ND1 nell’aplogruppo T e nell’aplogruppo J, sostituisce un’istidina ad una tirosina nella subunità 1 del complesso I della catena di trasporto degli elettroni, ed è stato dimostrato essere associato a LHON (Leber's Hereditary Optic Neuropathy) (Torroni A. et al Am J Hum Genet 1997, 60:1107-1121; Orth M. and Schapira AH. Neurochem Int 2002, 40:533-541). Lo SNP 4917G, tipico dell'aplogruppo T, induce la sostituzione di un'asparagina con un aspartato nel gene ND2, ed è anch’esso associato a LHON. L'obiettivo dello studio qui presentato era indagare l'associazione tra i due SNP (4216C e 4917G) e PN in pazienti HIV trattati con NRTIs. Lo studio è stato condotto su 980 volontari americani e italiani in trattamento da meno di 7 giorni con antiretrovirali. I partecipanti sono stati randomizzati per zidovudina (ZDV) più lamivudina (3TC) o ddI più d4T in combinazione con efavirenz, nelfinavir, o entrambi. Per l’analisi di associazione tra 4216C, 4917G e sviluppo di PN, le analisi sono state effettuate su una sottopopolazione di 250 volontari appartenenti all'aplogruppo T (popolazioni bianche non ispaniche). 137 soggetti sono stati randomizzati per ricevere ddI più dT4, mentre 113 per ricevere ZDV più 3TC. PN = al grado 1, si è sviluppata in 70 soggetti (28%) nel periodo di follow-up (2.3 anni) e più frequentemente nei randomizzati per ddI più d4T (69 vs 31%, P<0.01). I casi di PN avevano un’età mediana superiore rispetto ai controlli (38 vs 35 anni, P=0,01). La conta dei linfociti CD4 e i livelli di RNA virale nei casi non erano significativamente diversi dai controlli. Dallo studio è emerso
che polimorfismo 4216C era presente nel 30% dei casi rispetto
al 18% dei controlli con odds ratio (OR)=1,98 (95% CI
1.05-3,75; P=0,04). Il 50% dei soggetti caucasici non-ispanici
con 4917G ha sviluppato PN durante lo studio rispetto
al 25% dei partecipanti senza questo allele [OR=2,93 (95%
CI 1.25-6.89) P=0,01]. L'associazione era più forte
nei partecipanti inizialmente randomizzati per ddI e d4T,
con OR=2.5 per 4216C (95% CI 1.1-5.6 P=0,03) e OR=5,5
per 4917G (95% CI: 1.6-18.7, P<0.01). Aggiustando per
età, sesso, braccio di randomizzazione del farmaco,
conta CD4, e concentrazione plasmatica di RNA virale sia
4216C che 4917G restavano associati indipendentemente
a PN, rispettivamente con OR=2.0 (95% CI 1.1-4.0, P=0,04)
e OR=3.0 (95% CI 1.2-7.4, P=0,02). Tra il sottogruppo
dei 53 non-ispanici bianchi con variante 4216C, 12 dei
23 individui con allele 4917G hanno sviluppato PN rispetto
a 9 (30%) dei 30 senza questo allele (P=0,10). Quando
i soggetti con l'allele 4917G erano esclusi dall'analisi
multivariata sopra descritta, non si osservava più
associazione indipendente dell’allele 4216C con
PN (OR=1.4, 95% CI 0.6-3.4, P=0,44). Pertanto, sembra
che il polimorfismo 4917G possa aumentare la suscettibilità
allo sviluppo di PN nei soggetti trattati con NRTIs.
È noto che le mutazioni mitocondriali che si possono accumulare all’interno del patrimonio genetico di un individuo possono tradursi in una situazione di eteroplasmia. Le varianti polimorfiche valutate nel presente lavoro erano omoplasmiche ed erano già state associate in precedenti lavori a LHON e a processi neurodegenerativi. In questo lavoro, nella suscettibilità a sviluppare PN associata a NRTIs sono chiaramente determinanti fattori non genetici quali l'età e lo specifico regime terapeutico di NRTIs (ddI + d4T). Una misurazione esatta del contributo di ciascuno di questi fattori, così come quello delle specifiche variazioni genetiche mitocondriali, si potrebbe ottenere con modelli prospettici in una coorte validata. Parole chiave: NRTIs, neuropatia periferica, DNA mitocondriale. Riferimento Bibliografico POLIMORFISMI A LIVELLO DEL GENE PER IL TRASPORTATORE DEI CATIONI ORGANICI OCT2 INFLUENZANO LA BIODISPONIBILITÀ DI METFORMINA A cura della Dott.ssa Cristina Tonello La metformina è considerata il farmaco di scelta per il trattamento del diabete di tipo II (non insulino-dipendente). Presenta dei vantaggi interessanti specie in persone obese in quanto non induce aumento di peso e la comparsa di ipoglicemia risulta essere un fenomeno poco comune. La metformina viene assunta per bocca e viene assorbita a livello intestinale e, nel plasma, circola in forma libera. Il farmaco non viene metabolizzato ed è eliminato come tale attraverso le urine. La sua emivita è di circa 1,5-3 ore. E’ un substrato per i trasportatori dei cationi organici 1 e 2 (OCT1 e OCT2), che giocano un ruolo fondamentale nel determinarne l’efficacia, la tossicità e la biodisponibilità. Viene eliminata principalmente a livello renale tramite secrezione tubulare mediata da OCT2. Alcune pubblicazioni precedenti avevano suggerito un contributo genetico nella variabilità interindividuale osservata nella clearance renale di metformina, in particolare nella popolazione caucasica e cinese. In particolare, uno studio aveva indicato che due polimorfismi a singolo nucleotide (SNPs) a livello del gene SLC22A2 (M165I e R400C), che codifica per OCT2, sono associati con una significativa diminuzione dell’attività di trasporto rispetto alla proteina wild-type (WT). Gli autori del presente lavoro avevano precedentemente riportato l’identificazione di tre SNPs nel gene SLC22A2 (C596T, C602T e G808T; T199I, T201M e A270S) nella popolazione coreana. In realtà la variante A270S ha una frequenza allelica alta in tutti i gruppi etnici esaminati, mentre T199I e T201M sono presenti solo nella popolazione asiatica. Cellule MDCK (Madin-Darby canine kidney epithelial cells) che over-esprimono tali varianti di OCT2 manifestano una significativa diminuzione dell’uptake di [3H]MPP+ e di [14C]TEA rispetto alle cellule transfettate con il trasportatore wild-type. In questo lavoro gli autori valutano gli effetti di questi tre SNPs da una parte sull’attività di trasporto di metformina in vitro, dall’altra sulla farmacocinetica del farmaco in soggetti volontari sani. 1) Effetti delle varianti
di OCT2 sul trasporto di metformina in vitro 2) Effetti delle varianti
di OCT2 sulla biodisponibilità di metformina in
soggetti sani I soggetti erano portatori di cinque diversi genotipi di SLC22A2: WT, 808GT, 808TT, 596CT e 602CT. Tra questi cinque gruppi non sono state rilevate differenze significative per quanto riguarda età, altezza, peso, clearance di creatinina e BMI. Mediante HPLC gli autori hanno determinato la concentrazione di metformina nel sangue e nelle urine raccolte per 12 ore. Le concentrazioni plasmatiche di metformina di tutti i portatori di varianti alleliche sono maggiori rispetto al gruppo portatore della proteina WT. Gli autori prendono in considerazione molti altri parametri farmacocinetici, ma gli effetti più significativi determinati dalle varianti alleliche di SLC22A2 sono quelli riguardanti la clearance renale. Gli autori affermano che poiché non hanno rilevato una differenza nella clearance di creatinina, la significativa diminuzione della clearance renale è causata principalmente dal deficit di secrezione attiva di metformina. Il lavoro presenta due limitazioni
riconosciute dagli stessi autori: la bassa numerosità
del campione e il fatto che lo studio è condotto
su soggetti sani.
Conflitto di interesse: gli autori non dichiarano conflitti di interesse Parole chiave: metformina, trasportatore dei cationi organici, diabete di tipo 2 Riferimento bibliografico
UNA VARIANTE PAUCIMORFICA DEL GENE CODIFICANTE L’ENZIMA HMG-COA REDUTTASI È ASSOCIATA CON LA RISPOSTA IPOLIPIDEMIZZANTE AL TRATTAMENTO CON STATINE NEL DIABETE: UNO STUDIO DERIVATO DALLO STUDIO GoDARTS A cura del Prof. Diego Fornasari Varianti genetiche in geni-candidato
per il metabolismo lipidico sono state associate a differenti
livelli plasmatici di lipidi da individuo ad individuo.
Molte di queste varianti sono anche state studiate in
rapporto alla risposta terapeutica alle statine. L’enzima
HMG-CoA reduttasi (HMGCR) catalizza la reazione limitante
nella biosintesi del colesterolo e costituisce il target
primario dell’azione delle statine. Il ruolo delle
varianti del gene HMGCR nel determinare differenze individuali
nella risposta terapeutica alle statine è stato
valutato nello studio PRINCE (Pravastatin Inflammation/CRP
Evaluation) che ha compreso 1536 soggetti e ha messo in
luce il contributo di 2 SNPs (SNP12 e SNP29) significativamente
associati ad una ridotta efficacia della pravastatina
in termini di abbassamento della concentrazione plasmatica
di colesterolo. Lo studio qui discusso si è prefissato di stabilire se il polimorfismo SNP29 dello studio PRINCE correlasse con una diminuzione dei lipidi plasmatici in risposta ad una qualsiasi statina in una popolazione di diabetici di II tipo studiata per un periodo di 13 anni. Si tratta di uno studio longitudinale osservazionale che ha utilizzato i dati ottenuti dallo studio Genetics of Diabetes Audit and Research in Tayside Scotland (GoDARTS – vedi SIF- Farmaci in evidenza n 12), il quale è a sua volta un derivato dello studio DARTS e include i pazienti che hanno fornito il loro DNA ed hanno acconsentito a che le informazioni genetiche fossero incrociate con le informazioni cliniche ottenute nello studio DARTS. I dati sono stati mantenuti in maniera anonima presso l’ Health Informatics Centre (HIC) dell’Università di Dundee. Il database DARTS è dinamico e continuamente aggiornato attraverso una piattaforma informatica avanzata che consente di registrare esami e ricoveri a carico di tutti pazienti diabetici del Tayside. L’HIC gestisce anche il database contenente tutti i farmaci prescritti ed effettivamente dispensati in farmacia per tutta la popolazione del Tayside. Incrociando questo database con il GoDARTS è stato possibile correlare la distribuzione in farmacia di qualsiasi tipo di statina con la risposta terapeutica, alla luce del genotipo del gene HMGCR. Per riassumere, la popolazione studiata era pertanto costituita da diabetici adulti della coorte dello studio GoDARTS che erano residenti nel Tayside durante il periodo dello studio (1 gennaio 1993- 31 dicembre 2006) genotipizzati per il gene HMGCR e ai quali era stata dispensata in farmacia una qualsiasi statina. Tutti pazienti erano Caucasici. L’end point era valutare se il polimorfismo SNP29 influenzasse la risposta farmacologica alle statine, intesa come percentuale della variazione dei lipidi plasmatici (colesterolo totale, LDL-colesterolo, HDL-colesterolo, trigliceridi) prima e dopo il trattamento, utilizzando il valore minore (maggiore per HDL-c) ottenuto durante il periodo di studio. Per il colesterolo totale è stato utilizzato anche un approccio “treat to target”, definendo “fallimento terapeutico” il mancato raggiungimento di un livello plasmatico di colesterolo totale inferiore a 4 mmol/l. Un totale di 2594 pazienti affetti da diabete di tipo II venivano genotipizzati per la presenza di SNP29 (allele a minore frequenza G: 0.03). A 1665 (64 %) di questi venivano prescritte statine, ma 64 pazienti venivano esclusi dallo studio poiché avevano ricevuto un’unica prescrizione. Nello studio venivano pertanto considerati 1601 pazienti, dei quali 1548 (96.7 %) erano omozigoti per l’allele più frequente (TT) e il 3,3% eterozigoti (TG). Non si sono identificati soggetti omozigoti per la variante più rara (GG). Non veniva osservata alcuna associazione tra genotipo e livelli basali (pre-trattamento) di lipidi plasmatici. Viceversa, dopo trattamento e considerando il colesterolo totale, il 51% degli eterozigoti TG fallivano a raggiungere la concentrazione plasmatica di 4 mmol/l, mentre soltanto il 28% degli omozigoti TT non raggiungevano il target. Questi dati sono consistenti con una odds ratio (95% intervallo di confidenza di 2.93 (1.61-5.34) per il fallimento terapeutico. Inoltre gli eterozigoti mostravano rispetto agli omozigoti una ridotta diminuzione del colesterolo totale e dei trigliceridi. L’ipotesi prevalente
per spiegare le basi genetiche delle malattie più
comuni è che vi sia un’azione combinatoriale
di comuni alleli polimorfici, ciascuno con un effetto
modesto sul fenotipo (common disease/common variants:
CD/CV hypothesis). Viceversa, esistono rare mutazioni
(talvolta “private” cioè caratteristiche
di una sola famiglia) che hanno, da sole, un grande effetto
sul fenotipo (rare disease/ rare variant: RD/RV hypothesis).
Esiste infine una situazione intermedia, recentemente
apprezzata (Day IN et al. Current Genomics 2004, 5: 431-438),
in cui una variazione di sequenza è presente ad
una frequenza intermedia tra un polimorfismo ed una mutazione
e può produrre un effetto moderato, ma apprezzabile
sul fenotipo. Tale tipo di variante prende il nome di
variante paucimorfica e, arbitrariamente si è stabilito
che, per essere definita tale, essa debba essere presente
in una popolazione tra lo 0.05% e il 5%. E’ questo
il caso della variante G di SNP29 che ha una frequenza
allelica di 1,66% e che, da sola, correla con una ridotta
risposta alle statine.
Parole chiave: statine, HMG-CoA reduttasi, varianti paucimorfiche, diabete Riferimento bibliografico
IL GENOTIPO CEPT PREDICE L’INCREMENTO DI MORTALITA’ IN UOMINI TRATTATI CON STATINE CON MALATTIA CARDIOVASCOLARE COMPROVATA: UN’INTERAZIONE FARMACOGENETICA AVVERSA A cura della Dott.ssa Valentina Boscaro La proteina CEPT (cholesteryl
ester transfer protein), che trasferisce gli esteri del
colesterolo dalle HDL alle particelle contenenti apolipoproteine
B in cambio di trigliceridi, riducendo così i livelli
di HDL-C, è considerata un target promettente per
ridurre il rischio cardiovascolare. I risultati inaspettati dello studio ILLUMINATE hanno spinto gli autori a investigare i genotipi CEPT e la mortalità nei pazienti dello studio REGRESS, che hanno utilizzato statine per 8 anni dopo la fase iniziale dello studio di 2 anni. I partecipanti allo studio
derivano dalla coorte del trial REGRESS, che aveva arruolato
884 pazienti maschi con CAD sintomatica tra il 1989 e
il 1993. Obiettivo primario di questo studio angiografico
randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo,
era valutare gli effetti della terapia per 24 mesi con
40 mg di pravastatina sull’evoluzione delle lesioni
aterosclerotiche. Gli outcome clinici valutati erano infarto
del miocardio (MI) fatale o non, morte per patologia cardiaca
ischemica (IHD), rivascolarizzazione coronarica ripetuta,
stroke e morte per cause non coronariche. Lo studio aveva
evidenziato un effetto positivo del trattamento con pravastatina
sia sui rischi di eventi cardiaci avversi sia sulla progressione
angiografica della CAD; al termine dello studio i partecipanti
sono stati quindi invitati a continuare o a iniziare (gruppo
placebo) la terapia con la statina. Un’indagine
a 5 anni dalla fine dello studio ha rivelato che il 91%
dei pazienti utilizzavano statine, in accordo con le linee
guida nazionali e internazionali. Per quanto concerne la distribuzione
delle varianti alleliche TaqIB, i dati sono stati ottenuti
da 812 partecipanti allo studio REGRESS: 292 (36%, 55,4
anni) soggetti erano B1B1, 392 (48%, 56,6 anni) B1B2 e
128 (16%, 56,1 anni) B2B2; le frequenze sono simili a
quelle osservate nella popolazione caucasica. I portatori
di TaqIB-B2 presentavano concentrazioni plasmatiche basali
di CEPT più alte e di HDL-C più basse (p<0,001):
la concentrazione di CEPT era del 17% più bassa
e quella di HDL-C del 15% più alta in omozigoti
B2B2 rispetto agli omozigoti B1B1. Non sono state osservate
differenze significative tra i genotipi per quanto riguarda
i fattori di rischio per CAD, compreso il profilo lipoproteico,
i parametri angiografici e lo stile di vita. Gli autori sottolineano
alcune possibili limitazioni dello studio, tra cui il
fatto che la coorte sia costituita esclusivamente da maschi,
richiedendo quindi la conferma di questi risultati anche
nella popolazione femminile.
Parole chiave: CEPT, statine, rischio cardiovascolare Riferimento bibliografico: |
| Webmaster: Federico Casale (sif@unito.it) | Ultimo aggiornamento: Dicembre 2008 |





