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Durata della protezione determinata dal vaccino

Giuseppe Nocentini

Gli studi sui volontari di fase 3 ci dicono che il vaccino fa produrre un alto livello di anticorpi neutralizzanti superiore a quello visto nei malati gravi.1 Inoltre, numerosi vaccini promuovono anticorpi rivolti contro la proteina S (spike), la proteina virale che permette al virus di entrare nelle cellule e questi anticorpi legano la proteina dove serve e, quindi, sono neutralizzanti. D’altra parte, gli studi sono così recenti che non sappiamo ancora per quanto tempo gli anticorpi rimangono nel corpo. Potrebbe essere necessario, ad esempio, vaccinarsi ogni anno. Dobbiamo anche tenere presente che il vaccino attiva anche la risposta dei linfociti T.2

Gli studi effettuati sul virus suggeriscono che certe parti di alcune proteine del virus non dovrebbero cambiare anche se il virus muta. Quindi, è possibile che un soggetto vaccinato sia protetto anche dall’infezione di un virus mutato.
È ragionevole supporre che quando gli anticorpi non vengono più prodotti, le cellule della memoria (sia B che T) persistano. E dunque, lo scenario più probabile è che il soggetto possa ammalare di nuovo di SARS-CoV-2 (per la mancanza di anticorpi circolanti) ma l’attivazione delle cellule della memoria produca una risposta abbastanza precoce rispetto a quella che si sviluppa nella persona non vaccinata e non ammalata.

Questa risposta potrebbe impedire che la malattia diventi grave. Quindi, un secondo livello di protezione del vaccino (che certamente è più duraturo) potrebbe essere quello di proteggere il soggetto per un tempo lungo dallo sviluppare una malattia grave (cioè con complicanze) e dalla morte.

 

Riferimenti bibliografici e sitografici

1 10.1038/s41586-020-2814-7
2 10.1016/S0140-6736(20)31208-3