la società

edicola

documenti

eventi

SIF Magazine

per i soci

risorse online


I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra.
Intervista ricerca farmacologica

Ricerca farmacologica in Italia: chi la fa e quanto serve

La pandemia scatenata dal virus SARS-CoV-2 ha messo in evidenza quanto siamo ancora deboli di fronte a una emergenza sanitaria che pone gravi problemi sulla salute di tutti i cittadini. All’improvviso ci siamo accorti che non siamo preparati per affrontare una malattia sconosciuta come la CoViD-19.

Vediamo, assieme alla dott.ssa Nicoletta Luppi, amministratore delegato di MSD Italia, il prof. Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri e il prof. Salvatore Cuzzocrea, Farmacologo, Magnifico Rettore dell’Università di Messina, come la ricerca si sia mossa e si stia muovendo nel nostro Paese.

Una pandemia nuova, inaspettata e con importanti implicazioni per la terapia.

Una malattia le cui manifestazioni erano nuove e per la quale non erano disponibili terapie consolidate. Abbiamo scoperto come sia difficile se non impossibile curare una patologia nuova con farmaci vecchi. L’esempio più chiaro è quello della cosiddetta "tempesta citochinica", un fenomeno infiammatorio in cui sono coinvolte molecole che conoscevamo molto bene in quanto simili eventi sono presenti in altre patologie infiammatorie per le quali avevamo un armamentario farmaceutico efficace. Ma sulla CoViD-19 questi farmaci hanno quasi sempre fallito. Abbiamo pensato che il virus SARS-CoV-2, un virus appartenete alla categoria dei betacoronavirus per i quali abbiamo un armamentario di farmaci antivirali, fosse aggredibile allo stesso modo con questi farmaci ma non è stato così.

Dubbi e certezze

Ci siamo resi conto che c’è bisogno di un continuo sforzo per colmare le lacune delle conoscenze scientifiche per tutelare la salute dell’uomo. Insomma, la recente pandemia ci ha permesso di toccare con mano quanto siano importanti la ricerca preclinica e la ricerca clinica nello sviluppo di nuovi farmaci e vaccini.

 

In questo processo virtuoso, le aziende farmaceutiche hanno avuto una parte rilevante spesso affiancandosi alle istituzioni pubbliche in modello di cooperazione che non ha avuto eguali nella storia e ha portato a straordinari successi come i farmaci e i vaccini per la COVID-19. Questo sforzo senza precedenti ha permesso anche di ridurre fortemente i tempi necessari per l’approvazione di nuovi farmaci o vaccini, rispondendo ad un’esigenza impellente legata all’emergenza che abbiamo vissuto.

Sviluppare farmaci e vaccini richiede impegno, conoscenza e risorse.

Sviluppare un nuovo farmaco o un nuovo vaccino implica una serie di passaggi molto importanti come sottolinea il prof. Remuzzi. La fase detta preclinica, cioè quella in cui i prodotti che potrebbero diventare nuovi medicinali, vengono studiati per esempio su cellule in cultura e su modelli animali da laboratorio, permette di raccogliere importanti dati di efficaci, di tollerabilità e di tossicità dei prodotti farmaceutici. Inoltre, continua Remuzzi, viene stabilita quale potrebbe essere la dose iniziale sicura che può essere somministrata per il primo studio sull'uomo.

 

Questa fase della ricerca, aggiunge Remuzzi, è molto importante perché, insieme allo sviluppo di metodi di simulazione al computer, soprattutto con i modelli animali che servono anche a capire la patogenesi delle malattie e sono quindi irrinunciabili, consente di “scremare” il numero spesso molto elevato di molecole che se sono potenzialmente idonee a diventare farmaci. 

Sicurezza ed efficacia sono gli obiettivi della ricerca.

Naturalmente, la conoscenza approfondita su sicurezza ed efficacia la possiamo acquisire solo con gli studi clinici sull’uomo. In Italia se ne fanno molti, ci dice il prof. Remuzzi, e parecchi di questi sono condotti in collaborazione con centri clinici di altri Paesi. Dal database ClinicalTrialGov, che registra tutti gli studi in corso nel mondo, risulta che in Italia sono in corso circa 4800 sperimentazioni cliniche, un numero decisamente elevato che pone il nostro Paese all’avanguardia in questo settore.

 

Se spostiamo questi numeri alla attuale pandemia da SARS-CoV-2, possiamo affermare che il contributo che clinici e ricercatori italiani hanno dato nel riportare tempestivamente una grande quantità di informazioni cliniche ed epidemiologiche e nello sviluppo di protocolli di ricerca sperimentale e clinica, documenta che il "sistema ricerca" è sviluppato e reattivo e sa dare risposte importanti in tempo reale, nonostante sia da sempre finanziato in misura inadeguata, conclude il prof. Remuzzi. 

Il ruolo dell’Università è soprattutto nella ricerca preclinica 

In Italia è in atto una profonda trasformazione culturale che privilegia ogni atto tendente a favorire la ricerca preclinica, senza alcuna esitazione commenta il prof. Cuzzocrea, forte anche del suo ruolo di Vice Presidente della CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) che consente di avere un punto di vista da un osservatorio privilegiato. Sono in atto progetti di qualità, potenziamento delle strutture per seguire con attenzione, professionalità e competenza tutti i passaggi necessari per avere risultati utili ed importanti. 

 

L’Università è il motore del cosiddetto sistema pubblico-privato, continua il prof. Cuzzocrea, garantendo ricerca e didattica di qualità. È il segno tangibile che le scelte fatte dagli Atenei italiani, per migliorare le performance nella didattica e nella ricerca, sono state quelle giuste, frutto di un lavoro costante con impegno e passione di tutte le Comunità Accademiche.

L’Università nella pandemia da SARS-CoV-2.

Ciò che abbiamo visto in opera nella pandemia può andare al di là dell’emergenza e diventare un modello di ricerca e sviluppo che può essere applicato anche in situazioni ordinarie. Durante la pandemia, tutte le Università si sono messe subito al lavoro, dimostrando capacità di essere parte integrante dei territori attraverso una risposta pronta e solidale concreta afferma il prof. Cuzzocrea.

 

L’eccellenza della ricerca italiana ha dato un contributo fondamentale per affrontare la battaglia contro il virus responsabile della COVID-19. Un merito che ci è stato riconosciuto a livello internazionale. Molti Atenei sono stati in prima linea, inclusa la mia Università. Cito solo tre esempi: un lavoro incredibile del personale del Policlinico Universitario "Martino", la produzione di maschere e di disinfettante distribuito gratuitamente alle associazioni di volontariato e alle istituzioni, e lo sportello psicologico di ascolto per anziani e bambini che ci hanno fatto scegliere come università campione per studiare come comunicare e rispondere, in una situazione di emergenza, alle istanze provenienti dalla Comunità e dal territorio, conclude il prof. Cuzzocrea.

La ricerca ha però bisogno anche dell’Industria.

Il ruolo dell’Industria nella ricerca di nuovi farmaci è imprescindibile se si vuole valorizzare il contributo della ricerca preclinica universitaria. Anzi, il contributo dell’industria per costituire partnership pubblico/privato rappresenta un modello vincente per valorizzare gli asset pubblici e sfruttare la velocità, i capitali e l'intraprendenza del settore privato, afferma la dott.ssa Luppi.

 

È il caso, continua la Luppi, dell’IMI (Innovative Medicine Initiative), la più importante partnership pubblico-privata nel mondo nel settore delle Life Sciences che ha visto coniugare le forze della Commissione Europea con quelle dell’industria farmaceutica operante in Europa, con un investimento complessivo, nel periodo 2014-2020, superiore a 3,3 miliardi di Euro, o, ancora, dell’IHI (Innovative Health Initiative) che rappresenta l’evoluzione del programma IMI attraverso una virtuosa partnership che include la Commissione Europea, COCIR (il Comitato di coordinamento europeo dell'industria informatica radiologica, elettromedicale e sanitaria), EFPIA (la Federazione europea delle industrie e associazioni farmaceutiche, inclusa Vaccines Europe), EuropaBio (l’associazione europea delle industrie biotecnologiche) e MedTech Europe (l'associazione europea delle industrie della tecnologia medica, dispositivi diagnostici e medici).

I vantaggi per il settore della spesa pubblica nella sanità sono evidenti.

"Certo - continua la Luppi - grazie a questa sinergia, i beni pubblici possono essere valorizzati generando un vero impatto di valore economico e sociale per il territorio." Un esempio, tra tanti, è certamente quello della ricerca clinica, cioè di quegli studi clinici che permettono di capire se un nuovo farmaco o una nuova terapia è in grado di risolvere un problema medico meglio di quelli esistenti. In questi casi, afferma la dott.ssa Luppi, "ogni euro speso dalle aziende che promuovono gli studi clinici produce un vantaggio economico di 2,77 euro per il Servizio Sanitario Nazionale, senza contare il vantaggio dei costi evitati legati a tutte le analisi e procedure diagnostiche condotte dal centro e pagate dallo Sponsor."

Però manca ancora qualcosa per incentivare la ricerca clinica in Italia

Quello che manca non sono le competenze e le risorse di ricercatori adeguati, ci dice la Luppi, ma le normative adeguate a fronteggiare tutte le situazioni. È assolutamente necessario garantire un tempestivo adeguamento normativo per fare in modo che l’Italia mantenga intatta la sua attrattività rispetto agli altri Paesi europei. È necessario, continua la Luppi, che tutti i decreti attuativi previsti dalla cosiddetta "Legge Lorenzin", approvata ormai nel 2018, diventino operativi in quanto sono necessari per affrontare gli ingenti investimenti che lo sviluppo dell’innovazione richiede alle aziende, e garantire così l’attrattività dei capitali in Ricerca e Sviluppo in Italia. 

Ci sono esempi che sottolineano l’importanza della partnership pubblico-privato?

Secondo la dott.ssa Luppi, un esempio è la fruttuosa collaborazione tra la ricerca accademica e l’industria farmaceutica, che sottolinea l’importanza che sia l’industria che l’accademia rimangano sostanzialmente "focalizzati sul paziente". In secondo luogo, la collaborazione pubblico/privato deve essere supportata dal rafforzamento della ricerca indipendente no profit, riconosciuta per la capacità innovativa e il valore per la salute collettiva che essa esprime. In terzo luogo, continua la Luppi su questo punto, sarebbe auspicabile favorire e facilitare l’implementazione di "studi collaborativi" dove i centri di ricerca di base e l’industria possano collaborare in modo costruttivo e trasparente in tutte le fasi di sviluppo di un programma di ricerca fin dal disegno dello studio.

 

A tal proposito, conclude la Luppi su questo punto, MSD ha deciso di implementare alcune iniziative di collaborazione con Centri di Eccellenza per superare alcuni ostacoli burocratici, accelerare i tempi di attivazione degli studi, rendendo di fatto il nostro Paese più competitivo, attraendo più studi e, di conseguenza, raggiugendo l’obiettivo primario: essere in grado di offrire precocemente terapie innovative ai nostri pazienti.

La pandemia ha cambiato le carte in tavola su ricerca e innovazione?

In definitiva, ciò che abbiamo visto in opera nella pandemia, come ad esempio la velocità con cui vengono sviluppati nuovi farmaci, nuovi vaccini e nuove terapie, potrebbe andare al di là dell’emergenza e diventare un modello di ricerca e sviluppo che potrebbe essere applicato anche in situazioni ordinarie. Certamente, ci dice la dott.ssa Luppi. Mai come in questi mesi di emergenza è stato a tutti chiaro che la collaborazione virtuosa tra pubblico e privato sia assolutamente fondamentale per far rinascere il nostro Paese.

 

La pandemia ci ha dimostrato come la velocità, la snellezza e l’agilità dei processi adattati al nuovo scenario siano la chiave per trovare soluzioni rapide ed efficaci e anche per attrarre investimenti e ricerca nel nostro Paese. C’è però bisogno di almeno due interventi strutturali, chiosa la dott.ssa Luppi. Il primo riguarda Il settore pubblico che dovrà auspicabilmente prevedere un sistema organico e strutturato di incentivi per la Ricerca & Sviluppo nel settore delle Life Sciences, che riducono il rischio dell’investimento privato finanziando direttamente parte dei costi della Ricerca anche attraverso grant di ricerca o incentivi fiscali, e i meccanismi che incentivano il risultato finale dell’attività di Ricerca e Sviluppo come, ad esempio, l’estensione dei diritti di proprietà intellettuale.

Il PNRR può aiutare il sistema a migliorare le sue perfomances?

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, insieme al Fondo Complementare, conclude la Luppi, mette a disposizione della Sanità oltre 20 miliardi di euro per realizzare un efficace miglioramento del Sistema Sanitario Nazionale, modernizzare le strutture al fine di renderle più moderne, digitali ed inclusive, e rafforzare la prevenzione e i servizi sul territorio. Tale opportunità deve stimolare una riflessione profonda che parta dalla constatazione della necessità di un ripensamento del ruolo della sanità, che deve essere concepita come un ecosistema e non come un insieme di silos; come investimento e non come spesa. 

 

Di questo e di molto altro si parlerà nella Tavola rotonda "Promuovere ed incentivare la ricerca farmacologica preclinica, clinica e sanitaria da parte delle Istituzioni pubbliche e private" in occasione del 14° Forum Pharma che si terrà a Roma dal 6 al 8 aprile 2022. Oltre agli intervistati Nicoletta Luppi, Giuseppe Remuzzi e Salvatore Cuzzocrea, interverranno anche Giuseppe Cirino, Marco Scatigna, Lucia Aleotti, Renato Bernardini, Mauro Biffoni, Sergio Dompè e Amelia Filippelli a rappresentare enti pubblici e privati di ricerca, della sanità e delle aziende del farmaco.