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Differenze di genere nella COVID-19. Perché si ammalano di più i maschi?

Malattie infettive e vaccini
La COVID-19, malattia causata dal nuovo coronavirus SARS-CoV-2, colpisce con una differenza di genere che sembra condizionare la mortalità e la suscettibilità all'infezione

Che evidenze ci sono a sostegno di una differenza di genere tra chi contrae l’infezione e la prognosi della malattia?

Da uno studio clinico che tra gennaio e febbraio 2020 ha analizzato 4880 soggetti asintomatici o sintomatici per la patologia respiratoria nell’ospedale di Wuhan, in Cina, è emerso che la positività al SARS-CoV-2 nella popolazione maschile e anziana (>70 anni) presentava tassi significativamente più alti, sebbene solo l'età fosse stata riconosciuta come fattore di rischio.

Cosa ci dicono i risultati degli studi clinici effettuati in Cina?

In uno studio osservazionale retrospettivo (i ricercatori si limitano a osservare i fenomeni occorsi), è stato documentato che in una popolazione di pazienti critici affetti da SARS-CoV-2, il 67% era di sesso maschile. Secondo il team di Jin et al., che ha esaminato i dati dei primi decessi da COVID-19 a Wuhan, il tasso di mortalità era più alto nei maschi rispetto alle femmine, così come nella SARS (acronimo di Severe acute respiratory syndrome) agli inizi del 2003.

In un ulteriore studio retrospettivo, che aveva arruolato 47 pazienti affetti da una forma severa di COVID-19, 28 pazienti (59,6%) erano uomini, l’età media era di 62 anni e 30 (63,8%) avevano co-morbilità (altre patologie oltre alla sindrome respiratoria causata dall’infezione da SARS-CoV-2).

Durante le due settimane di ricovero, si sono aggravati 5 (17,9%) uomini e 1 (5,3%) donna. La mortalità registrata negli uomini è stata del 3,6% mentre nelle donne è risultata dello 0%. Analizzando, poi, i dati di 1099 pazienti affetti da SARS-CoV-2, raccolti in 552 ospedali di 30 province della Cina, il 58,1% risultava rappresentato da pazienti di sesso maschile.

Inoltre tra i 173 casi severi il 57,8% era rappresentato da maschi. Secondo recenti dati di Jian-Min et al., l'analisi di sopravvivenza ha mostrato che gli uomini avevano un tasso di mortalità significativamente più alto rispetto alle donne. I maschi manifestavano una sintomatologia peggiore rispetto alle donne, indipendentemente da età, sintomi e comorbilità.

Che ipotesi possiamo fare per giustificare queste differenze di genere?

Il SARS-CoV-2 entra nelle cellule bersaglio utilizzando l’enzima di conversione dell’angiotensina II (ACE2), una glicoproteina di membrana, localizzata in particolare (ma non solo) sull'endotelio dei capillari polmonari dove svolge un ruolo fondamentale nella regolazione della pressione arteriosa. Recenti evidenze hanno dimostrato una sovra-espressione di ACE2 negli uomini asiatici rispetto a donne asiatiche e pazienti di altre etnie.

Non si esclude che questa significativa differenza, tra popolazioni di diversi Paesi, possa essere legata anche a diverse abitudini e stili comportamentali come il fumo. Infatti, la prevalenza di maschi fumatori in Cina supera il 50% mentre quella delle donne è inferiore al 3% della popolazione.

Infine, non è da sottovalutare che femmine e maschi differiscono nella risposta immunitaria. Durante l’infezione, soprattutto nei casi più gravi, il numero di linfociti T è significativamente diminuito. Nei pazienti con COVID-19, sia le cellule T-helper (Th) sia le cellule T-suppressor si sono mostrate al di sotto dei livelli normali. Anche le cellule T regolatorie sono risultate presenti ad un livello più basso.

Gli ormoni sessuali agiscono come importanti modulatori delle risposte immunitarie. Il Testosterone, l'ormone sessuale maschile, è generalmente un immunosoppressore mentre gli estrogeni, importanti ormoni regolatori sessuali femminili, tendono a essere immunostimolanti. 

Quali scenari futuri disegnano queste differenze tra maschi e femmine?

In generale, appare necessario che ci sia una integrazione delle attuali misure intraprese per il controllo e il trattamento delle infezioni da SARS-CoV-2 con un'analisi di genere. Questo permetterà di migliorare l'efficacia degli interventi sanitari e promuovere obiettivi di equità di genere e di salute. La medicina di genere può contribuire a promuovere l’appropriatezza terapeutica e l’implementazione di percorsi diagnostico-terapeutici personalizzati.

Le evidenze descritte suggeriscono che il genere maschile possa svolgere il ruolo di fattore di rischio nei pazienti con COVID-19 anche se, tuttavia, sono richiesti ulteriori dati per validare questa differenza tra maschi e femmine e per dimostrare un’associazione significativa con il rischio di contrarre la patologia e di sviluppare una prognosi più infausta.

 

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