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Colon irritabile

Sindrome del colon irritabile: perché si usano certi farmaci e come funzionano?

Patologie gastrointestinali
La sindrome del colon irritabile affligge circa il 20% della popolazione mondiale, soprattutto donne, nell’età compresa tra i 20 e i 50 anni. Il trattamento farmacologico ha lo scopo di controllare i sintomi. Da quando sono stati identificati dei possibili meccanismi causali sono disponibili interventi più mirati per migliorare la qualità di vita di chi ne soffre. Vediamo di fare chiarezza.

Cos’è la sindrome dell’intestino irritabile?

La sindrome dell’intestino irritabile, anche conosciuta con la sigla IBS, derivante dall’inglese Irritable Bowel Syndrome, viene spesso impropriamente definita colite.

È una condizione cronica in cui l’intestino, di chi ne soffre, è più sensibile (irritabile appunto) a stimoli normalmente innocui quali l’assunzione di alcuni cibi e bevande.

Una conseguenza è la modifica della peristalsi intestinale causata da contrazioni della muscolatura intestinale scoordinate o diminuite, a cui seguono il rallentamento (stitichezza) o l’avanzamento più rapido (diarrea) della progressione delle feci nel colon.

Quanto conta il controllo dell’alimentazione per l’IBS?

In realtà non ci sono cibi che causano la IBS, anche se specifici alimenti, in individui particolarmente predisposti, possono peggiorare i sintomi. Tra questi, in particolar modo i cibi ricchi di grassi, alcuni zuccheri come il sorbitolo, ma anche l’alcol e la caffeina possono favorire l’insorgenza dei sintomi.

In particolare, alcuni carboidrati, chiamati FODMAPs (dall’inglese Fermentable Oligosaccharides, Disaccharides, Monosaccharides and Polyols), non sono assorbiti nell’intestino e ciò provoca la formazione di gas che scatena i sintomi della IBS. Questi carboidrati si trovano spesso nella frutta ricca di fruttosio (mele e pere) e sorbitolo (prugne, ma anche nei dolcificanti artificiali) e nei cibi che contengono raffinosio (lenticchie, cavoli) e fruttani (cipolle, asparagi, carciofi, frumento).

In alcuni casi una maggiore attenzione alle abitudini alimentari e l’eliminazione dalla dieta dei cibi sconsigliati possono essere sufficienti per limitare i disturbi legati alla IBS. Quando però l’approccio dietetico non sortisce gli effetti sperati, diventa necessario ricorrere alla terapia farmacologica.

Perché a volte viene prescritto un antibiotico per trattare l’IBS?

Alcune volte l’IBS può esitare da infezioni intestinali non adeguatamente trattate o dall’abuso di antibiotici, che porta ad un’alterazione della normale flora batterica intestinale (circa il 10% di chi è affetto da IBS ha una storia di pregresse infezioni intestinali).

L’aumento dei batteri intestinali non sarebbe dannoso, ma lo diventa se prendono il sopravvento i batteri patogeni. L’antibiotico che il medico generalmente prescrive in caso di IBS è la rifaximina con l’obiettivo di ripristinare il normale equilibrio della flora intestinale.

A questo scopo possono anche essere assunti dei probiotici o delle sostanze che stimolano la crescita dei batteri buoni (prebiotici). Ripristinando la normale flora batterica si riduce l’eccesso di gas e diminuiscono anche la sensazione di gonfiore e il dolore che spesso accompagnano le IBS.

Quali farmaci si possono usare per rallentare i movimenti intestinali?

Limitare la peristalsi e quindi le scariche diarroiche, diventa importante quando queste sono molto frequenti. Oltre al controllo dell’idratazione del soggetto, invitato a bere con una certa frequenza per reintegrare i liquidi persi, si usano vari tipi di farmaci.

Uno di questi, di norma utilizzato al primo segnale della patologia, è la loperamide, efficace nel ridurre le scariche diarroiche. Anche l’eluxadolina inibisce la peristalsi e, in aggiunta, limita anche la sensazione dolorosa.

Entrambi i farmaci possono portare a stipsi, e la loro somministrazione va evitata nei pazienti che hanno forme di IBS miste (con entrambe le componenti stitica e diarroica).

Quanto conta agire farmacologicamente sulla comunicazione tra cervello e intestino?

La serotonina, uno dei neurotrasmettitori presenti nel cervello è anche responsabile del movimento intestinale. Usando farmaci come alosetron, ondansetron e ramosetron (antagonisti dell’azione della serotonina su uno dei suoi recettori, chiamato 5-HT3), si riducono i movimenti intestinali e si limitano le scariche diarroiche.

L’alosetron allevia anche il dolore addominale. L’uso di questi farmaci va però considerato solo come seconda scelta e in casi accuratamente valutati. Si possono infatti scatenare costipazione e coliti ischemiche.

I farmaci procinetici (la cisapride e il tegaserod), invece, stimolano l’attività della serotonina agendo su un altro recettore chiamato 5-HT4, aumentano la peristalsi e sono quindi usati nelle forme di IBS con stitichezza. Anche in questo caso il loro uso viene limitato a casi isolati, in quanto potrebbero causare effetti avversi cardiovascolari gravi (come angina, infarto miocardico e ictus). Il farmaco chiamato prucalopride è più sicuro, perché la sua azione è circoscritta a livello intestinale, limitando gli effetti cardiovascolari.

Perché nel trattamento del colon irritabile a volte sono usati i farmaci che sequestrano gli acidi biliari?

I farmaci sequestranti gli acidi biliari, normalmente usati per ridurre i livelli di colesterolo, come la colestiramina, sono usati anche nella IBS con diarrea.

Spesso, infatti, i soggetti affetti da questa forma di malattia presentano un’eccessiva quantità di acidi biliari nell’intestino. Gli acidi biliari sono molto utili per la digestione dei cibi grassi nell’intestino tenue, sito dal quale sono poi riassorbiti fino a ritornare nel fegato.

Nella IBS, l’intestino non è capace di riassorbire in maniera adeguata gli acidi biliari che quindi raggiungono il colon e lo infiammano, causando scariche diarroiche. Questi farmaci “legano” gli acidi biliari limitando la loro azione irritante sul colon, giovando ai pazienti con le forme di IBS con diarrea cronica.

E quando invece il disturbo si manifesta con stipsi?

In questo caso si può intervenire con l’uso di farmaci lassativi formanti massa, come lo psillio o l'ispagula, ma nel trattamento della IBS sono particolarmente utili soprattutto i lassativi osmotici, nello specifico il polietilenglicole o il macrogol.

Farmaci come il lubiprostone e la linaclotide aumentano invece la secrezione intestinale. L’aumento dei liquidi nell’intestino, causato da questi trattamenti, facilita il movimento della massa fecale alleviando anche la sensazione di dolore addominale.

E per trattare il dolore?

Per limitare il dolore associato alla IBS vengono usati dei farmaci, come la mebeverina e la trimebutina che, grazie alla loro azione antispastica, rilassano la muscolatura liscia dell’intestino senza interferire con i normali movimenti intestinali.

Viene in questo modo limitato il gonfiore intestinale e il dolore. Anche l’olio di menta si è dimostrato efficace nella riduzione dei sintomi della IBS, probabilmente agendo da spasmolitico e bloccando le contrazioni delle pareti intestinali.

Perché si usano anche farmaci antidepressivi per trattare questa patologia?

I farmaci antidepressivi, usati a dosaggi inferiori rispetto a quelli necessari per trattare la depressione, modulano l’attività dei neurotrasmettitori noradrenalina e serotonina, entrambi coinvolti nella percezione del dolore.

Di norma, nelle forme di IBS con diarrea cronica, si usano gli antidepressivi triciclici (amitriptilina, desipramina) mentre i farmaci antidepressivi che agiscono anche sulla serotonina (venlafaxina e duloxetina) possono migliorare il dolore e ridurre la stitichezza.

 

 

Riferimenti bibliografici:


Bonetto S, Fagoonee S, Battaglia E, Pellicano R: Recent advances in the treatment of irritable bowel syndrome. POLISH ARCHIVES OF INTERNAL MEDICINE 2021


Cremon C, Bellacosa L, Stanghellini V e Barbara G: Attualità terapeutiche nel trattamento della IBS-C. Giorn Ital End Dig 2015;38:105-108