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Perchè ci ammaliamo (e non ci ammaliamo) della CoViD in 10 punti

24 febbraio 2022

Perchè ci ammaliamo (e non ci ammaliamo) della CoViD in 10 punti
Di norma negli articoli di SIF Magazine parliamo di farmaci, soprattutto perché siamo farmacologi e i farmaci sono il nostro pane quotidiano. Oggi però vogliamo parlare di un problema più generale: come mai alcuni si ammalano e altri no dopo infezione con il SARS-CoV-2? Abbiamo tutti saputo di amici e parenti che non si sono ammalati anche di fronte a contagi rilevanti. Cerchiamo di capire perché.

Breve leggenda per capire quello che ho scritto (leggi anche "Capire per orientarsi e scegliere: un glossario per comprendere CoViD-19 e i vaccini anti-SARS-CoV-2"):


SARS-CoV-2: il nome del virus responsabile della pandemia e con il quale ci si infetta il cui nome completo è Corona Virus-2 della Sindrome Respiratoria Severa e Acuta.
CoViD: il nome della patologia causata dal SARS-CoV-2 (significa malattia causata dal corona virus) la cui gravità dipende dall’organo in cui il virus si replica meglio e fa più danno. Per semplicità la chiameremo CoViD.
Immunità innata: insieme di cellule che dialogano tra loro e sono capaci di combattere un virus (o un batterio) senza averlo mai incontrato prima (cioè senza avere informazioni specifiche per combattere proprio quel microorganismo).
Immunità acquisita: linfociti T e B che dialogano tra loro e con le cellule dell’immunità innata e sono capaci di combattere un virus (o un batterio) solo dopo essersi specializzati (cioè dopo avere ricevuto informazioni specifiche dal microorganismo). Queste informazioni si hanno solo dopo che il nostro organismo è stato infettato dal microorganismo o dopo una vaccinazione così che ne rimane il ricordo (memoria immunologica).

 

Sono due anni di CoViD e ne abbiamo viste di tutti i colori. Purtroppo molti sono morti, rimasti senza respiro, e ci mancano tantissimo. Molti altri hanno preso la CoViD: vaccinati e non vaccinati, "CoViD grave tanto da finire in ospedale", "CoViD lieve come un’influenza", "CoViD meno fastidioso di un raffreddore", "SARS-CoV-2 positivo, ma stavo benissimo" e ancora CoViD di breve durata ("sono stata positiva una settimana"), lunga durata ("sono stato positivo per più di un mese") e durata lunghissima (Long-CoViD: "non sono più positivo da mesi, ma mi sento ancora stanchissimo e non riesco a fare quello che facevo prima") e infine CoViD con reliquati ("ho avuto la CoViD e non sento più gli odori" o "mi è venuta l’asma").

 

E, infine, c’è chi non ha mai manifestato i sintomi della CoViD o non è mai risultato positivo, pur avendo qualche sintomo (io e la mia famiglia, ad esempio). Siamo stati molto attenti? Il vaccino ci ha protetto anche dal contagio? Siamo stati contagiati ma i tamponi non hanno funzionato? Non credo lo sapremo mai. Conosco famiglie, tutte positive, tranne un membro della famiglia. Bambini positivi e adulti no; fidanzati giovani e appassionati, uno positivo e l’altro no.


Sembra di vedere un grande film di successo in cui accade tutto e il contrario di tutto in modo imprevedibile. E, invece, è successo proprio a noi, nelle nostre città e nei nostri paesi. Se non sapessimo che è colpa di questo maledetto virus la cui diffusione non abbiamo potuto impedire, potremmo dire che in questi due anni abbiamo partecipato ad un grande esperimento per farci capire quanto siamo diversi gli uni dagli altri.


Questa diversità mi ha profondamente interrogato e vi offro in 10 punti le mie conclusioni sul perché la nostra risposta alla CoViD è stata così diversa. Come nelle carte pokemon, provo anche a dare un punteggio relativo a: protezione dalla morte, protezione dal CoViD sintomatico, protezione dal contagio. Non si tratta di percentuali, ma di valori che servono ad indicare l’entità della protezione (o del rischio, se negativi). Per conoscere la protezione finale della nostra situazione personale occorre sommare i valori relativi a ciascuno dei 10 punti (se noti).

 

Punto 1. Se ho fatto il vaccino ho: protezione dalla morte: 200; protezione dal CoViD sintomatico: 80; protezione dal contagio: 40.


Il discrimine più grande per ammalarsi di CoViD e stare male è essere o non essere vaccinati. Conta certamente anche quante dosi abbiamo fatto. Conta, in misura minore, che tipo di vaccino abbiamo fatto (e le varie combinazioni di vaccino). Comunque, la cosa più importante è che il vaccino, qualsiasi vaccino, ci ha salvati, personalmente e come comunità.


Il vaccino prima di tutto ci ha salvato dalla morte (è vero, non tutti i vaccinati si sono salvati, ma una gran parte sì) e, in modo minore, ci ha salvato dall’ammalare (avere i sintomi) e dal contagio (diventare positivi). Se vogliamo ribaltare l’affermazione possiamo dire che è morto anche qualche soggetto vaccinato, si sono ammalati anche tanti vaccinati e si sono contagiati anche tantissimi vaccinati. Il vaccino non era fatto per proteggerci dal contagio ma per proteggerci dalla CoViD grave e dalla morte e, in moltissimi casi, non ha tradito le aspettative.

 

Punto 2. Se ho fatto l’ultimo richiamo da pochi mesi ho: protezione dalla morte: 40 (protezione aggiuntiva alla protezione base data dal vaccino – punto 1); protezione aggiuntiva dal CoViD sintomatico: 60; protezione aggiuntiva dal contagio: 80. Se ho fatto l’ultimo richiamo da molti mesi ho: protezione dalla morte: 0 (cioè ho solo la protezione base data dal vaccino, che comunque è molto alta); protezione dal CoViD sintomatico: 0; protezione dal contagio: 0.


Ormai sappiamo che più è distante l’ultima dose di vaccino, più siamo esposti al virus. Soprattutto siamo molto esposti al contagio e abbastanza esposti al CoViD sintomatico. Ma la protezione dalla morte è praticamente intatta.

 

Punto 3. Mascherina FFP2. Protezione dalla morte: 120; protezione dalla CoViD sintomatica: 100; protezione dal contagio: 80.

Sappiamo che la carica virale a cui siamo esposti (la quantità di virus che respiriamo in un dato momento) non decide solo se ci contageremo ma, nel caso di una presenza ambientale del virus che sia rilevante, condiziona pesantemente l’esito della malattia. Meno è alta la carica virale, meno è probabile che moriamo, che ci ammaliamo di CoViD sintomatico e che ci contagiamo (leggi anche "Quali probabilità ho di ammalare di CoViD-19?"). Ricordiamo il giovane medico cinese (eroico) che ha denunciato al mondo l’esistenza della CoViD morto perché ha assistito i suoi malati di CoViD senza mascherina. Ovviamente la protezione della mascherina è più rilevante nei luoghi chiusi e affollati.

 

Punto 4. Età. Se sono un bambino sano ho un’altissima protezione da morte (1000), buona protezione dall’essere sintomatico (200) e discreta protezione dal contagio (100). Se sono un anziano ho un alto rischio di morte, sintomi e contagio. Più sono anziano, più la protezione da parte del nostro sistema immunitario si avvicina allo 0 (nessuna protezione oltre a quella data dal vaccino).


Sappiamo che le principali vittime della CoViD sono stati gli anziani. Gli anziani si difendono dalle infezioni grazie alla memoria immunologica (immunità adattiva T  e B). I giovani e, soprattutto, i bambini sani si difendono dalle infezioni soprattutto grazie alle cellule dell’immunità innata e non hanno bisogno di avere memoria immunologica per difendersi. Visto che SARS-CoV-2 è un virus mai comparso nel mondo, gli anziani che non possono basarsi sulla memoria immunologica si difendono male dal virus.

 

Punto 5. Varianti. Virus originale: protezione da morte (0), sintomi (0) e contagio (0). Variante delta: protezione da morte (-60, cioè maggiore rischio rispetto al virus originale), sintomi (-20) e contagio (0). Variante omicron: protezione da morte (100, cioè minor rischio rispetto al virus originale), sintomi (60) e contagio (-200, cioè maggiore rischio rispetto al virus originale).


Sappiamo che la variante delta è più pericolosa del ceppo originale, ma non più contagiosa e che la variante omicron è meno pericolosa del ceppo originale, ma molto più contagiosa.

 

Punto 6. Comorbidità. Diverse comorbidità aumentano il rischio, ma solo quello di morte: diabete (-120), sindrome metabolica e obesità (-60), disturbi cardiovascolari (-40).


Sappiamo che le comorbidità non aumentano il rischio di contagio, ma aumentano il rischio di morte, talvolta di 2-3 volte.

 

Punto 7. Sesso. Essere femmina conferisce, rispetto al maschio, una protezione dalla morte: 120; protezione dai sintomi e dal contagio: 80


Sappiamo che le donne si ammalano di meno di CoViD e, soprattutto, muoiono di meno. Non è semplice dire se questo vantaggio della femmina rispetto al maschio sia dovuto ad una diversa consapevolezza rispetto ai rischi della malattia (che le porta, ad esempio, ad essere più rigorose nell’osservanza delle norme che proteggono dall’infezione e diminuiscono la carica virale) o se ci sia di mezzo una componente genetica e, ad esempio, ormonale. È ragionevole ritenere che giochino un ruolo sia la componente culturale che quella organica (Leggi anche: "C’è una questione di genere nella suscettibilità al SARS-CoV-2?" e "Differenze di genere nella COVID-19. Perché si ammalano di più i maschi?").

 

Punto 8. Precedenti infezioni. Avere avuto contatto con un virus molto simile a SARS-CoV-2 conferisce una protezione dalla morte: 200; protezione dal contagio: 40


C’è qualche evidenza che porta a ritenere che esistano soggetti (pochi, purtroppo) che hanno una memoria immunologica per qualcosa molto simile a SARS-CoV-2, soprattutto relativamente alla memoria dei linfociti T. Questo porta ad ipotizzare che un piccolo numero di soggetti possa essere naturalmente resistente all’infezione e, ancora più, resistente allo sviluppo di CoViD grave.

 

Punto 9. Genetica (1). Variante genica (piccola differenza) della porta d’entrata del virus (tecnicamente si parla di polimorfismo del recettore ACE2). Certi polimorfismi potrebbero comportare maggiore resistenza al virus e, quindi, un certo grado di protezione relativamente a morte, sintomi, contagio: 100?


Il recettore ACE2 (quello che permette al virus di entrare nelle nostre cellule) non è identico in tutti noi. È possibile che qualcuno di noi abbia un tipo di recettore ACE2 che è meno affine al virus e, quindi, impedisce in tutto o in parte l’infezione e le sue conseguenze.

 

Punto 10. Genetica (2). Risposta diversa all’infezione per motivi genetici da identificare. La risposta difettiva, presente in circa l’1% della popolazione, aumenta il rischio di morte (-100?) e, forse, mette più a rischio relativamente a sintomi e contagio.


Alcune persone (poche) non producono anticorpi anti-SARS-CoV-2 o li producono tardivamente sia dopo la vaccinazione che quando si infettano. Si è visto che chi non produce anticorpi ha una probabilità più alta di morire in seguito all’infezione.

 

Conclusione


Insomma, non solo il vaccino e i comportamenti incidono sulla possibilità di ammalarsi e morire di CoViD. Le caratteristiche genetiche, la nostra storia, le malattie di cui soffriamo e il sesso sicuramente condizionano la risposta. Molto probabilmente, molti altri fattori condizionano la nostra risposta al virus (ad esempio, i farmaci che prendiamo per altri motivi, quello che mangiamo, lo stress e tanti altri fattori genetici, come, ad esempio, la presenza nel nostro DNA dei geni dei Neanderthal o il fattore Rh), ma il loro ruolo non è stato (ancora) quantizzato precisamente.

 

Siamo diversi, molto diversi, tra di noi. E questa è anche la strategia che ha permesso alla nostra specie (e alle altre specie) di sopravvivere. Se questa pandemia fosse scoppiata un secolo fa, i morti sarebbe stati molti, molti di più in assenza di vaccini e farmaci e mascherine.

 

Ricordiamo, ad esempio, quello che successe con l’influenza “spagnola” nel 1917 (tra i 70 a 100 milioni di morti). In quel caso, oltre alla mancanza di vaccini e farmaci dobbiamo considerare la fame e le comorbidità da denutrizione. Anche con questa pandemia, molti di noi sarebbero morti e, i pochi di noi sopravvissuti, avrebbero diffuso i geni che avevano permesso loro di sopravvivere (selezione naturale). Grazie alle conoscenze mediche e allo sforzo tecnologico imponente, i morti sono stati molti di meno e anche i pazienti danneggiati in modo permanente dal virus sono stati molti di meno. Ma quello che ho cercato di spiegare è che vaccini e farmaci agiscono bene su molti ma non su tutti e la risposta individuale gioca un ruolo importante nella risposta al virus.

 

P.S. Se, nel gioco dei Pokemon, sommate i valori corrispondenti alla vostra situazione (tenendo presente anche i valori negativi) il numero finale che ottenete dà un’idea di quanto siete protetti dal virus. Più il numero è alto, più siete protetti. Attenzione: si tratta di un gioco e i numeri sono solo indicativi. E anche un numero molto alto non significa che non esista una piccola probabilità di essere colpiti dal virus.

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