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Tiroide

Se la tiroide funziona male il rimedio c’è con opportuni farmaci ma con molta attenzione

Malattie cardiocircolatorie e metaboliche
La tiroide è una ghiandola a forma di farfalla situata nella zona anteriore del collo. Produce e rilascia due ormoni, chiamati tri-iodotironina (T3) e tiroxina (T4) che, trasportati alle cellule bersaglio, svolgono diverse attività biologiche. Circa il 20% della popolazione italiana soffre di alterazioni della funzionalità della tiroide, con un maggior interessamento delle donne. A volte la tiroide lavora troppo (ipertiroidismo) o viceversa troppo poco (ipotiroidismo). Vari trattamenti farmacologici permettono di modulare l’attività della ghiandola, riducendo la sua produzione ormonale o, viceversa, fornendo dall’esterno gli ormoni che non è in grado di produrre.

Quali sono le funzioni della tiroide e quando sono alterate?

La tiroide, tramite una reazione biologica chiamata organificazione, unisce degli ioni di iodio, che ricava dal cibo e dall’acqua, alla tirosina, uno degli aminoacidi costituenti le proteine, costruendo gli ormoni T3 e T4 (rispettivamente con tre o quattro ioni di iodio; in proporzione si forma più T4 che T3, anche se l’ormone che svolge le maggiori attività nel nostro corpo è il T3).

La ghiandola rilascia entrambi quando viene stimolata da un messaggero proveniente dall’ipofisi, il TSH (ormone tireotropo). Una volta raggiunto il circolo sanguigno, gli ormoni svolgono le loro attività sulle cellule bersaglio.

Per esempio, durante lo sviluppo embrionale, sono necessari per lo sviluppo scheletrico e neurologico: livelli ormonali non adeguati portano infatti a gravi anomalie nel nascituro che si manifestano con nanismo e ritardo mentale, chiamato cretinismo.

Dopo la nascita, gli ormoni tiroidei controllano il battito cardiaco, la pressione arteriosa, la respirazione, lo stato di sonno/veglia, la termogenesi e il metabolismo lipidico e proteico, in qualche modo influenzando quindi il peso corporeo. Inoltre, controllano anche la produzione di altri ormoni, come la prolattina o l’ormone della crescita.

Perché alle volte non funziona correttamente?

Per diverse ragioni. L’ipofisi, ad esempio, a seguito di traumi o tumori, potrebbe perdere la sua capacità di controllo sulla funzione della tiroide che, di conseguenza, può diventare iperattiva (ipertiroidismo) o può, viceversa, lavorare poco (ipotiroidismo).

Qualche volta, invece, la tiroide si infiamma, come accade dopo un’infezione o a seguito di malattie autoimmuni (tiroidite di Hashimoto o tiroidite di Graves) e ciò comporta un alterato rilascio ormonale.

La tiroide è infine spesso sede di piccole formazioni a contenuto liquido o solido chiamati noduli, che possono essere sia di tipo benigno che maligno; queste formazioni possono produrre in maniera autonoma, senza cioè essere stimolati da altri fattori, gli ormoni tiroidei, causando ipertiroidismo.

In alcuni casi le alterazioni delle funzioni della ghiandola sono la conseguenza di un trattamento farmacologico o della sua rimozione chirurgica.

Quali sono gli effetti dell’alterata funzione della tiroide sul nostro corpo?

In caso di ipertiroidismo, il soggetto sarà molto ansioso, riferirà insonnia, profusa sudorazione, tremori, palpitazioni e ipertensione, dimagrimento eccessivo nonostante l’aumentata sensazione di fame. Molto spesso la dimensione della ghiandola è aumentata, condizione nota come gozzo. In alcuni casi anche gli occhi tenderanno ad essere molto sporgenti, una manifestazione chiamata esoftalmo.

Nel caso di ipotiroidismo, invece, i sintomi tenderanno ad essere opposti: pelle secca e fredda, capelli radi e sottili, stanchezza e astenia, disturbi della memoria, bradicardia, e intolleranza alle basse temperature, costipazione.

In alcuni casi anche il viso assume un tipico aspetto, con gli occhi semichiusi e la lingua ingrossata. Quando l’ipotiroidismo non viene trattato si possono osservare problemi di tipo cardiologico, forte aumento di peso che porta ad obesità e, visto il controllo che gli ormoni tiroidei esercitano su quelli sessuali, infertilità.

Come è possibile correggere l’ipotiroidismo?

Nel caso di ipotiroidismo è importante ripristinare i normali livelli degli ormoni tiroidei: la terapia che viene effettuata è una terapia sostitutiva, in genere con ormoni sintetici.

Le formulazioni sintetiche, sono prodotte in laboratorio con metodiche biotecnologiche e, a differenza degli essiccati tiroidei derivati da tiroidi di animali e ormai poco utilizzati, hanno concentrazioni note di ormoni e difficilmente causano reazioni allergiche.

Sono presenti formulazioni contenenti solo T4, la levotiroxina, o solo T3, la liotironina o l’associazione dei due ormoni, il liotrix. La levotiroxina, il farmaco più usato, quando raggiunge i suoi organi bersaglio, viene trasformato in T3.

Ma visto che l’ormone più attivo è il T3 perché si preferisce somministrare T4?

La levotiroxina (T4) è più stabile e rimane più tempo nell’organismo, dopo che il farmaco è stato assunto, e quindi è sufficiente prenderlo una volta al giorno, a differenza della liotironina che deve essere somministrato più volte nella stessa giornata.

Quando vengono prescritti i farmaci per correggere l’ipotiroidismo? E in che modo devono essere assunti?

La levotiroxina è utilizzata nella terapia sostitutiva, cioè quando la tiroide non funziona bene o è stata in parte o totalmente rimossa chirurgicamente, ma anche nella terapia soppressiva. Se, infatti, la tiroide è troppo stimolata o è necessario metterla a riposo, si somministrano gli ormoni dall’esterno e come conseguenza la ghiandola smetterà di produrli.

La liotironina (T3) è in grado di dare, in questi casi, delle risposte più rapide e quindi si usa quando è necessario spegnere rapidamente l’attività della tiroide.

Come si assumono questi farmaci?

Gli ormoni tiroidei sintetici vengono assunti per bocca e sono assorbiti nell’intestino, ma il loro assorbimento è molto influenzato da cibo (caffè, crusca, soia) e per questo è bene assumerli a digiuno (almeno 1 h prima dei pasti).

L’assorbimento è anche influenzato dall’acidità gastrica e dalla presenza di altri farmaci (l’amiodarone, i beta bloccanti e i farmaci cortisonici, i mezzi di contrasto iodati).

Per accertarsi che la terapia sia adeguata vengono controllati i livelli ematici di TSH e di T4. In genere, soprattutto nei soggetti che hanno una lunga storia di ipotiroidismo o nei pazienti anziani e cardiopatici, si inizia la terapia in maniera molto graduale e progressivamente la dose di farmaco viene aggiustata fino al raggiungimento di quella definitiva (che corrisponde circa a 2-2.5 microgrammi/kg di peso) nell’arco di 6/8 settimane.

Questi accorgimenti sono molto importanti perché concentrazioni troppo elevate di farmaco possono causare tremori, irrequietezza, insonnia, agitazione, vampate di calore, crampi e debolezza muscolare, ma soprattutto alterazioni cardiocircolatorie come aritmie, palpitazioni e insufficienza cardiaca.

È necessario interrompere la terapia in gravidanza?

La risposta è assolutamente no.

In gravidanza e allattamento il farmaco non deve essere sospeso e, anzi, in caso di ipotiroidismo, il dosaggio va aumentato in modo che il TSH della madre si trovi entro i livelli di riferimento previsti per quel periodo della gravidanza; è importante infatti che nel feto siano mantenuti livelli di ormoni tiroidei adeguati per permettere un corretto sviluppo scheletrico e intellettivo.

Subito dopo il parto, i valori di TSH tornano ai livelli di quelli pre-concepimento, quindi si somministrano dosi di farmaco pari a quelle assunte prima della gravidanza.

Come si tratta l’ipertiroidismo?

Se la tiroide funziona troppo, si possono usare dei farmaci che impediscono la formazione degli ormoni tiroidei. Alcuni farmaci riducono il trasporto dello iodio nella tiroide, come nel caso degli inibitori anionici (i perclorati).

Altri invece limitano la reazione biologica necessaria per trasformare lo iodio nei componenti degli ormoni tiroidei. Tra questi ci sono gli ioduri (la soluzione di Lugol) e le tioammidi (il metimazolo e il propiltiouracile).

Gli ioduri sono anche capaci di ridurre la vascolarizzazione e le dimensioni della tiroide e, proprio per questo, il loro uso può essere utile in previsione della tiroidectomia, cioè la resezione della tiroide.

Gli ioduri e gli inibitori anionici agiscono in tempi molto rapidi, a differenza delle tioammidi la cui efficacia si osserva solo quando le scorte di ormoni nella tiroide sono terminate, quindi almeno dopo 3 settimane di trattamento.

Il propiltiouracile impedisce anche la trasformazione del T4 in T3, ma come il metimazolo può causare l’agranulocitosi, una complicazione piuttosto pericolosa, caratterizzata da un numero di granulociti (cellule del sangue) notevolmente ridotto: ciò comporta un maggiore rischio di infezioni e quindi il paziente che fa uso di questi farmaci deve rivolgersi tempestivamente al medico se compaiono mal di gola o febbre.

Si possono usare anche in gravidanza questi farmaci?

No, assolutamente.

Questi farmaci andrebbero evitati in gravidanza, perché possono superare la barriera placentare riducendo anche l’attività della tiroide del nascituro. Se necessario, nel primo trimestre di gravidanza si può usare il propiltiouracile, ma solo per casi molto selezionati, come ad esempio nella tempesta tiroidea.

Ci sono anche altri farmaci utili nel caso dell’ipertiroidismo?

Molti dei disturbi legati all’ipertiroidismo sono associati ad un’amentata attività del sistema nervoso simpatico.

Spesso, quindi, in aggiunta agli altri farmaci antitiroidei, possono essere usati i farmaci beta bloccanti e, in particolare, il propranololo per controllare i sintomi e anche perché questo farmaco è in grado di limitare la trasformazione dell’ormone T4 in T3.

In cosa consiste il trattamento con lo iodio radioattivo 131? Quando è indicato e quali sono i rischi di questo trattamento?

Lo iodio radioattivo è un radiofarmaco: rientra quindi tra quelle molecole radioattive assunte da un paziente al fine di trattare una certa condizione patologica o a scopo diagnostico.

In questo caso lo iodio radioattivo, o radioiodio, viene accumulato dalla tiroide che, come abbiamo detto, ha bisogno di grandi quantità di iodio per poter funzionare correttamente.

Quando la tiroide funziona in maniera anomala, essa tende ad accumulare ancora più iodio. Accumulandosi e permanendo nell’organo, il radiofarmaco inizia ad emettere delle radiazioni ionizzanti che alterano le funzioni delle cellule tiroidee limitando la loro capacità di replicarsi e a lungo andare causa la distruzione di aree più o meno ampie dell’organo.

Lo Iodio 131 viene indicato nell’ipertiroidismo causato dalla malattia di Graves, dal gozzo multinodulare tossico o nei noduli tiroidei funzionalmente autonomi. Il radio iodio viene anche utilizzato per trattare alcuni tumori della tiroide (carcinoma tiroideo papillare e follicolare), anche in presenza di metastasi. Quando si tratta un tumore vengono però usate utilizzate dosi maggiori di iodio radioattivo.

Ma in cosa consiste la terapia con radioiodio?

La terapia viene somministrata in ambiente ospedaliero e da personale specializzato che stabilisce le dosi di farmaco da usare. Al paziente viene somministrata una normalissima pillola contenente il radiofarmaco e viene invitato a deglutirla senza masticarla con abbondante acqua.

Il farmaco viene quasi tutto captato dalla tiroide entro 24/48 ore e qui rimane per circa 6 giorni. Dopo questo tempo il farmaco, che ha perso quasi tutta la sua carica radioattiva, viene eliminato con le urine.

Il paziente viene invitato a bere molto frequentemente in modo da eliminare in tempi rapidi i residui di farmaco che si potrebbero accumulare nella vescica. Durante i primi 6/7 giorni dalla somministrazione del farmaco, il contatto ravvicinato del paziente con lattanti e donne in gravidanza deve essere evitato e, al termine della terapia, è raccomandata la contraccezione per almeno 6 mesi, nel caso di trattamento per ipertiroidismo o di 12 mesi dopo trattamento del carcinoma tiroideo.

Non è una terapia priva di effetti collaterali: tra questi i più frequenti sono i disturbi a livello delle ghiandole salivari e lacrimali. Quando è usato per il trattamento del carcinoma tiroideo, si possono osservare alterazioni a livello delle corde vocali con la comparsa di dolore e difficoltà a parlare. Inoltre, sempre dopo i dosaggi più elevati, potrebbero osservarsi delle alterazioni gastrointestinali.

Ma la terapia con il radioiodio aumenta il rischio di sviluppare un altro tumore?

I trattamenti dell’ipertiroidismo con il farmaco radioattivo non comportano un’aumentata incidenza di forme tumorali o di leucemie.

Quando viene usato per trattare il carcinoma della tiroide, il radioiodio potrebbe invece essere associato a un aumentato rischio di sviluppare il carcinoma alla vescica. In ogni caso, il trattamento con lo iodio radioattivo viene solo giustificato sulla base del beneficio che potrebbe essere tratto a fronte del rischio. Quindi questa terapia è indicata in tutte quelle condizioni in cui la tiroide non risponde a nessun altro trattamento e non è possibile l’intervento di tiroidectomia.

Ma è vero che gli ormoni tiroidei possono influire sul peso corporeo?

Una delle caratteristiche degli ormoni tiroidei è quella di regolare il metabolismo corporeo e facilitare la lipolisi, tanto che spesso i disturbi tiroidei sono associati a importanti variazioni del peso corporeo del paziente.

L’ipertiroideo è infatti spesso molto magro mentre l’ipotiroideo tende a ingrassare molto facilmente. Spesso, alla base di un’obesità importante, potrebbe anche esserci un problema di ipotiroidismo non corretto. Ma è importante non travisare queste informazioni. Spesso si pensa erroneamente di stimolare l’attività della tiroide con tireostimolanti o addirittura con ormoni tiroidei sintetici per ritrovare il giusto peso forma.

Cosa sono i tireostimolanti e possono essere davvero utili o sono invece dannosi?

I tireostimolanti sono delle sostanze naturali che dovrebbero supportare la funzione della tiroide incrementando la sua produzione ormonale. Tra questi ci sono gli integratori a base di iodio e alcune alghe brune (laminaria e focus) che sono molto ricche di iodio, ione indispensabile per la formazione degli ormoni tiroidei.

Altri integratori contengono invece il selenio, che è un cofattore enzimatico, e la tirosina, un amminoacido, entrambi alla base della sintesi degli ormoni tiroidei.

Ci sono poi delle sostanze di origine naturale che stimolano la liberazione degli ormoni tiroidei. Ad esempio, la forskolina, estratta dalla pianta Coleus forskohlii, ampiamente usata nella medicina orientale perché, tra le altre proprietà, ha anche quella di favorire il dimagrimento incrementando la capacità dell’organismo di bruciare più calorie anche a riposo. La forskolina faciliterebbe anche il rilascio di T3 e T4, mimando gli effetti del TSH.

I guggulsteroni, vengono estratti a partire dalla Commiphora Mukul e anche loro aumenterebbero la produzione di T3.

Studi più approfonditi sono però necessari per indagare a fondo sulle proprietà farmacologiche di queste sostanze e la loro capacità di stimolare la liberazione degli ormoni tiroidei. Ad ogni modo, l’uso di queste sostanze non è mai privo di potenziali effetti collaterali e non dovrebbero mai essere assunti se non dopo un attento parere del proprio medico.

D’altra parte, l’aumento dei livelli di ormoni tiroidei in soggetti eutiroidei, ovvero che hanno una normale funzionalità della tiroide, non comporta una riduzione del peso corporeo e, anzi, può essere causa di effetti indesiderati gravi e pericolosi, soprattutto se queste sostanze vengono assunte contemporaneamente ad altre usate per la riduzione del peso corporeo.