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Pietro Di Mattei

gennaio 1994

Ricordi della farmacologia romana

a Cura di Luciano Angelucci

Pietro Di Mattei è scomparso nel 1994, due anni prima del suo centenario; un periodo di vita, dunque, che abbraccia il XX secolo, il secolo della Farmacologia. Di questo tempo e del suo viverci come farmacologo, Di Mattei volle lasciare alcune testimonianze, affidandomene il ricordo per i farmacologi a venire.

Mi è caro rivedere qui la sua ancora ben ferma scrittura di 89nne, e notare che gli “impegni amorosi e fedeli” agli “uomini ed opere del passato” nella loro apparente forma retorica sono, in sostanza, espressione di una profonda consapevolezza della storia umana e dei valori che talvolta l’hanno contrassegnata. Di questa retorica, al cui ricorrere oggi arrossiremmo, è esempio la prolusione per la sua chiamata all’Università di Pavia nel 1914 del farmacologo A. Bonanni, che fu maestro di Di Mattei: “se, navigando nella fiumana della vita, è nostro desiderio ed insieme nostro dovere di spingerci avanti, giunti alla meta, ci attende la malinconica riflessione, che desiderare ed ottenere gli uffici è assai più facile che meritarli”.

Una “buona” retorica poteva allora esprimersi con la veglia funebre di studenti e studentesse alla salma del maestro Gaglio, depositata sulla cattedra dell’Istituto di Farmacologia, secondo l’indicazione di Di Mattei. Di questo secolo della Farmacologia Di Mattei colse e concettualizzò tutti i mutamenti: dalla visione olistica della risposta dell’organismo ai farmaci a quella riduzionistica della risposta ai farmaci delle strutture subcellulari e sinanco delle macromolecole. Il punto di partenza teorico che il Bonanni aveva adottato da d’Arsonval (1851-1940), e la anticipazione psicofarmacologica di Gaglio in una conferenza del 1904, saranno sviluppati da Di Mattei nella filosofia farmaco-biologica della sua maturità di scienziato, quella che afferma che al di fuori del principio di integrazione che governa l’organismo nulla si può comprendere dei fenomeni fisio-farmacologici.

Ancora, il secolo di Di Mattei fu quello delle intossicazioni voluttuarie che Di Mattei esplorò, descrisse ed interpretò dagli inizi ottocenteschi della stupefazione “letteraria” da etere di Gautier, da oppio di De Quincey, da hashish di Baudelaire, da cocaina di Freud, sino al flagello della tossicomania contemporanea. Di questa Di Mattei enucleò “il tentativo di riequilibrio psichico”, così da volere la partecipazione psicologico-psichiatrica nel suo “Centro per lo studio delle Farmacodipendenze”, il primo fondato in italia.

Della farmacologia sperimentale italiana, Di Mattei rintracciò le scaturigini dalla scuola di Schmiedeberg (1838-1921) e di questa impronta lasciò traccia nel suo studio “Italiani a Strasburgo”. Lo stesso Schmiedeberg venne in Congresso con i farmacologi italiani a Roma nel 1909, con l’immancabile visita a Tivoli.

A questo attaccamento al passato della Farmacologia italiana, dal suo “taciturno” primo maestro Gaetano Gaglio (1858-1925) al suo secondo “romanesco” Attilio Bonanni (1873-1937), Di Mattei sempre affiancò l’entusiasmo per il nuovo, che affrontò nella sua prolusione a Roma nel 1938 sui rapporti tra neurochimica e farmacologia, ed il nuovissimo intuì e supportò nelle solitarie ricerche del suo primo assistente Vittorio Erspamer, prima a Pavia e poi a Roma. Parimenti intuì la innovatrice portata biologica e patologica dello “stress” di Hans Selye, presso cui inviò il suo secondo assistente Franco Dordoni.

Di Mattei fu fiero della genealogia da cui proveniva e che propagò anche con la creazione del nuovo Istituto di Farmacologia, dopo gli eventi bellici che Di Mattei ed Erspamer sopportarono con la loro presenza il giorno del bombardamento del vecchio Istituto.

Di Mattei fu nel triumvirato costruttivo della moderna farmacologia italiana, con Egidio Meneghetti e Mario Ajazzi Mancini, nell’immediato dopoguerra. E con essi costruì un ponte, talvolta rudimentale ma sempre solido, per il passaggio delle nuove generazioni dal limitato campo nazionale al vasto panorama della cultura farmacologica mondiale.

Luciano Angelucci

Istituto Farmacologia Medica,Università “La Sapienza”, Roma.